Il presidente americano torna all’offensiva sul social dopo il G7 di Evian: accuse di slealtà sulla crisi iraniana, la questione Sigonella e la risposta netta della premier italiana
Quello che sembrava un dissidio personale nato attorno a una fotografia si è trasformato in uno scontro diplomatico a tutto campo tra gli Stati Uniti e l’Italia. Il 20 giugno 2026, Donald Trump ha pubblicato un nuovo post su Truth Social in cui ha attaccato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni su tre fronti distinti: la presunta supplica per un selfie al G7 di Evian, il calo di consensi interno, e — soprattutto — la decisione italiana di negare l’utilizzo delle basi militari durante le operazioni americane contro l’Iran. Meloni ha risposto con durezza, rivendicando la sovranità nazionale e invitando Trump a occuparsi della propria popolarità.
Il post su Truth: dalla foto alla politica estera
Nel messaggio pubblicato nel pomeriggio del 20 giugno, Trump ha ripetuto la versione dell’incontro al G7 in Francia che aveva già innescato la polemica nei giorni precedenti: la premier italiana gli avrebbe chiesto «più e più volte» di scattare una foto insieme durante il vertice di Evian. Stavolta però il presidente americano ha allargato notevolmente il perimetro dell’attacco, collegando il comportamento di Meloni a ragioni di politica interna e a precise scelte di politica estera che avrebbero deteriorato il rapporto tra Roma e Washington.

Secondo Trump, il calo di popolarità della premier in Italia sarebbe la diretta conseguenza di una scelta: aver «voltato le spalle agli Stati Uniti» nel momento in cui Washington chiedeva supporto per impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare. Una critica affiancata da una notazione ironica nei confronti della stessa Alleanza Atlantica, liquidata con un inciso tra parentesi: «ma d’altronde, lo ha fatto anche la Nato!».
Il passaggio più duro del post riguarda le infrastrutture militari. Trump ha accusato esplicitamente l’Italia di non aver concesso agli Stati Uniti l’utilizzo delle piste di atterraggio e decollo, definendo la cosa «un notevole disagio logistico». L’accusa è stata accompagnata da un richiamo al contributo economico americano alla sicurezza europea: secondo il presidente, gli Stati Uniti spendono «centinaia di miliardi di dollari all’anno» per proteggere l’Italia e quelli che ha definito sarcasticamente i «cosiddetti» alleati della Nato.
Il messaggio si è concluso con un giudizio tagliente sul tentativo di riavvicinamento della premier: «Ora, dopo che gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente l’Iran, vuole tornare a essere amica per far risalire i suoi numeri. No, grazie!!!». La firma scelta da Trump — «President DJT» — ha completato un testo che, nei toni e nella forma, ha attraversato in pochi paragrafi il confine tra la polemica personale e il confronto geopolitico.
L’origine della crisi: Sigonella e il bombardiere negato
Per comprendere le accuse di Trump sulle basi militari, è necessario tornare a fine marzo 2026. Tra il 27 e il 28 marzo, nel pieno del conflitto tra Stati Uniti e Iran, Washington chiese all’Italia l’autorizzazione per far atterrare o transitare velivoli militari presso la base aerea di Sigonella, in Sicilia, una delle principali installazioni americane nel Mediterraneo. Il governo italiano negò l’autorizzazione.
La spiegazione ufficiale fornita dal ministro della Difesa Guido Crosetto fu procedurale: la richiesta era arrivata quando gli aerei erano già in volo e lo scalo già pianificato, senza il normale iter preventivo previsto dagli accordi bilaterali. Quegli accordi, secondo Roma, consentono determinate attività logistiche ma non implicano un’autorizzazione automatica per operazioni militari offensive. Non si trattava, ha sostenuto il governo, di una chiusura delle basi agli americani, ma dell’applicazione delle procedure esistenti.
Trump ha letto quella decisione in modo radicalmente diverso: come un atto di slealtà da parte di un alleato che beneficia della protezione americana. Un’interpretazione che ha trasformato un episodio tecnico-procedurale in un elemento di rottura politica, destinato a riemergere ripetutamente nelle dichiarazioni pubbliche del presidente americano nei mesi successivi.
La risposta di Meloni: sovranità, popolarità e chiusura della polemica
La replica della presidente del Consiglio è arrivata a stretto giro, attraverso i suoi profili social. Meloni ha definito gli attacchi di Trump «continui, non provocati e privi di senso», respingendo sia l’accusa di mendicare una fotografia sia quella di voler ricucire i rapporti per ragioni di consenso.
Sul tema della popolarità, il tono della premier è stato diretto: «La mia popolarità non ti riguarda. Ti suggerisco di concentrarti sulla tua». Meloni ha aggiunto che il proprio consenso dipende dalla capacità di difendere l’interesse nazionale italiano, e che è esattamente quello che ha sempre fatto — anche nelle decisioni che riguardano le basi militari americane in Italia.
Su questo punto, la premier ha rivendicato il rispetto degli accordi bilaterali: «Il loro utilizzo è regolato da accordi che abbiamo sempre rispettato e che non potranno essere violati finché sarò presidente del Consiglio. L’Italia è ancora una nazione sovrana». Un passaggio politicamente rilevante, che stabilisce un confine netto tra la collaborazione atlantica e la disponibilità incondizionata a ogni richiesta americana.
Meloni ha infine annunciato che non sarebbe tornata sull’argomento, motivando la scelta con una considerazione più ampia: «Credo ancora nell’unità dell’Occidente e non credo che questo sia uno spettacolo all’altezza del nostro compito».
