Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha chiude la porta a qualsiasi proroga dell’accordo con Roma: quando Tirana entrerà nell’Unione europea, le strutture di Shengjin e Gjader non potranno più funzionare come “territorio extraterritoriale” italiano. Un orizzonte che impone al governo Meloni di fare i conti con una scadenza politica e giuridica ravvicinatissima.
Mentre il governo italiano accelera sul rilancio del modello Albania e alla Camera arriva oggi il testo di ratifica del nuovo accordo di cooperazione strategica siglato lo scorso novembre tra Giorgia Meloni ed Edi Rama, da Tirana arriva una doccia fredda che ridisegna i contorni dell’intera operazione: il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha ha dichiarato che l’accordo con l’Italia non verrà rinnovato oltre il 2030, anno entro il quale l’Albania punta ad entrare nell’Unione europea. Una scadenza che trasforma il progetto da strategia strutturale a scommessa a tempo limitato.
Le parole di Hoxha e il loro peso diplomatico
La dichiarazione del ministro Ferit Hoxha, rilasciata alla testata europea Euractiv, è netta e articolata su due livelli distinti. Sul piano procedurale, Hoxha ha ricordato che l’accordo ha una durata di cinque anni e che una proroga non è affatto automatica né scontata. Sul piano politico, ha però aggiunto la motivazione decisiva: non ci sarà alcun rinnovo perché, entro quella data, l’Albania farà parte dell’Unione europea.
«Tutti hanno fatto lo stesso calcolo», ha affermato Hoxha, a sottolineare che la questione non è controversa sul piano interno albanese, ma semplicemente la conseguenza logica del percorso di adesione di Tirana. La chiave dell’intera costruzione giuridica del Protocollo Italia-Albania è la cosiddetta finzione territoriale: le strutture di Shengjin e Gjader, pur fisicamente situate in territorio albanese, sono trattate come un’estensione della giurisdizione italiana – zone di frontiera o di transito equiparate al suolo nazionale. «Una volta che l’Albania entrerà a far parte dell’Ue», ha concluso Hoxha, «non sarà più territorio extraterritoriale, ma territorio dell’Unione Europea».
Il ragionamento è di una semplicità disarmante sul piano giuridico: un Paese membro dell’Ue non può ospitare strutture detentive extraterritoriali di un altro Stato membro, perché il diritto europeo si applicherebbe uniformemente su tutto il territorio dell’Unione. Il modello su cui si regge l’accordo cesserebbe di avere senso nel momento stesso in cui l’Albania varcasse la soglia dell’adesione.
Il protocollo: struttura giuridica e durata prevista
Per comprendere la portata dell’avvertimento di Hoxha è utile ricostruire l’architettura dell’accordo. Il Protocollo Italia-Albania è stato firmato il 6 novembre 2023 a Palazzo Chigi da Giorgia Meloni e dal premier albanese Edi Rama, e ratificato dal Parlamento italiano nel febbraio 2024. Prevede una durata iniziale di cinque anni – dunque fino al 2029 – con rinnovo automatico per ulteriori quinquenni, salvo esplicita disdetta di una delle parti.
Sul piano formale, dunque, il protocollo potrebbe in linea teorica proseguire automaticamente fino al 2034. Ma la dichiarazione di Hoxha equivale a una disdetta anticipata, comunicata con due anni e mezzo di anticipo: Tirana non intende rinnovare. La finestra temporale effettiva dell’accordo si riduce quindi a poco più di tre anni, dall’oggi al 2029, con una coda al massimo fino al 2030 qualora i tempi di adesione albanese subissero ritardi.
Un elemento da non sottovalutare è che il nuovo accordo di cooperazione strategica firmato il 13 novembre 2025 – il cui testo di ratifica arriva oggi alla Camera – non proroga il protocollo del 2023, ma lo «implementa» e rafforza, in vista dell’entrata in vigore del Patto europeo su immigrazione e asilo prevista per giugno 2026. Si tratta dunque di una manutenzione straordinaria di un edificio che, secondo Tirana, ha già la data di demolizione scritta sul muro.
Il parere della Corte Ue: una vittoria a termine
Il quadro si complica ulteriormente se si considera lo sviluppo giuridico più recente. Lo scorso 23 aprile 2026, l’avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Unione europea Nicholas Emiliou ha pubblicato le sue conclusioni sul caso intentato da due migranti trasferiti in Albania che si erano opposti al trattenimento. Il parere – accolto trionfalmente da Giorgia Meloni sui social come conferma della validità «della strada che abbiamo indicato» – stabilisce che, in linea di principio, il protocollo Italia-Albania e la relativa normativa italiana sono compatibili con il diritto dell’Unione europea.
