Vai al contenuto
Attualità · Politica

Trump abbandona l’intervista a Meet the Press: bugie smentite su Iran, 6 gennaio e brogli elettorali

Il presidente americano interrompe il colloquio con la conduttrice Kristen Welker dopo quasi un’ora di scontro verbale, accusando la rete di essere “corrotta” e allontanandosi dallo studio calpestando il microfono

Donald Trump ha abbandonato in diretta un’intervista registrata con NBC News, trasmessa domenica 8 giugno nel programma Meet the Press, dopo un acceso scontro verbale con la conduttrice Kristen Welker. Il presidente, incalzato su una serie di affermazioni prive di riscontro — dalla guerra contro l’Iran all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, fino alle presunte frodi nelle elezioni californiane — ha perso la calma, ha definito la giornalista e l’intera rete “corrotte” e ha lasciato il set calpestando il microfono a clip. Un episodio che va ben oltre il teatrino mediatico: dietro la scenata si nasconde un catalogo aggiornato di falsità presidenziali, puntualmente smontate dalle verifiche giornalistiche.

L’intervista e la rottura

L’intervista era stata registrata venerdì 5 giugno presso la Custer Farms di Chippewa Falls, nel Wisconsin, dove Trump partecipava a una tavola rotonda sull’agricoltura americana. La sessione era stata interrotta più volte da una tempesta in corso — come annotato dalla stessa NBC nella trascrizione ufficiale — prima di degenerare nel finale clamoroso.

Dopo circa cinquanta minuti di colloquio, Trump ha perso la pazienza durante un botta e risposta sulle elezioni californiane del 3 giugno, definite senza prove “truccate”. Quando Welker ha replicato che non esisteva alcuna evidenza a supporto di quelle accuse, il presidente ha alzato i toni in modo progressivo: “Loro sono corrotti, proprio come sei corrotta tu. La vostra stampa è corrotta. E Meet the Press è corrotto.” Poco dopo, prima di andarsene, ha aggiunto: “Sei una rete di parte e corrotta. Scusa. Chiamiamo quits perché ne ho abbastanza. Grazie, cara. Buon divertimento.”

Le parole finali — “Thank you, darling” — hanno suscitato immediate reazioni negli Stati Uniti, ritenute da molti commentatori un esempio di paternalismo nei confronti di una giornalista professionista. Ma a fare più rumore è stato il gesto: Trump ha tolto il microfono a clip e lo ha calpestato uscendo dallo studio.

Iran: le affermazioni di Trump e la realtà dei fatti

Il nucleo centrale dell’intervista riguardava la guerra con l’Iran, avviata con i bombardamenti americani nel giugno 2025. Trump ha difeso sia la sua scelta di abbandonare l’accordo nucleare iraniano negoziato dall’amministrazione Obama nel 2015 (il cosiddetto JCPOA), sia la decisione di lanciare raid con i bombardieri B-2 Spirit contro i siti nucleari di Teheran circa dieci mesi prima.

“Erano molto vicini ad avere un’arma nucleare. Ho terminato l’accordo. Poi ho mandato i B-2 nove, dieci mesi fa. Hanno obliterato, completamente obliterato, il sito. E ho salvato la situazione”, ha detto Trump. E ancora: “Se non fossi entrato lì con i B-2, in questo momento avrebbero già un’arma nucleare, e metà del mondo sarebbe già stata spazzata via.”

Le verifiche degli esperti smontano entrambe le affermazioni. Nel marzo 2025, la allora Direttrice dell’Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard aveva dichiarato al Congresso che le agenzie di intelligence americane avevano valutato che l’Iran non aveva ancora deciso se costruire armi nucleari, pur disponendo di scorte di uranio arricchito oltre i livelli civili. Una valutazione rimasta invariata fino al giugno 2025, secondo quanto riportato dagli stessi servizi di intelligence.

Sul presunto “annientamento totale” dei siti nucleari iraniani, la realtà è più sfumata: secondo un’analisi interna al governo americano resa nota nel luglio 2025, uno solo dei tre principali siti di arricchimento è stato gravemente danneggiato, mentre gli altri due hanno subito danni limitati. Secondo i dati più recenti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), l’Iran conserva ancora quasi 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, una soglia di poco inferiore al livello necessario per uso militare. Anche disponendo di uranio arricchito al livello d’arma, gli esperti stimano che costruire una testata operativa richiederebbe comunque mesi, se non oltre un anno.