La storia di un rapporto deteriorato
Lo scontro delle ultime ore non è emerso dal nulla. Il rapporto tra Trump e Meloni, a lungo presentato come un asse privilegiato nella politica occidentale, si è progressivamente deteriorato nel corso del 2026 sotto il peso di una serie di divergenze concrete.
Ad aprile, il governo italiano aveva scelto di non concedere l’uso di Sigonella per i decolli dei jet militari americani diretti verso il Medio Oriente. Nello stesso periodo, Meloni aveva pubblicamente difeso Papa Leone XIV dagli attacchi di Trump, segnando un ulteriore punto di attrito. «Sono scioccato da lei. Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo», aveva commentato il presidente americano al Corriere della Sera. Anche l’incontro con il Segretario di Stato Marco Rubio a Roma, che sembrava poter segnare un disgelo, non aveva prodotto effetti duraturi.
Al G7 di Evian, a metà giugno, le immagini di un dialogo animato tra i due leader avevano fatto sperare in un riavvicinamento. Ma la speranza è durata poco: il 19 giugno, in un intervento telefonico con il programma televisivo L’Aria che tira su La7, Trump aveva detto di aver «provato pena» per Meloni, sostenendo che lei lo avesse «implorato» per una fotografia. Meloni aveva risposto definendo le affermazioni «totalmente inventate» e dichiarandosi «allibita». Il giorno successivo è arrivato il post su Truth, con le accuse sulle basi militari e il secco «No, grazie» finale.
Va segnalato anche un dettaglio che non è passato inosservato: nel testo originale del post, Trump aveva erroneamente scritto «Gigiorgia» invece di Giorgia, ripetendo involontariamente un errore già commesso in passato — nel 2019, aveva chiamato l’allora premier Giuseppe Conte «Giuseppi». Dopo poco, il testo è stato corretto.
Le reazioni in Italia: solidarietà bipartisan e imbarazzo nella maggioranza
Lo scontro ha generato reazioni trasversali nel panorama politico italiano. All’interno della maggioranza, il vicepremier Matteo Salvini ha definito le parole di Trump «gratuite, inutili e sgradevoli», pur escludendo che la tensione possa trasformarsi in una crisi irreparabile tra i due Paesi: «Non c’è una guerra tra Italia e Stati Uniti», ha dichiarato a Milano. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annullato una missione in Florida prevista per il 21 e 22 giugno.
Dall’opposizione, le reazioni hanno combinato solidarietà formale e attacco politico. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha sostenuto che lo scontro non è contro una leader che «alza la testa», ma un «richiamo all’ordine verso chi ha sempre obbedito senza fiatare», ricordando i numerosi impegni presi da Meloni nei confronti di Washington — dagli acquisti di armi e gas americani all’aumento delle spese militari al 5% del PIL. La segretaria del Pd Elly Schlein ha condannato gli attacchi di Trump come «inaccettabili», ma ha distinto nettamente tra la solidarietà alla premier come rappresentante dell’Italia e il giudizio sulle sue scelte di governo.
Il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha commentato con ironia: «Bei tempi quando il G7 ospitava discussioni politiche e non litigi da asilo».
Il nodo strategico: Sigonella, la Nato e il vertice di Ankara
Al di là della polemica personale, la crisi tra Roma e Washington ha portato in primo piano questioni concrete che riguardano l’architettura della sicurezza europea. Il caso Sigonella ha sollevato interrogativi sulle regole che disciplinano l’uso delle basi americane in Italia, sulle procedure di autorizzazione e sui limiti che la sovranità nazionale può esercitare quando sono in gioco operazioni militari in teatri di conflitto attivo.
L’Italia ospita circa 30.000 americani tra militari, personale civile e famiglie, ed è uno degli alleati con cui gli Stati Uniti condividono programmi industriali della difesa strategicamente rilevanti, come l’F-35 e il programma GCAP per i caccia di nuova generazione. La frizione con un governo storicamente vicino alla Casa Bianca preoccupa gli osservatori vicini all’amministrazione americana, che temono un effetto di contagio sugli altri alleati europei.
Il banco di prova più immediato sarà il vertice Nato del 7 e 8 luglio ad Ankara. Washington si presenterà chiedendo agli alleati europei programmi credibili per aumentare gli investimenti nella difesa, monitorando non solo gli impegni quantitativi ma anche la disponibilità operativa concreta dei Paesi membri. Lo scontro tra Trump e Meloni, che molti nei corridoi diplomatici speravano di chiudere prima del vertice, rischia invece di rendere più complicata la posizione italiana in un momento in cui le aspettative americane sul contributo degli alleati sono ai massimi storici.
Una relazione transatlantica sotto tensione
Quello che si sta consumando tra Washington e Roma è più di un litigio tra due leader. È la manifestazione pubblica di una tensione strutturale che attraversa l’intera alleanza occidentale: da un lato gli Stati Uniti, che rivendicano il ruolo di garanti della sicurezza europea e chiedono in cambio lealtà operativa; dall’altro i Paesi europei, che cercano di mantenere un margine di autonomia decisionale anche quando le richieste dell’alleato principale si scontrano con vincoli giuridici, costituzionali e di politica interna.
L’Italia di Meloni si è trovata in questa crisi in una posizione particolarmente esposta: aveva costruito parte della propria credibilità internazionale proprio sul rapporto privilegiato con Trump, presentandosi come il ponte naturale tra la Casa Bianca e l’Europa. Quella rendita di posizione sembra oggi esaurita. Ciò che resta è una premier che sceglie di rispondere colpo su colpo al presidente americano, rivendicando la sovranità del Paese con formule nette. Un posizionamento che può raccogliere consenso interno, ma che comporta costi diplomatici la cui entità si misurerà nei prossimi mesi — e probabilmente già ad Ankara.

