Trump al minimo storico: il consenso del presidente crolla al 33% nel secondo mandato

Il sondaggio dell’Università del Massachusetts Amherst fotografa un presidente in caduta libera: sei americani su dieci lo bocciano, con perdite nette tra uomini, classe operaia, moderati e indipendenti. Pesano economia, guerra all’Iran e dazi.

Il tasso di approvazione di Donald Trump ha toccato il punto più basso dall’inizio del suo secondo mandato: 33%, con il 62% degli americani che esprime apertamente disapprovazione nei confronti del presidente. Un crollo di undici punti rispetto all’aprile del 2025, che non è solo un numero: è il segnale di un’erosione profonda e trasversale del consenso, alimentata da un’economia vissuta come ostile, da una guerra impopolare e da una gestione dell’immigrazione che ha smesso di funzionare come scudo politico.


Un sondaggio, una sentenza

Il rilevamento che ha fatto il giro del mondo è quello dell’Università del Massachusetts Amherst, condotto tra il 20 e il 25 marzo su un campione nazionale di circa 1.000 intervistati. Il risultato è netto: il 33% degli americani approva l’operato del presidente, mentre il 62% lo disapprova. Non è semplicemente la fotografia di un momento difficile: è il dato più basso registrato dall’inizio del secondo mandato, inferiore di cinque punti rispetto al luglio 2025 e di ben undici punti rispetto all’aprile dello stesso anno.

Jesse Rhodes, professore di scienze politiche all’UMass Amherst e co-direttore del sondaggio, ha scelto parole nette per descrivere questi numeri: “brutali”. Una valutazione che difficilmente si presta a interpretazioni rassicuranti per la Casa Bianca.

La particolarità di questa rilevazione è che non arriva da sola. Nello stesso arco di tempo, altri istituti hanno prodotto misurazioni diverse ma coerenti. Il sondaggio Reuters/Ipsos, diffuso il 24 marzo, collocava Trump al 36%, in calo rispetto al 40% della settimana precedente. Il monitoraggio AP-NORC ha rilevato un calo dal 42% di marzo 2025 al 38% di marzo 2026. Il tracker The Economist/YouGov lo posizionava al 38% con una disapprovazione tra il 58 e il 59%. Istituti diversi, metodologie diverse, ma una sola traiettoria: verso il basso.


L’economia come ferita aperta

Se esiste un filo comune che attraversa tutti questi sondaggi, è l’economia. Trump aveva costruito buona parte della sua immagine sulla promessa di benessere materiale, sull’idea che una leadership energica e spregiudicata avrebbe protetto il portafoglio degli americani. Quell’idea sta cedendo.

Nel sondaggio UMass Amherst:

  • Il 71% degli intervistati boccia la gestione dell’inflazione
  • Il 64% disapprova la politica sui dazi
  • Il 61% giudica negativamente la gestione dei posti di lavoro
  • Circa sei americani su dieci si esprimono criticamente sulla gestione dell’immigrazione

In un’altra rilevazione nazionale di fine marzo, i dati sull’economia quotidiana risultano ancora più severi: solo il 29% approva la gestione economica complessiva del presidente, mentre appena il 25% approva la sua azione sul costo della vita. Numeri che, per un presidente che aveva vinto anche sulla promessa di ridurre l’inflazione, rappresentano una contraddizione politica difficile da gestire.

Il confronto con l’amministrazione precedente è impietoso: il sondaggio Reuters/Ipsos aveva già evidenziato come il gradimento di Trump sulla gestione economica fosse inferiore a quello di Joe Biden nello stesso periodo. Un elemento che, nell’arena comunicativa americana, ha il peso di un’accusa diretta.


La guerra all’Iran, un boomerang

Il fronte iraniano avrebbe potuto, almeno nell’immediato, compattare l’opinione pubblica attorno al presidente. È accaduto l’opposto. Una rilevazione nazionale di marzo ha registrato che il 61% degli americani disapprova gli attacchi contro l’Iran, e che il 46% ritiene che il conflitto renderà gli Stati Uniti meno sicuri nel lungo periodo. Un dato che sorprende anche per la sua composizione interna: il dissenso non è confinato all’elettorato democratico, ma si estende agli indipendenti e lambisce una parte dell’elettorato repubblicano.

A pesare, secondo gli analisti, è anche l’effetto economico diretto del conflitto: dalla sua apertura, il prezzo della benzina è aumentato di circa un dollaro al gallone, una variazione percepita quotidianamente da decine di milioni di famiglie americane. Quando la guerra entra nelle stazioni di servizio, le maggioranze si erodono.

Tatishe Nteta, co-direttore del sondaggio UMass Amherst, ha collegato esplicitamente questo trend a fattori economici e geopolitici combinati: la combinazione tra crisi finanziaria percepita e tensioni internazionali ha eroso quella parte di consenso che Trump aveva accumulato nella prima fase del mandato.


