Al diciassettesimo giorno di conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, Washington fatica a chiudere una partita che sembrava rapida: lo Stretto di Hormuz è ancora conteso, il greggio supera i 100 dollari al barile e gli alleati si defilano.
La guerra in Iran non è “praticamente finita” come Donald Trump aveva più volte dichiarato. Siamo al diciassettesimo giorno di un conflitto che si estende all’intero Medio Oriente, con lo Stretto di Hormuz paralizzato, il Brent oltre i 104 dollari al barile e una coalizione internazionale ancora tutta da costruire. Il presidente americano ha lanciato in queste ore un doppio ultimatum — alla Nato e alla Cina — chiedendo supporto militare in cambio della stabilità dell’Alleanza atlantica. Ma le risposte, per ora, sono tiepide o negative.
La guerra iniziata il 28 febbraio
Tutto ha avuto inizio il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti hanno lanciato l’Operazione Epic Fury con il supporto di Israele, con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare il programma nucleare e balistico iraniano. Nei 17 giorni di guerra che ne sono seguiti, l’Idf (le Forze di Difesa israeliane) dichiara di aver colpito oltre 2.000 obiettivi sul territorio iraniano, di aver messo fuori uso più del 70% dei lanciamissili balistici di Teheran e di aver intercettato tutti i droni diretti verso il territorio israeliano.
Il bilancio umano è pesante. Secondo il ministero della Sanità iraniano, il conflitto ha già causato oltre 1.300 morti in Iran, di cui almeno 445 tra donne e bambini. In Israele, i razzi iraniani hanno ucciso 12 civili, mentre dal lato americano si contano almeno 13 militari caduti, sei dei quali in un incidente aereo in Iraq. La guerra si è estesa progressivamente, coinvolgendo il Libano, i Paesi del Golfo e, indirettamente, il Pakistan e l’Afghanistan, dove Islamabad e Kabul si accusano reciprocamente di aver ucciso civili nei rispettivi raid di frontiera.
Il rebus Hormuz: il vero nodo irrisolto
Il problema centrale resta lo Stretto di Hormuz, la striscia d’acqua tra la penisola arabica e la costa iraniana attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. L’Iran, dopo le prime settimane di attacchi, ha messo in atto una strategia di disturbo sistematico: droni e mine navali minacciano le petroliere in transito, l’aeroporto di Dubai ha sospeso temporaneamente le attività, e ad Abu Dhabi si è registrata una vittima civile colpita da un missile mentre si trovava in automobile.
Il risultato sui mercati è devastante. Il Brent ha superato quota 104 dollari al barile, avvicinandosi ai 106, mentre il WTI ha sfiorato i 100 dollari. Le maggiori compagnie petrolifere americane — Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips — hanno avvertito la Casa Bianca in una serie di riunioni riservate che la crisi energetica è destinata a peggiorare, non a rientrare. Un paradosso non trascurabile: secondo stime di Jefferies e Rystad Energy, le stesse compagnie petrolifere Usa potrebbero incassare fino a 63 miliardi di dollari di extra-profitti proprio grazie al rialzo dei prezzi del greggio.
L’ultimatum alla Nato: “Futuro molto negativo se non ci aiuta”
È in questo contesto che Donald Trump ha rilasciato domenica scorsa una breve ma durissima intervista al Financial Times, durata appena 8 minuti, che ha fatto il giro del mondo. Il messaggio agli alleati dell’Alleanza atlantica è stato netto: se la Nato non contribuirà a garantire l’apertura dello Stretto di Hormuz, il suo futuro sarà “molto negativo”.
Trump ha fatto esplicitamente leva sul precedente ucraino: Washington ha aiutato Kiev nella guerra contro la Russia senza esservi obbligata. Ora vuole essere ricambiata. Ha chiesto navi da guerra — in particolare dragamine, di cui l’Europa possiede un numero superiore agli Usa — e forze speciali capaci di neutralizzare le minacce lungo la costa iraniana. Ha anche affermato di aver contattato circa sette Paesi per formare la coalizione, sperando di poterne annunciare ufficialmente la costituzione entro questa settimana.
