The dark side of the moon: Artemis II supera il lato nascosto della Luna e stabilisce il record di distanza dalla Terra

Nella notte tra il 6 e il 7 aprile 2026, i quattro astronauti a bordo della capsula Orion “Integrity” hanno completato il flyby lunare, stabilendo un nuovo primato assoluto e regalando all’umanità immagini storiche del lato che nessun essere umano aveva mai visto così da vicino.

Era uno dei momenti più attesi dell’intero programma spaziale dell’era moderna. Nella notte italiana tra il 6 e il 7 aprile 2026, sei giorni dopo il lancio dal Kennedy Space Centre in Florida, la capsula Orion “Integrity” con a bordo i quattro astronauti di Artemis II ha compiuto il flyby lunare, sorvolando la Luna a distanza ravvicinata e attraversando per la prima volta nella storia il suo lato nascosto con una missione umana. Il risultato è un primato senza precedenti: 406.000 chilometri di distanza dalla Terra, superando di circa 6.600 chilometri il record finora detenuto dalla missione Apollo 13 nel 1970.


 

Un viaggio iniziato il 1° aprile, verso la Luna e verso la storia

La missione Artemis II è decollata nella notte del 1° aprile 2026, con un ritardo di circa undici minuti rispetto alla finestra di lancio prevista, causato da due problemi tecnici temporanei. A bordo della capsula Orion, ribattezzata “Integrity”, si trovano quattro astronauti che rappresentano una svolta epocale nell’esplorazione spaziale: il comandante Gregory Reid Wiseman, il pilota Victor Glover, la specialista di missione Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen, primo astronauta non americano a partecipare a una missione con destinazione lunare.

Il programma Artemis, coordinato dalla NASA con il supporto dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e dell’Agenzia Spaziale Canadese (CSA), rappresenta il ritorno dell’umanità verso la Luna dopo oltre cinquant’anni dall’ultima missione Apollo. Questa volta, tuttavia, non è previsto un allunaggio: Artemis II segue una traiettoria a orbita di rientro libero, progettata per far compiere alla navicella un arco attorno alla Luna sfruttando la gravità del satellite per poi tornare naturalmente verso la Terra, senza necessità di grandi manovre propulsive aggiuntive.


 

Il giorno più atteso: il flyby del 6 aprile

Il cuore della missione era il flyby lunare, il sorvolo ravvicinato della Luna, pianificato per il sesto giorno di volo. I preparativi sono iniziati già nelle prime ore del mattino italiano del 6 aprile, quando il motore del Modulo di Servizio Europeo (ESM) si è acceso per affinare la traiettoria di Orion verso il satellite. La giornata è iniziata con un messaggio speciale destinato all’equipaggio: la voce registrata del leggendario pilota dell’Apollo 8, Jim Lovell, scomparso poco prima della missione, ha svegliato i quattro astronauti con le parole: “Benvenuti in quella che un tempo era la mia zona”, aggiungendo un invito a godere del panorama in uno dei giorni più intensi della loro vita.

Alle 19.57 ora italiana, la capsula Orion ha dato inizio al flyby vero e proprio, avvicinandosi progressivamente alla superficie lunare. Secondo le rilevazioni della NASA, il punto di massimo avvicinamento alla superficie lunare è stato raggiunto a una distanza di circa 6.550 chilometri, un sorvolo così ravvicinato da permettere all’equipaggio di osservare a occhio nudo dettagli geologici mai così nitidi per un essere umano nello spazio.


 

Il record: 406.000 km dalla Terra, più lontano di chiunque altro nella storia

Pochi minuti dopo l’una del mattino del 7 aprile, ora italiana, la capsula Orion ha raggiunto il punto più distante dalla Terra mai toccato da esseri umani: 406.000 chilometri, equivalenti a circa 252.760 miglia. Un traguardo che supera di 6.600 chilometri il precedente primato stabilito dall’equipaggio dell’Apollo 13 nel 1970, durante il drammatico rientro d’emergenza che, per un’avaria al bordo, aveva portato la navicella a circumnavigare la Luna senza potervi atterrare.

Ad annunciare il primato con visibile orgoglio è stato Jared Isaacman, amministratore della NASA, con un post sui social: “Artemis II ha raggiunto la sua massima distanza dalla Terra. Sul lato nascosto della Luna, a 406.000 chilometri di distanza, Reid, Victor, Christina e Jeremy hanno viaggiato più lontano dalla Terra di qualsiasi altro essere umano nella storia.”


