Teheran sotto la pioggia nera: raid su raffinerie, crisi della successione e conflitto che si allarga

Al nono giorno di guerra, Usa e Israele colpiscono cinque impianti petroliferi nella capitale iraniana. Allarme tossicità, le autorità ordinano ai dieci milioni di abitanti di restare in casa. Intanto l’Assemblea degli Esperti ha individuato il successore di Khamenei, ma Israele minaccia di colpire chiunque partecipi alla nomina.

La mattina dell’8 marzo 2026 si è aperta con uno scenario apocalittico per i quasi dieci milioni di abitanti di Teheran: il cielo oscurato da dense colonne di fumo nero, l’aria carica di idrocarburi, e una pioggia scura e oleosa che ha iniziato a cadere sulla capitale. Sono le conseguenze dirette dei raid condotti nella notte da Stati Uniti e Israele contro cinque impianti petroliferi nella città e nelle zone limitrofe. Il conflitto, entrato nel suo nono giorno, continua ad allargare il perimetro della devastazione, con attacchi che si moltiplicano in Libano, Kuwait, nello Stretto di Hormuz e persino a Oslo.


La pioggia nera su Teheran: un’emergenza ambientale senza precedenti

Alle prime luci del mattino, molti residenti della capitale iraniana hanno creduto che le loro sveglie si fossero fermate: fuori era ancora buio, come se la notte non fosse mai finita. Le auto percorrevano le strade con i fari accesi alle 10:30 ora locale, lungo Valiasr Street, una delle arterie principali di Teheran. Non era notte: era il fumo.

Gli attacchi aerei di Usa e Israele hanno colpito nella notte cinque siti strategici per l’industria petrolifera iraniana: quattro depositi di stoccaggio e un centro di distribuzione di prodotti petroliferi tra Teheran e la provincia di Alborz. Tra i bersagli più devastati figura la raffineria di Shahran, situata all’interno della capitale, mostrata in fiamme da numerosi video circolati online. A darne conferma è stato l’amministratore delegato della National Iranian Oil Products Distribution Company, Keramat Veyskarami, che tuttavia ha assicurato che le riserve di benzina del Paese sono ancora sufficienti e che gli incendi sono stati domati.

L’impatto ambientale, però, è di proporzioni drammatiche. La Mezzaluna Rossa iraniana ha diramato un’allerta di emergenza sanitaria, avvertendo la popolazione che nell’atmosfera sono state rilevate quantità significative di idrocarburi tossici, ossidi di zolfo e azoto, rilasciati dagli incendi. Questi composti, trasportati dalle nuvole di fumo, si sono combinati con l’umidità dell’aria generando una pioggia acida di colore scuro che ha già iniziato a depositarsi su vaste zone della città. La Protezione civile ha ordinato a tutti i residenti di rimanere in casa, chiudere le finestre e, per chi avesse inalato le particelle di fuliggine oleosa presenti nel fumo, di fare gargarismi con acqua salata.

I danni materiali sono visibili ovunque: le finestre degli edifici vicini agli impianti petroliferi sono state distrutte dall’onda d’urto delle esplosioni, mentre a decine di chilometri di distanza i residenti hanno trovato i balconi ricoperti da un misto di pioggia e chiazze di carburante. Secondo la Mezzaluna Rossa iraniana, dall’inizio del conflitto — scoppiato il 28 febbraio — gli attacchi statunitensi e israeliani hanno danneggiato circa 10mila strutture civili in tutto il Paese. Si tratta, per la prima volta dall’inizio del conflitto, di un’infrastruttura industriale civile deliberatamente presa di mira.

Un testimone oculare nella zona ha descritto così la notte degli attacchi: le esplosioni hanno illuminato il cielo in modo mai visto prima, in uno scenario che sembrava la fine del mondo.


400 obiettivi colpiti in 24 ore: la campagna aerea israeliana si intensifica

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) ha reso noto che nelle ultime 24 ore l’aviazione israeliana ha completato un’ondata estesa di attacchi, colpendo oltre 400 obiettivi nell’ovest e nel centro dell’Iran. Tra i bersagli figurano lanciatori di missili balistici, siti di produzione di armamenti e, per la prima volta, la flotta di cacciabombardieri F-14 conservata nell’aeroporto di Isfahan. Secondo l’agenzia iraniana Tasnim, nell’attacco a Isfahan sarebbero rimaste uccise almeno undici persone.