Le risposte, però, sono state fredde. La Germania ha escluso categoricamente la propria partecipazione: il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha dichiarato che Berlino non diventerà “una parte attiva di questo conflitto” e che la sicurezza nello Stretto potrà essere garantita “solo attraverso una soluzione negoziata”. Il Giappone ha comunicato che al momento non sta valutando operazioni di sicurezza marittima. Il Regno Unito, che Trump ha definito implicitamente come l’alleato più vicino, ha risposto con un netto rifiuto: lo stesso presidente americano ha ammesso ai giornalisti di aver chiesto a Londra di intervenire e di essersi sentito dire di no.
L’Unione Europea sta valutando un possibile ampliamento della missione navale Aspides — attualmente composta da tre navi francesi, greche e italiane impegnate nel contrasto agli Houthi nello Stretto di Bab el-Mandeb — verso lo Stretto di Hormuz. Il dossier è all’ordine del giorno del Consiglio Esteri odierno a Bruxelles. Ma lo scetticismo è diffuso: Wadephul ha definito Aspides “non efficace” nel Mar Rosso e dubita della sua utilità se replicata a Hormuz.
L’Italia è presente nell’area attraverso la missione Italian National Contingent Command Air – Task Force Air Kuwait, avviata nel 2014. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che, dopo l’attacco alla base di Ali Al Salem in Kuwait, il personale militare era già stato ridotto nei giorni precedenti, lasciando nella struttura solo quello essenziale.
Il post su Truth Social: “Bombarderemo la costa e affondiamo le loro navi”
Mentre il Financial Times pubblicava l’intervista, Donald Trump scriveva personalmente su Truth Social un messaggio diretto e privo di qualsiasi mediazione diplomatica, che vale la pena analizzare perché rivela con chiarezza la logica con cui Washington sta gestendo questo conflitto.

Il presidente americano ha annunciato che diversi Paesi “colpiti dal tentativo iraniano di chiudere lo Stretto di Hormuz” invieranno navi da guerra in supporto alla flotta statunitense. Ha citato esplicitamente Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito come destinatari dell’appello. Poi ha aggiunto la frase che ha fatto il giro dei media internazionali: gli Usa stanno “bombardando ferocemente la costa” e continueranno ad affondare le imbarcazioni iraniane che si avvicinano allo Stretto.
Il post è significativo per almeno tre motivi. Il primo è retorico: Trump dichiara che il 100% delle capacità militari iraniane è già stato distrutto, salvo poi ammettere nello stesso paragrafo che Teheran può ancora inviare un drone, posare una mina o sparare un missile a corto raggio. Una contraddizione che sintetizza perfettamente il problema strategico americano: un nemico dichiarato “decapitato” che continua a operare. Il secondo è politico: la pressione sui partner internazionali viene esercitata pubblicamente, davanti ai rispettivi elettorati, rendendo più difficile per ciascun governo rispondere positivamente senza apparire subalterno agli ordini di Washington. Il terzo è militare: l’annuncio di operazioni attive di bombardamento costiero segnala un ampliamento del teatro bellico che va ben al di là degli obiettivi nucleari e balistici dichiarati all’inizio del conflitto.
La realtà che emerge dal post, al netto della retorica trionfale, è quella di uno Stretto ancora non sicuro, di una coalizione internazionale ancora da costruire, e di una guerra che Trump stesso — forse involontariamente — ammette essere ben lontana dalla conclusione.
La carta cinese e il vertice a rischio
Nell’intervista al Financial Times, Trump ha chiamato in causa anche la Cina, puntando su un dato economico difficile da ignorare: Pechino dipende per circa il 90% del proprio fabbisogno petrolifero dagli idrocarburi che transitano proprio attraverso lo Stretto di Hormuz. “Anche la Cina dovrebbe dare una mano”, ha detto Trump, facendo intendere di aspettarsi una risposta positiva prima del vertice con Xi Jinping previsto per fine mese.