Prima del ritiro americano dall’accordo nel primo mandato di Trump, l’Iran non deteneva scorte di uranio arricchito oltre le soglie minime e si sottoponeva regolarmente alle ispezioni delle Nazioni Unite.

Le forze iraniane “distrutte”: un’esagerazione sistematica

Nel corso dell’intervista, Trump ha anche dichiarato che le forze militari iraniane sarebbero state annientate dai bombardamenti americani:

“La loro marina è andata. La loro aeronautica è andata. La loro contraerea è andata.” E in un altro passaggio: “In tre mesi ho demolito la marina, l’aeronautica, la contraerea. Non hanno radar. Non hanno niente.”

Anche in questo caso le verifiche dipingono uno scenario ben diverso. Fonti militari americane citate da NBC News hanno riferito che circa la metà della marina non convenzionale iraniana è ancora intatta dopo settimane di bombardamenti. Si tratta in particolare delle cosiddette “fast boats” — le imbarcazioni veloci tipicamente impiegate dai Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) — fondamentali per la capacità iraniana di interferire con la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz e particolarmente difficili da identificare e colpire per la loro natura dispersa e mobile.

Il Pentagono ha comunicato ufficialmente di aver distrutto circa il 90% della marina convenzionale iraniana e oltre il 95% delle mine navali, mentre più dell’80% delle strutture missilistiche è stato colpito. Numeri significativi, ma ben lontani dal “non hanno niente” proclamato da Trump.

La promessa infranta: “Non avvierò nuove guerre”

Welker ha incalzato Trump sulla sua promessa elettorale di non aprire nuovi conflitti armati. Il presidente ha risposto: “Non ho mai garantito nessuna guerra. Perché avrei costruito il più forte esercito del mondo?”

Eppure il contrasto con le sue stesse parole è documentato. Durante la campagna in Pennsylvania nel 2024, Trump aveva dichiarato: “Non vi manderò a combattere e morire in stupide guerre straniere che non finiscono mai. Non manderò i nostri figli a combattere una guerra in un paese che non avete mai sentito nominare.” Nel discorso della vittoria del novembre 2024 aveva aggiunto: “Non avvierò una guerra. Mi fermerò delle guerre.”

La guerra con l’Iran è partita nel febbraio 2026 e, al momento dell’intervista, aveva già superato i 100 giorni di durata — ben oltre le “settimane” con cui l’amministrazione aveva inizialmente proiettato la conclusione delle operazioni.

[/video]

Il fondo “anti-weaponization” e i condannati per l’assalto al Campidoglio

Un altro tema caldo dell’intervista è stato il discusso “Anti-Weaponization Fund”, un fondo da circa 1,8 miliardi di dollari istituito dal Dipartimento di Giustizia per indennizzare persone che ritengono di essere state perseguitate politicamente dall’amministrazione Biden — tra cui molti protagonisti dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.

La storia del fondo è intricata. Il 29 maggio un giudice federale aveva temporaneamente bloccato la sua attivazione su richiesta di alcuni querelanti. Il 2 giugno, il procuratore generale facente funzione Todd Blanche aveva dichiarato davanti alla Camera che l’amministrazione non avrebbe proceduto con il fondo, “in modo definitivo”. Il giorno successivo, però, interrogato dai giornalisti, Trump aveva risposto: “Dovrò chiedere agli avvocati. Non lo so.”

Nell’intervista, Trump ha ribadito di sostenere il fondo e non ha escluso che ne possano beneficiare anche i condannati per aver aggredito agenti di polizia durante l’assalto. Quando Welker ha chiesto esplicitamente se chi aveva attaccato le forze dell’ordine dovesse ricevere denaro pubblico, il presidente ha risposto: “Non sarei incline a dirlo, ma devo vedere.” Un non-no che ha riacceso le polemiche bipartisan sul fondo.

Al momento dell’intervista, oltre 1.580 persone erano state incriminate in sede federale per i fatti del 6 gennaio, più di 1.000 delle quali avevano già patteggiato. Circa 170 si erano dichiarate colpevoli di aver aggredito agenti di polizia. Tra i casi più gravi, quello di David Dempsey, condannato a 20 anni: i procuratori hanno documentato come avesse colpito agenti con armi improvvisate, spruzzato prodotti chimici e calpestato la testa di un poliziotto per cinque volte — atti compiuti fuori dall’edificio del Campidoglio.