L’esercito israeliano ha dichiarato di aver anche smantellato il quartier generale delle Forze Spaziali dei Pasdaran a Teheran, che fungeva da centro di ricezione e trasmissione per l’agenzia spaziale affiliata all’esercito iraniano. Nelle stesse ore, le IDF hanno risposto a quattro ondate di lancio di missili balistici provenienti dall’Iran, segnalando che nel centro di Israele sei civili sono rimasti feriti per frammenti di missili caduti su Tel Aviv, con una persona in gravi condizioni.

La distribuzione di carburante nella capitale è stata temporaneamente sospesa a causa dei danni alla rete di rifornimento: lo ha comunicato il governatore di Teheran.


La successione di Khamenei: accordo raggiunto, ma Israele minaccia i candidati

Uno degli sviluppi politicamente più rilevanti della giornata riguarda la questione della successione alla guida suprema della Repubblica Islamica. L’ayatollah Ali Khamenei è stato eliminato in un raid israeliano nelle prime fasi del conflitto, e da allora l’Assemblea degli Esperti è al lavoro per individuare un successore.

Domenica mattina, due membri dell’Assemblea hanno confermato che un consenso di maggioranza è stato raggiunto. Il membro Mohsen Heydari, rappresentante della provincia del Khuzestan, ha dichiarato all’agenzia Isna che il candidato più idoneo è stato individuato. Un altro componente, Mohammad Mehdi Mirbagheri, ha confermato in un video diffuso dall’agenzia Fars che la decisione riflette la volontà della maggioranza dell’organismo. Il nome, tuttavia, non è ancora stato reso pubblico ufficialmente.

Secondo fonti dell’Assemblea, il candidato era stato indicato dallo stesso Khamenei prima della sua morte, con un criterio singolare: avrebbe dovuto essere una figura “odiata dal nemico”. Un membro ha rivelato che persino gli Stati Uniti avevano citato quel nome — un riferimento velato che sembra puntare verso Mojtaba Khamenei, figlio del defunto leader supremo, già definito “inaccettabile” dal presidente Donald Trump.

Proprio Trump ha ribadito che la nuova Guida Suprema “non durerà a lungo senza l’approvazione degli Stati Uniti”, intervenendo all’emittente Abc News nel mezzo delle trattative. Nel frattempo, l’Idf ha pubblicato un avvertimento diretto in lingua farsi su X: chiunque intenda partecipare alla riunione di selezione del successore sarà considerato un bersaglio militare. Il post recitava esplicitamente che il “lungo braccio dello Stato di Israele continuerà a perseguire il successore e chiunque tenti di nominarlo”.

Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervistato da Nbc, ha dichiarato che “nessuno sa” ancora con certezza chi sarà la nuova Guida Suprema, e ha ribadito la posizione di Teheran sul conflitto: questa guerra non è stata scelta dall’Iran, ma è stata imposta dagli Stati Uniti e da Israele. “È immotivata, ingiustificata e illegale”, ha affermato.


Il fronte si allarga: Libano, Kuwait, Hormuz e Oslo

Il conflitto continua a espandersi ben oltre i confini dell’Iran, moltiplicando i fronti di crisi in tutto il Medio Oriente e persino in Europa.

Libano: nella notte tra il 7 e l’8 marzo, un attacco aereo israeliano ha colpito un hotel nel centro di Beirut, causando la morte di almeno quattro persone e il ferimento di altre dieci. L’IDF ha dichiarato di aver preso di mira la periferia meridionale della città, roccaforte di Hezbollah, ma l’impatto si è esteso al centro urbano. Separatamente, un blitz delle forze israeliane nel villaggio di Nabi Sheet, nella Bekaa orientale, condotto per recuperare i resti di un pilota abbattuto, ha provocato secondo Beirut almeno 41 vittime. Le autorità libanesi hanno comunicato che oltre 517mila persone sono state sfollate a causa dei raid aerei israeliani, di cui più di 117mila accolte in centri di accoglienza.

Kuwait: attacchi di droni iraniani hanno preso di mira l’aeroporto internazionale di Kuwait City nelle prime ore del mattino, colpendo i serbatoi di carburante della struttura. Un edificio governativo gestito dall’Istituto per la Sicurezza Sociale ha preso fuoco dopo essere stato centrato da detriti di un drone abbattuto dall’esercito kuwaitiano. Le autorità hanno dichiarato che l’incendio è ora sotto controllo.

Stretto di Hormuz: un rimorchiatore battente bandiera degli Emirati Arabi Uniti, il Musaffah 2, è affondato nello Stretto di Hormuz dopo un’esplosione che ha scatenato un incendio a bordo. Il ministero degli Esteri indonesiano ha confermato la scomparsa di tre marinai di nazionalità indonesiana. Un quarto connazionale è ricoverato con ustioni in un ospedale di Khasab, in Oman. È in corso un’indagine da parte delle autorità locali.