 

Il lato oscuro: 40 minuti di silenzio e tensione

Il momento più carico di suspense dell’intera missione è stato il passaggio della capsula Orion dietro la Luna, ovvero sul lato nascosto rispetto alla Terra. Come previsto dalla traiettoria di volo, la navicella è entrata in una zona di blackout radio durata circa 40 minuti: il corpo della Luna, frapponendosi fisicamente tra Orion e la Terra, ha schermato completamente i segnali con la Deep Space Network, la rete di antenne giganti che la NASA utilizza per comunicare con i veicoli spaziali nelle missioni di esplorazione profonda.

Vale la pena chiarire un equivoco comune: l’espressione “lato oscuro della Luna” non significa che quella faccia sia perennemente immersa nel buio. Il termine indica semplicemente la faccia nascosta rispetto al punto di osservazione terrestre, ovvero l’emisfero lunare che non è mai rivolto verso la Terra. Questo fenomeno è causato dalla rotazione sincrona: la Luna impiega esattamente lo stesso tempo a ruotare su se stessa e a compiere un’orbita attorno alla Terra, cosicché ci mostra sempre lo stesso emisfero. Anche il lato nascosto riceve luce solare esattamente come quello visibile. La differenza, però, è nella morfologia: mentre il lato visibile è ricco di distese basaltiche chiamate “mari”, il lato nascosto è dominato da terreno montuoso e da una densità elevatissima di crateri, il che lo rende geologicamente ancora più affascinante.

Prima di perdere il segnale con il centro di controllo di Houston, il pilota di missione Victor Glover ha pronunciato parole che probabilmente entreranno nei libri di storia dell’astronautica: “Continueremo a sentire il vostro amore dalla Terra, e a tutti voi laggiù sulla Terra e in tutto il mondo, vi amiamo dalla Luna.” La risposta del centro di controllo è stata sobria ma profonda: “Houston ha ricevuto. Ci vediamo dall’altra parte.”


 

Ritorno del segnale e le parole di Christina Koch

 

Alle 19.24 ora americana, la capsula Orion è emersa dal lato nascosto della Luna e la Deep Space Network ha ristabilito il contatto con l’equipaggio. Il primo tono di voce a giungere sulla Terra è stato quello della specialista di missione Christina Koch: “È fantastico poter sentire di nuovo la Terra”, ha detto l’astronauta, aggiungendo una riflessione destinata a risuonare ben oltre questa missione: “Sceglieremo sempre la Terra, ci sceglieremo sempre gli uni con gli altri.”

Gli astronauti hanno poi riferito delle loro osservazioni durante il transito sul lato nascosto. Il comandante Wiseman ha descritto di aver recitato una breve preghiera prima di immergersi nelle osservazioni scientifiche. Glover, a sua volta, ha condotto registrazioni sistematiche della superficie lunare, mentre l’equipaggio nel suo insieme ha puntato le proprie strumentazioni su alcune delle formazioni geologiche più importanti della faccia nascosta, tra cui il bacino di Hertzsprung, un cratere con un diametro di circa 600 chilometri, situato a nord-ovest del bacino Orientale.


 

L’eclissi solare: uno spettacolo irripetibile

Subito dopo il ripristino delle comunicazioni, l’equipaggio ha assistito a uno spettacolo rarissimo: un’eclissi solare della durata di circa 60 minuti, durante la quale la Luna ha oscurato completamente il Sole. Un’eclissi totale, ma visibile solo dalla loro prospettiva nello spazio profondo – e impossibile da osservare dalla Terra.

In quei minuti, i quattro astronauti hanno potuto studiare la corona solare, lo strato più esterno dell’atmosfera del Sole, che si fa visibile solo durante le eclissi totali. Hanno anche monitorato possibili lampi prodotti dall’impatto di meteoroidi sulla superficie lunare, dati preziosi per comprendere i rischi potenziali per le future missioni che prevedono un allunaggio.

Le parole di Victor Glover davanti allo spettacolo della corona solare sono state tra le più evocative dell’intera missione: “Probabilmente gli esseri umani non si sono evoluti per vedere ciò che stiamo vedendo. È davvero difficile da descrivere. È incredibile.”