Sul 6 gennaio: la versione di Trump e la realtà

Trump ha anche riproposto la sua lettura revisionista degli eventi del 6 gennaio 2021. Sulle persone che si erano dichiarate colpevoli di aver aggredito agenti, ha dichiarato: “Si sono dichiarate colpevoli perché erano spaventate. Sono andate lì. Sono state condotte all’interno di un edificio. Molte di loro sono state arrestate senza nemmeno essere entrate nell’edificio.”

Su questo punto i fatti sono chiari: alcuni dei condannati più violenti non erano mai entrati nell’edificio. Il Dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Biden aveva concentrato le indagini principalmente su chi era entrato nel Campidoglio o aveva commesso atti gravi all’esterno, come le aggressioni agli agenti.

Trump ha poi rilancito la teoria secondo cui agenti dell’FBI avrebbero guidato i manifestanti all’interno dell’edificio: “Avevano agenti dell’FBI che li conducevano all’interno.” Come ha prontamente risposto Welker in diretta, non esiste alcuna prova di questo. Un rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia ha confermato che quattro informatori confidenziali dell’FBI erano entrati nel Campidoglio quel giorno, ma non per ordine del Bureau e senza missioni specifiche legate all’assalto. Ventitré altri informatori erano presenti a Washington nella stessa giornata, ma tre di essi avevano solo il compito di riferire su possibili sospettati di terrorismo interno, non di condurre nessuno dentro l’edificio.

Le elezioni in California: “truccate” senza prove

Verso la fine dell’intervista, Trump ha attaccato le primarie californiane del 3 giugno 2026, affermando senza prove che fossero “truccate”. “L’elezione era truccata. È stata un’elezione sporca. E sta accadendo di nuovo proprio ora in California”, ha detto il presidente. Quando Welker gli ha chiesto quali prove avesse, Trump ha risposto: “Tutto ciò che devo fare è guardare. E ascoltare. Ascolto le persone.”

Non esiste alcuna evidenza di frodi elettorali in California. Il conteggio lento — che Trump ha indicato come prova di manipolazione — è una caratteristica strutturale del sistema elettorale californiano: oltre l’80% degli elettori vota per posta. Le schede con timbro postale entro il giorno delle elezioni possono essere ricevute fino a una settimana dopo, e devono essere validate, elaborate e conteggiate. Gli stati che votano prevalentemente di persona riportano i risultati più rapidamente proprio perché il processo di verifica avviene al seggio in presenza del votante.

Il fenomeno per cui i margini repubblicani si assottigliano con il proseguire del conteggio — indicato da Trump come “prova di brogli” — è anch’esso spiegabile senza ricorrere a teorie del complotto: gli elettori democratici hanno abbracciato il voto per posta in misura maggiore, specialmente dopo la pandemia di Covid-19, per cui man mano che quelle schede vengono conteggiate, i candidati dem recuperano terreno.

Il prezzo del petrolio: promesse impossibili

Uno degli argomenti che più preoccupano gli americani comuni in questa fase è l’impennata dei prezzi della benzina, diretta conseguenza della guerra e delle tensioni intorno allo Stretto di Hormuz. Trump ha assicurato: “Se firmiamo un accordo, scenderanno subito. Altrimenti scenderanno quando avremo finito.”

Ma i dirigenti delle principali compagnie petrolifere mondiali dipingono uno scenario ben più complesso. Il vicepresidente senior di ExxonMobil, Neil Chapman, ha dichiarato che “ci vorrà tempo per riequilibrare i mercati globali” anche dopo la riapertura dello stretto, stimando un percorso di normalizzazione della catena di approvvigionamento di quattro-sei settimane a partire dalla riapertura. Il CEO di ADNOC, la compagnia petrolifera di stato degli Emirati Arabi Uniti, Sultan Al Jaber, si è spinto ancora più in là: anche se il conflitto cessasse domani, ha dichiarato, si tornerebbe all’80% dei flussi pre-conflitto solo dopo quattro mesi, con un ritorno alla piena capacità non atteso prima del primo o secondo trimestre del 2027.

Welker, il giornalismo e il calpestio del microfono

Al di là dei singoli claim smontati, l’episodio del 8 giugno 2026 solleva questioni più profonde sul rapporto tra il potere e la stampa negli Stati Uniti di Trump. Kristen Welker è la moderatrice di punta di uno dei programmi di approfondimento politico più longevi della televisione americana; aveva già intervistato Trump in precedenza, compreso il primo storico colloquio al suo debutto come moderatrice nel settembre 2023.