Oslo: un’esplosione ha danneggiato l’ingresso dell’ambasciata americana nella capitale norvegese. Le autorità non hanno escluso l’ipotesi terroristica. Nessun ferito è stato segnalato.


Gli Emirati e la questione del coinvolgimento regionale

Tra i nodi più intricati della giornata figura la questione del presunto coinvolgimento militare degli Emirati Arabi Uniti contro l’Iran. I media israeliani, tra cui Channel 12, hanno riportato che gli Emirati avrebbero condotto per la prima volta un attacco contro un impianto di desalinizzazione iraniano — interpretato come un segnale di deterrenza al regime di Teheran.

Abu Dhabi ha però smentito categoricamente. Un alto funzionario emiratino, Rashid Al Nuaimi, presidente della Commissione per la difesa del Consiglio nazionale federale, ha definito le notizie “fake news”, aggiungendo che quando gli Emirati compiono un’azione militare, “hanno il coraggio di annunciarlo”. Nel comunicato ufficiale del ministero della Difesa di Abu Dhabi si legge che i sistemi di difesa aerea hanno rilevato e distrutto 16 dei 17 missili balistici lanciati verso il territorio nazionale, mentre un drone si è schiantato in mare. Dei 117 droni rilevati, 113 sono stati intercettati e distrutti, mentre quattro hanno raggiunto il suolo emiratino.

La questione resta aperta: secondo fonti israeliane, esiste comunque “una reale possibilità che gli Emirati si uniscano al conflitto in modo limitato” qualora gli attacchi iraniani si intensifichino ulteriormente.


La resistenza iraniana e la posizione delle potenze internazionali

Nonostante la pressione militare senza precedenti, l’Iran non mostra segni di cedimento. Il portavoce del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Pasdaran), Ali Mohammad Naini, ha dichiarato che le forze armate iraniane sono in grado di sostenere “almeno sei mesi di intensa guerra al ritmo attuale delle operazioni”. Teheran ha inoltre annunciato che lo Stretto di Hormuz è chiuso esclusivamente alle navi americane e israeliane, lasciando libero il transito agli altri Paesi.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si è scusato con i Paesi vicini per i danni collaterali degli attacchi iraniani, precisando però che la Repubblica Islamica sarà costretta a rispondere se continuerà a essere attaccata.

Sul versante statunitense, il presidente Donald Trump non esclude l’invio di truppe di terra in Iran — una misura che potrebbe avere come obiettivo dichiarato il sequestro dell’uranio arricchito iraniano. “Tutto è sul tavolo, tutto”, ha affermato. Secondo il New York Times, che cita fonti anonime, il Dipartimento di Stato americano starebbe anche aggirando il Congresso per vendere bombe ad Israele, una mossa che ha generato polemiche nell’opposizione democratica.

A livello internazionale, Papa Francesco ha espresso costernazione per le notizie provenienti dal Medio Oriente, invocando il silenzio delle armi. Da Pechino, la Cina ha ribadito che questa guerra “non doveva scoppiare”. La Cina ha un interesse diretto nel conflitto, essendo uno dei principali acquirenti del petrolio iraniano.

Il conflitto ha già prodotto un esodo di proporzioni enormi anche per i cittadini italiani nella regione: il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha reso noto che circa 25mila italiani sono stati rimpatriati dalle zone di guerra, mentre oltre 100mila connazionali si trovano ancora nelle aree più colpite.


Il quadro della guerra dopo nove giorni

Fronte Evento principale Vittime/Danni
Iran (Teheran) Raid USA-Israele su 5 impianti petroliferi; pioggia acida 10mila strutture civili danneggiate dall’inizio del conflitto
Iran (Isfahan) Distruzione flotta F-14 israeliana Almeno 11 morti (fonte Tasnim)
Libano (Beirut) Raid israeliano su hotel nel centro città 4 morti, 10 feriti; 517mila sfollati totali
Kuwait Attacchi droni su aeroporto e edificio governativo Danni strutturali, incendio domato
Stretto di Hormuz Affondamento rimorchiatore emiratino Musaffah 2 3 marinai dispersi, 1 ferito grave
Italia Rimpatri in corso 25mila rientrati, oltre 100mila ancora in zona
Oslo Esplosione vicino ambasciata USA Danni materiali, nessun ferito

Il conflitto in Medio Oriente sembra lontano da qualsiasi soluzione diplomatica. Le minacce israeliane ai candidati alla successione di Khamenei, l’ipotesi americana di truppe di terra, la chiusura parziale di Hormuz e la destabilizzazione del Golfo disegnano uno scenario di guerra totale che nessuno, per ora, sembra in grado — o in volontà — di fermare.