 

I target scientifici: 30 formazioni geologiche mappate

Prima del flyby, il team scientifico della NASA aveva inviato all’equipaggio una lista finale di 30 obiettivi di osservazione sulla superficie lunare. Tra i principali:

  • Il Bacino Orientale, un cratere di quasi 1.000 chilometri di diametro che si estende sia sul lato visibile che su quello nascosto, formatosi 3,8 miliardi di anni fa in seguito a un impatto di grandi dimensioni. Le sue caratteristiche topografiche – anelli concentrici, terreno fratturato – ne fanno uno dei siti geologici più importanti dell’intero sistema solare interno.
  • Il Bacino di Hertzsprung, più antico e più eroso di Orientale, situato sul lato nascosto, ha offerto all’equipaggio un confronto diretto tra due epoche diverse dell’evoluzione geologica della Luna.

 

Due nuovi nomi per la Luna: “Integrity” e “Carroll”

Nel corso del flyby, gli astronauti di Artemis II hanno formulato una proposta destinata a lasciare un segno permanente nella cartografia lunare: il nome di due crateri precedentemente senza denominazione ufficiale.

Il primo ha ricevuto la proposta di chiamarsi “Integrity”, in omaggio alla stessa capsula Orion e al nome scelto dall’equipaggio per la missione. Il secondo porta il nome di “Carroll”, in memoria di Carroll Taylor Wiseman, la moglie scomparsa del comandante Reid Wiseman. Le due proposte sono state formalmente trasmesse alla International Astronomical Union (IAU), l’organismo internazionale che ha la competenza esclusiva di assegnare nomi alle formazioni celesti: la decisione definitiva arriverà dopo la conclusione della missione.


 

La telefonata di Trump e il ritorno verso casa

Poche ore dopo il ristabilimento delle comunicazioni, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha contattato l’equipaggio per congratularsi del primato appena stabilito. Nel corso della chiamata, Trump ha detto ai quattro astronauti: “Oggi avete fatto la storia e avete reso l’America davvero orgogliosa.” Ha poi posto domande sull’esperienza del lato oscuro e sulla sensazione di perdere il contatto con la Terra, chiudendo con una promessa: “Non vedo l’ora di vedervi nello Studio Ovale. Vi chiederò gli autografi.”

Nel corso della chiamata è stato anche menzionato il contributo canadese alla missione, con un riferimento all’astronauta Jeremy Hansen e ai legami politici e spaziali tra Stati Uniti e Canada, in un momento in cui le relazioni bilaterali attraversano una fase complessa.

Con il flyby completato, la capsula Orion ha avviato la fase di rientro verso la Terra. L’ammaraggio nell’Oceano Pacifico, al largo di San Diego, in California, è previsto per il 10 aprile 2026, alle 20.07 ora locale (le 2.06 del mattino dell’11 aprile in Italia). Team di recupero della Marina americana sono già pronti nell’area di operazione.


 

Il contributo europeo e italiano

Non è solo una storia americana. Artemis II è una missione profondamente internazionale, e l’Italia ha un ruolo tutt’altro che marginale. Il Modulo di Servizio Europeo (ESM) che alimenta la capsula Orion è stato realizzato dall’ESA e include i quattro pannelli solari prodotti da Leonardo, la grande azienda italiana di difesa e aerospazio, che forniscono alla navicella l’energia necessaria per l’intera missione.


 

Verso Artemis IV: il futuro inizia adesso

Artemis II non è un punto d’arrivo, ma una tappa fondamentale di un percorso molto più ambizioso. I dati raccolti durante il flyby – le misurazioni del comportamento della capsula, le osservazioni geologiche, le registrazioni delle comunicazioni in blackout, i parametri biomedici dell’equipaggio in condizioni di spazio profondo – saranno analizzati nei mesi successivi per preparare Artemis IV, la missione che per la prima volta dal 1972 riporterà esseri umani a camminare sulla superficie lunare.

L’eredità di Artemis II è dunque doppia: da un lato, un primato assoluto di distanza dalla Terra che fa sentire più vicino il futuro dell’esplorazione del sistema solare; dall’altro, un promemoria potente e necessario che il confine tra l’audacia tecnologica e la fragilità umana è sottile, e che le parole pronunciate a 406.000 chilometri di distanza da casa – “Ci vediamo dall’altra parte” – continuano a riverberare ben oltre le frequenze radio della Deep Space Network.