Chi si sta allontanando da Trump

Il calo non è uniforme e, proprio per questo, è più significativo. Le perdite più consistenti si registrano in segmenti che erano stati fondamentali per la vittoria elettorale del novembre 2024.

Secondo i dati UMass Amherst:

  • Tra gli uomini, il gradimento è diminuito di quasi 20 punti rispetto ad aprile 2025
  • Tra gli elettori della classe operaia, stessa perdita
  • Tra gli afroamericani, calo analogo
  • Tra i moderati, -18 punti
  • Tra gli indipendenti, -13 punti

Quest’ultimo dato è forse il più insidioso. Gli indipendenti, nei sistemi elettorali a circoscrizioni contese, spesso determinano l’esito delle elezioni di midterm. Perderli in questa misura, a circa due anni e mezzo dalle elezioni di novembre 2026, significa consegnare all’opposizione democratica una leva concreta.

A rendere il quadro ancora più delicato è un dato interno al campo repubblicano: nel sondaggio UMass Amherst, il 17% degli elettori che avevano votato Trump nel 2024 dichiara di avere oggi riserve sul proprio voto. Non è una maggioranza, ma in un sistema come quello americano, dove i margini nelle swing states si misurano in poche migliaia di voti, è una crepa che non può essere ignorata.


Immigrazione: da punto di forza a vulnerabilità

L’immigrazione è stato per anni il tema-bandiera di Trump, il territorio su cui l’ex presidente riusciva a mobilitare la sua base e spostare l’agenda pubblica. Anche questo presidio sembra incrinarsi.

Nel sondaggio AP-NORC di febbraio, circa sei americani su dieci hanno dichiarato che il presidente si è spinto troppo oltre nell’inviare agenti federali nelle città. Tra gli indipendenti, l’approvazione sulla gestione dell’immigrazione è crollata dal 37% di marzo 2025 al 23% nella rilevazione più recente. Una caduta di 14 punti su un tema che Trump riteneva di dominare.

Nteta ha osservato come l’immigrazione, da tradizionale punto di forza, si stia trasformando in una vulnerabilità politica. Non perché l’elettorato di base abbia cambiato idea, ma perché le operazioni più dure — i raid nelle città, l’invio di agenti federali — generano rigetto tra chi non appartiene al nucleo duro del movimento. Il messaggio conserva presa; la sua applicazione concreta, sempre meno.


Il quadro complessivo: un’erosione strutturale

 

Istituto / Sondaggio Data rilevazione Approvazione Disapprovazione
UMass Amherst 20-25 marzo 2026 33% 62%
Reuters/Ipsos 24 marzo 2026 36%
AP-NORC marzo 2026 38%
The Economist/YouGov 9 marzo 2026 38% 58-59%
UMass Amherst (confronto) aprile 2025 44%

Ciò che emerge dall’analisi incrociata dei diversi sondaggi non è la singola rilevazione, ma la traiettoria. Quando istituti con metodologie diverse e campioni diversi registrano la stessa direzione, il problema smette di essere statistico e diventa politico.

La media aggregata di RealClearPolitics, che per sua natura tende a smussare le oscillazioni, manteneva comunque Trump in territorio negativo con il 43,7% di approvazione contro il 54,1% di disapprovazione nel periodo tra febbraio e marzo 2026. Un divario significativo, che si somma alla narrativa di un presidente in difficoltà strutturale.

Gli analisti parlano di “usura politica”: non un inciampo isolato, non una crisi gestibile con un singolo annuncio, ma una corrosione progressiva che tocca più temi e più categorie di elettori contemporaneamente.


Le implicazioni politiche

Per la Casa Bianca, la lettura dei dati impone una riflessione strategica. Una perdita di questo tipo tra i moderati e gli indipendenti — le categorie decisive nelle circoscrizioni contese — può influenzare non solo la percezione presidenziale, ma anche il comportamento dei parlamentari repubblicani in vista delle elezioni di midterm di novembre 2026. Molti di loro, eletti in distretti competitivi, potrebbero iniziare a prendere le distanze da alcune posizioni dell’amministrazione, soprattutto su economia e politica estera.

Per il Partito Democratico, i numeri rappresentano un’opportunità concreta, ma anche un rischio: capitalizzare sulle difficoltà avversarie richiede una proposta alternativa credibile, qualcosa che l’opposizione non ha ancora definitivamente costruito dopo la sconfitta del novembre 2024.

Sul piano internazionale, la debolezza nei sondaggi di un presidente americano non è un elemento neutro. Alleati e avversari leggono quei numeri e li incorporano nelle proprie valutazioni su quanto spazio di manovra diplomatico l’amministrazione Trump conservi nelle settimane e nei mesi a venire.