La proposta di Fratelli d’Italia riaccende il dibattito sul contante: un emendamento alla Manovra 2026 introduce il limite di 10mila euro e un’imposta di bollo da 500 euro per i pagamenti cash tra 5mila e 10mila. Critiche dall’opposizione, che parla di “regalo agli evasori”.
La decisione del governo di portare a 10mila euro il tetto per l’utilizzo dei contanti segna un cambio di passo netto nella politica economica italiana. L’emendamento, voluto da Fratelli d’Italia e inserito nella Manovra 2026, prevede una nuova soglia per i pagamenti cash, accompagnata da un’imposta di bollo di 500 euro per operazioni comprese tra i 5mila e i 10mila euro. Una misura che, nelle intenzioni dei proponenti, dovrebbe “armonizzare” la normativa italiana con quella europea e consentire un maggiore margine di libertà per cittadini e imprese.
Ma sul piano politico e sociale, il provvedimento ha scatenato un’ondata di polemiche. Le opposizioni denunciano un favore agli evasori, accusando il governo di indebolire la lotta all’economia sommersa in un Paese dove evasione fiscale e lavoro nero rappresentano ancora un’enorme voragine di risorse sottratte al bilancio pubblico.
Un provvedimento che riapre vecchie ferite
Il limite all’uso del contante in Italia è stato più volte modificato nel corso degli anni, oscillando tra periodi di rigore e fasi più permissive. Dalla soglia di mille euro introdotta nel 2011 dal governo Monti, si è passati ai 3mila euro del governo Renzi, ai 2mila fissati nel 2020, fino ai 5mila stabiliti dal governo Meloni nel 2023. Ora, l’obiettivo di portarlo a 10mila euro segna la soglia più alta degli ultimi vent’anni.
FdI difende la proposta sottolineando che la soglia europea antiriciclaggio è proprio di 10mila euro e che dunque l’Italia “si limita” ad allinearsi agli standard UE. L’imposta di bollo, secondo i proponenti, avrebbe lo scopo di monitorare i flussi di contante, mantenendo una forma di tracciabilità.
Critiche e rischi: l’opposizione parla di “via libera al nero”
Il fronte progressista boccia la misura senza mezzi termini. Dal Partito Democratico ad Alleanza Verdi Sinistra, passando per Più Europa, il giudizio è unanime: “una scelta che va nella direzione opposta alla trasparenza”.
Molti osservatori sottolineano come il contante sia lo strumento privilegiato dell’evasione e del riciclaggio, e che alzare il tetto non possa che favorire transazioni opache, difficilmente controllabili.
Le parole di Francesco Boccia (PD) sintetizzano il malcontento del centrosinistra: “Aumentare il tetto al contante è un regalo all’illegalità, non ai cittadini onesti”. Sulla stessa linea Angelo Bonelli (Avs): “È un incentivo all’economia in nero, un passo indietro nella lotta all’evasione e al riciclaggio”.
Anche numerosi economisti hanno espresso dubbi sull’efficacia del bollo come deterrente. Un’imposta fissa di 500 euro per transazioni di 10mila euro viene giudicata sproporzionata e potenzialmente regressiva, poiché pesa di più su chi effettua pagamenti di importo minore (ad esempio 5 o 6mila euro) e incide poco sui grandi movimenti di denaro.
Un Paese diviso tra libertà di spesa e bisogno di legalità
Il dibattito sul contante in Italia non è solo tecnico, ma profondamente culturale. Da un lato, chi difende la misura la considera un modo per restituire libertà ai cittadini e ridurre la dipendenza da circuiti elettronici che impongono commissioni e vincoli bancari.
Dall’altro, chi si oppone la interpreta come un passo indietro nella modernizzazione del Paese, che rischia di minare la trasparenza dei flussi economici e di isolare l’Italia rispetto alle strategie digitali europee.
La questione assume un valore simbolico: mentre la sanità pubblica soffre di carenze croniche, i salari stagnano e la crescita resta debole, il governo viene accusato di concentrare l’attenzione su misure che non migliorano la vita quotidiana della maggioranza, ma agevolano chi già dispone di liquidità elevata.
Il “bollo speciale”: un compromesso che convince poco
La “flat tax sul contante”, come l’hanno ribattezzata alcuni esperti, introduce un principio controverso: chi paga in contanti sopra una certa soglia deve versare un’imposta fissa, indipendentemente dall’importo preciso.
In teoria, si tratterebbe di un meccanismo di disincentivo; nella pratica, rischia di trasformarsi in un pedaggio per l’anonimato. Pagando 500 euro, chi vuole evitare i pagamenti elettronici può continuare a usare il contante per somme considerevoli, senza che ciò comporti alcuna tracciabilità effettiva.
Gli stessi funzionari del Mef avrebbero espresso dubbi sulla complessità del sistema di controllo, basato su fatture cartacee contrassegnate e registrate manualmente. Un metodo che, secondo diversi esperti fiscali, “rappresenta un passo indietro in termini di digitalizzazione e trasparenza”.
La reazione del governo: “Nessun favore agli evasori”
Il vicepremier Antonio Tajani ha difeso la proposta, assicurando che “non si tratta di un regalo agli evasori ma di una misura di equilibrio”. Secondo il leader di Forza Italia, la soglia di 10mila euro “non cambia la sostanza dei controlli” e “non significa che tutto sia permesso in contanti”.
Il governo, nel frattempo, prepara un maxiemendamento complessivo alla Manovra, con l’obiettivo di chiudere entro fine anno la partita delle modifiche in Senato.
Un segnale politico più che economico
Al di là dell’impatto reale, la misura invia un messaggio politico chiaro: la destra italiana intende riaffermare la libertà di usare il contante come scelta individuale.
Ma, osservano gli analisti, in un Paese dove oltre 100 miliardi di euro l’anno sfuggono al fisco, la libertà di spendere in contanti rischia di coincidere con la libertà di non farsi controllare.
E a pagare il prezzo, ancora una volta, sono i contribuenti che le tasse le pagano fino all’ultimo centesimo.