Se Pechino non si farà viva, il summit potrebbe saltare. “Potremmo rimandarlo”, ha detto Trump senza specificare di quanto. Il governo cinese, nel frattempo, ha risposto sul piano commerciale: il ministero del Commercio di Pechino ha invitato gli Usa a “correggere immediatamente i propri comportamenti errati” in materia di scambi, mentre sono in corso nuovi cicli di negoziati tra le due economie. Una risposta che non riguarda Hormuz, ma che segnala quanto siano tesi i rapporti bilaterali su più fronti contemporaneamente.
I negoziati con Teheran: “Ci stanno arrivando vicino, ma non sono pronti”
Trump ha anche rivelato che sono in corso contatti con l’Iran, pur senza specificarne la natura. “Sì, stiamo parlando con loro”, ha detto ai giornalisti a bordo dell’Air Force One. “Non credo che siano pronti per un accordo. Ma ci stanno arrivando vicino.”
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha smentito l’esistenza di colloqui diretti con Washington, ma ha confermato che diversi Paesi hanno contattato Teheran per ottenere un passaggio sicuro attraverso lo Stretto. “Siamo aperti al dialogo con i Paesi che desiderano discutere del transito delle loro navi”, ha dichiarato, aggiungendo che alcuni Stati hanno già ottenuto il via libera.
Trump, dal canto suo, ha aggiunto un elemento di ambiguità destabilizzante: non è nemmeno sicuro di voler raggiungere un accordo, perché — ha detto — “nessuno sa con chi si ha a che fare, dato che la maggior parte della loro leadership è stata uccisa”. Una dichiarazione che la dice lunga sullo stato reale del conflitto e sulla catena di comando a Teheran dopo settimane di bombardamenti intensi.
Israele apre un secondo fronte in Libano
Nel quadro di questo conflitto sempre più allargato, nelle prime ore di lunedì mattina le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato l’avvio di “operazioni terrestri limitate e mirate” nel sud del Libano, contro quello che l’Idf definisce “importanti roccaforti di Hezbollah”. L’obiettivo dichiarato è smantellare infrastrutture terroristiche e “creare un ulteriore livello di sicurezza per i residenti nel nord di Israele”.
Il ministero della Salute libanese ha già dichiarato che, nel corso delle due settimane di guerra parallela tra Israele e Hezbollah, gli attacchi israeliani hanno ucciso 850 persone in Libano, tra cui 66 donne, 107 bambini e 32 operatori sanitari, con oltre 2.105 feriti. I caschi blu dell’Unifil, impegnati nel Libano meridionale, hanno denunciato di essere stati presi di mira da colpi d’arma da fuoco da parte di “gruppi armati non statali”, con alcune pattuglie costrette a rispondere al fuoco per autodifesa.
Una guerra che si prolunga oltre le previsioni
La domanda che gli analisti si pongono è semplice: quando finirà? Il segretario all’Energia americano Chris Wright ha detto che il conflitto si chiuderà “nelle prossime settimane”, con una ripresa delle forniture e un calo dei prezzi. Israele, invece, ritiene che servano “almeno altre tre settimane” di operazioni, perché “restano migliaia di obiettivi da colpire”. Teheran, dal canto suo, ha fatto sapere di non aver mai chiesto un cessate il fuoco e di non vedere ragioni per negoziare.
Il divario tra la narrazione trionfale di Trump — che ha definito la guerra “già vinta” o “praticamente finita” in più occasioni — e la realtà sul terreno è sempre più evidente. Lo Stretto di Hormuz resta conteso, la coalizione internazionale è ancora un cantiere aperto, e il Medio Oriente brucia su più fronti contemporaneamente. Quello che doveva essere un’operazione chirurgica e rapida si sta trasformando, giorno dopo giorno, in una crisi geopolitica dagli esiti sempre più incerti.