Che il presidente abbandonasse lo studio calpestando il microfono non è semplicemente un gesto impulsivo: è la concretizzazione di una strategia comunicativa che Trump pratica da anni. Definire “corrotta” qualsiasi fonte di informazione che lo contraddica — che si tratti di giornalisti, giudici o agenzie di intelligence — è un meccanismo collaudato per delegittimare la verifica dei fatti prima ancora che il pubblico possa valutarla.

In questo caso, però, il catalogo delle bugie era talmente esteso e documentato — con i fatti smentiti dagli stessi funzionari della sua amministrazione, dai rapporti dell’AIEA e dalle dichiarazioni dei vertici del settore energetico — che l’unica risposta disponibile era l’uscita di scena.

Il contesto: cento giorni di guerra e pressioni crescenti

L’intervista si è svolta in un momento di crescente pressione interna e internazionale. La guerra con l’Iran, entrata nel suo centesimo giorno, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi proclamati inizialmente dall’amministrazione: il programma nucleare iraniano è parzialmente intatto, la marina non convenzionale dei Pasdaran continua a minacciare la navigazione nel Golfo Persico, e i prezzi del carburante negli Stati Uniti restano su livelli storicamente elevati.

Sul fronte interno, il Senato aveva già mancato per soli due voti la soglia per bloccare definitivamente il controverso fondo anti-weaponization — un segnale di resistenza bipartisan che Trump ha scelto di ignorare nell’intervista, rilanciando invece il suo sostegno al progetto. Nel frattempo, i tribunali federali continuano a contrastare la sua applicazione.

La California rappresenta un altro fronte aperto: le primarie del 3 giugno hanno mostrato una tenuta del blocco democratico in uno stato che Trump ambisce a scalfire, e l’accusa di brogli senza prove segue uno schema già visto nelle elezioni del 2020 e del 2024 — un copione che i tribunali americani hanno rigettato decine di volte.

Affermazione di Trump Verdetto La realtà
L’Iran era vicino alla bomba nucleare Falso/Non provato L’intelligence USA (Gabbard, marzo 2025) ha valutato che l’Iran non aveva ancora deciso di costruire armi nucleari
I B-2 hanno “totalmente obliterato” i siti nucleari Esagerato Solo uno dei tre siti principali è stato gravemente danneggiato (rapporto luglio 2025)
“Marina, aeronautica e contraerea iraniane sono andate” Esagerato Circa il 50% della marina non convenzionale (fast boats) resta intatta
“Non ho mai promesso di non fare guerre” Falso In campagna: “Non vi manderò a combattere in guerre straniere stupide”; nel discorso della vittoria: “Non avvierò una guerra”
L’FBI ha condotto manifestanti nel Campidoglio il 6/1 Falso Nessun agente speciale ha guidato nessuno. 4 informatori erano presenti ma senza istruzioni in tal senso (Ispettore Generale DOJ)
Le elezioni in California erano “truccate” Falso Nessuna prova di frode. Il conteggio lento è strutturale: oltre l’80% degli elettori vota per posta
I prezzi del carburante scenderanno subito dopo un accordo Fuorviante ExxonMobil stima 4-6 settimane; ADNOC prevede ritorno ai livelli normali non prima del 2027

Una parabola che si ripete

L’episodio del 8 giugno non è isolato. Trump ha già interrotto o abbandonato interviste in passato quando le domande si facevano scomode, e il suo rapporto con la stampa non allineata è da anni improntato all’ostilità sistematica. Quello che rende l’episodio di Meet the Press diverso è la densità delle falsità documentate in un’unica seduta: dal nucleare iraniano alle elezioni californiane, passando per il 6 gennaio, ogni tema toccato dall’intervista ha rivelato un’affermazione presidenziale smentita da dati verificabili, rapporti governativi o dalle stesse parole pronunciate da Trump in precedenza.

Nel contesto della guerra in corso — con le sue ricadute energetiche, diplomatiche e militari — la distanza tra la narrativa della Casa Bianca e la realtà operativa non è solo un problema di credibilità comunicativa. È una questione di fiducia pubblica in un momento in cui i cittadini americani sopportano prezzi della benzina record e i loro figli tornano dai campi di battaglia del Medio Oriente.

Il microfono calpestato sul pavimento di una fattoria del Wisconsin resterà probabilmente come immagine simbolica di questa fase: un presidente che, messo di fronte alle proprie contraddizioni, sceglie di non rispondere ma di distruggere il mezzo attraverso cui le domande vengono poste.