È una notizia importante, ma va letta con attenzione. L’avvocato generale non emette sentenza: fornisce una soluzione giuridica orientativa ai giudici della Corte, che restano liberi di discostarsi. E la compatibilità è condizionata a un requisito fondamentale: tutti i diritti individuali e le garanzie riconosciuti ai migranti dal sistema europeo comune di asilo devono essere pienamente tutelati. Il parere elenca una serie precisa di condizioni:
- Diritto all’assistenza legale durante l’intera procedura
- Accesso all’assistenza linguistica
- Possibilità di contatti con familiari e autorità competenti
- Per minori e persone vulnerabili: accesso a assistenza medica e all’istruzione
- Garanzia del diritto di accesso a un giudice e a un riesame tempestivo per evitare trattenimenti illegittimi
Emiliou precisa inoltre che il diritto dell’Ue «non impedisce a uno Stato membro di istituire un centro di trattenimento per i rimpatri al di fuori del suo territorio», ma che quello Stato «resterebbe obbligato a rispettare tutte le garanzie previste dall’Ue». E chiarisce che la norma che consente ai richiedenti protezione di restare in uno Stato membro finché le loro domande sono in esame «non conferisce loro il diritto di essere riportati nel territorio di quello Stato»: un punto su cui il governo italiano aveva spesso battuto nella polemica con i tribunali italiani.
Meloni esulta, ma il merito non è ancora definito
La presidente del Consiglio ha commentato il parere di Emiliou parlando di «due anni persi a causa di letture giudiziarie forzate e infondate» e annunciando la volontà di andare avanti «con serietà, coraggio e soluzioni concrete». La reazione è comprensibile sul piano politico: per un governo che ha costruito su questo dossier una parte rilevante della propria identità, qualsiasi segnale favorevole dall’Europa è stato strumentalmente amplificato.
Sul piano sostanziale, però, la situazione resta incerta. Il parere dell’avvocato generale non è vincolante e la sentenza definitiva della CGUE non è ancora stata emessa. Nel frattempo, rimane aperto un secondo rinvio pregiudiziale che mette in discussione non le procedure applicate nei centri albanesi, ma la legittimità stessa del protocollo come strumento giuridico. Una sentenza negativa su questo secondo fronte vanificherebbe anche il parziale ottimismo suscitato dal parere di Emiliou.
Il ruolo del percorso europeo dell’Albania
La questione della mancata proroga va dunque inserita nel contesto più ampio del percorso di adesione albanese all’Ue. Tirana ha avviato formalmente i negoziati di adesione nel 2022 e i progressi nell’allineamento normativo sono stati ritenuti sufficienti per una prospettiva di ingresso entro il 2030, sebbene i calendari in questo ambito siano tradizionalmente scivolosi.
Il punto sollevato da Hoxha introduce una riflessione strategica che trascende il dossier migranti: l’Albania è, allo stesso tempo, il partner privilegiato dell’Italia su questo tema e un candidato che si avvicina all’ingresso nell’Unione. Le due identità sono strutturalmente incompatibili, almeno nella forma attuale dell’accordo. Un Paese membro non può essere territorio di esternalizzazione per un altro Paese membro: il diritto europeo, le Carte dei diritti fondamentali e i regolamenti sull’asilo valgono allo stesso modo su entrambe le sponde dell’Adriatico.
È esattamente questo il «calcolo» a cui si riferisce Hoxha: tutti sanno che il modello ha una data di scadenza scritta nel percorso storico dell’Albania, indipendentemente dalle volontà politiche di Roma o Tirana.
Tre anni per far funzionare ciò che non ha mai funzionato davvero
L’equazione che il governo Meloni si trova a dover risolvere è dunque questa: far funzionare – in meno di tre anni, e nel rispetto di condizioni giuridiche più stringenti di quelle finora applicate – strutture che nei loro primi due anni di vita hanno ospitato numeri irrisori rispetto alle previsioni.
Il bilancio dell’operazione al momento conta circa 650 milioni stanziati per cinque anni più altri 70 milioni nella manovra 2026, a fronte di decine di trasferimenti effettivi invece delle migliaia attese. Il governo si appresta a varare, entro giugno, un decreto per riportare i centri alla loro funzione originaria di hub per le procedure di frontiera accelerate, abbandonando la veste di CPR assunta dal marzo 2025. L’arrivo del Patto europeo, con la lista comune dei Paesi di origine sicuri, dovrebbe ridurre il numero di ricorsi accolti dai tribunali, rendendo più fluido il meccanismo.
Ma anche nell’ipotesi ottimistica – sentenza favorevole della CGUE, Patto europeo pienamente operativo, centri riconvertiti e funzionanti – resterebbe un punto fermo: l’orologio sta girando. E a Tirana lo sanno bene.

