Dopo l’intervista a Bloomberg che la definisce “il volto nuovo italiano”, la prima cittadina genovese non si tira indietro: “Non sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione”
Il nome di Silvia Salis circola con insistenza crescente nei corridoi della politica nazionale. La sindaca di Genova, 40 anni, ex lanciatrice di martello olimpica e prima cittadina del capoluogo ligure eletta con il sostegno del centrosinistra, è diventata in poche settimane uno dei nomi più discussi come potenziale sfidante di Giorgia Meloni alle prossime elezioni politiche. E oggi, in un’intervista rilasciata all’agenzia Bloomberg, ha fatto un passo in avanti decisivo: senza smentire e senza confermare, ha lasciato aperta la porta.
L’intervista a Bloomberg che ha acceso il dibattito
È la grande stampa finanziaria internazionale a far esplodere il caso. Bloomberg, una delle testate più influenti al mondo in materia di economia e politica, ha dedicato un lungo servizio a Silvia Salis, descrivendola apertamente come “il volto nuovo italiano e possibile candidata anti Giorgia Meloni”. Il pezzo è firmato dal corrispondente in Italia Donato Mancini, e l’intervista si è svolta direttamente nell’ufficio di rappresentanza del Palazzo Doria Tursi di Genova, sede storica del Comune.
La domanda che tutti si pongono, Bloomberg l’ha posta direttamente: sarebbe disposta a candidarsi contro Giorgia Meloni? La risposta di Salis è stata misurata ma inequivocabile: “Sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione. Quest’attenzione nazionale mi lusinga”.
Non è una candidatura. Non è nemmeno un’apertura formale. Ma nel linguaggio della politica italiana, è già qualcosa di significativo.
Il contesto: il referendum sulla giustizia e il centrosinistra galvanizzato
Lo sfondo su cui si colloca l’ascesa di Salis è quello del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026, conclusosi con una netta sconfitta per il governo Meloni. Bloomberg lo sottolinea in apertura del suo pezzo: la battuta d’arresto referendaria del centrodestra “sta galvanizzando l’opposizione italiana”, che ora vede concreta la possibilità di tornare al potere.
Il voto referendario ha avuto un effetto immediato sulle intenzioni di voto: secondo la rilevazione BiDiMedia del 31 marzo 2026, Fratelli d’Italia ha perso 0,6 punti percentuali rispetto alla settimana precedente, attestandosi al 28,3%, pur mantenendo la prima posizione tra i partiti italiani. Il Partito Democratico si conferma secondo con il 22,4%, mentre il Movimento 5 Stelle cresce al 12,9%. Forza Italia è stabile al 7,4%, con Alleanza Verdi e Sinistra in avvicinamento al 7,1%.
Ma il dato più sorprendente riguarda i test sui leader. Nel confronto diretto tra Giorgia Meloni e Silvia Salis, la premier si fermerebbe al 51,1% delle preferenze, contro il 48,9% della sindaca ligure. Un distacco minimo, inferiore a tre punti percentuali, che rende Salis l’avversaria più competitiva in campo. Da notare anche l’affluenza stimata al 59% in questo scenario, la più alta tra tutte le ipotesi considerate: un segnale della capacità di mobilitazione che la figura di Salis sembrerebbe in grado di generare.
Chi è Silvia Salis: dal lancio del martello alla poltrona di sindaco
Silvia Salis non è una politica di professione nel senso tradizionale del termine. Nata nel 1985, ha avuto una lunga carriera sportiva come lanciatrice di martello, partecipando ai Giochi Olimpici e diventando vicepresidente del CONI. La sua entrata in politica è avvenuta alle elezioni comunali di Genova, dove si è candidata come figura indipendente vicina al centrosinistra, con un solido sostegno del Partito Democratico locale.
Ha vinto la sfida per la poltrona di sindaco del capoluogo ligure, insediandosi nel rinascimentale Palazzo Doria Tursi, un edificio del Cinquecento che ospita la sede del Comune. Bloomberg la paragona, nel suo percorso, a Giuseppe Conte: anche lui, prima di diventare presidente del Consiglio nel 2018, era un avvocato e accademico senza esperienza politica diretta, soprannominato dai detrattori “Signor Nessuno”. La scalata dall’oscurità al vertice del potere, osserva la testata americana, non è certo inedita nella politica italiana recente.
Il suo profilo è quello di una candidata che punta a superare le divisioni tradizionali tra le forze progressiste. Come spiega lei stessa nell’intervista, la sua strategia consiste nel “contrastare la narrazione di Meloni incentrata sulle battaglie culturali” mentre costruisce la propria reputazione a livello nazionale.
Il posizionamento politico: progressista, ma non di partito
Nel colloquio con Bloomberg, Salis ha delineato con chiarezza la propria visione politica: “Sono una candidata progressista che crede fermamente che sviluppo economico e giustizia sociale possano coesistere”. Una posizione che si contrappone nettamente al centrodestra: “Questo governo di destra non è stato in grado di realizzare né l’uno né l’altro, rendendo infelici sia i pochi che i molti. Il che, di per sé, è già un grande risultato”.
La frase finale è una stilettata politica non priva di ironia: il governo Meloni, nella lettura di Salis, ha avuto il merito involontario di scontentare contemporaneamente le élite e le classi popolari, creando così le condizioni per un’alternativa trasversale.
Il suo profilo, civico e istituzionale, sembra studiato apposta per attrarre consensi al di là dei confini tradizionali del centrosinistra. Non a caso, anche figure come Matteo Renzi l’hanno indicata come possibile punto di sintesi per un’aggregazione più ampia, capace di unire il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e le forze centriste.
Primarie sì o no: il nodo irrisolto del campo largo
Uno degli aspetti più delicati della questione riguarda il metodo con cui il centrosinistra sceglierà il proprio candidato premier. Sul tema delle primarie, Salis è rimasta fedele a una posizione già espressa in precedenza: no alle primarie. La sindaca di Genova le ha definite “divisive”, perché “darebbero alla destra argomenti per attaccarci sulle nostre differenze”.
Una posizione che non è isolata. Anche il presidente del PD Stefano Bonaccini ha invitato alla prudenza, sostenendo che la coalizione debba prima “dimostrare di essere non una coalizione contro, ma un’alternativa”, con proposte chiare e comprensibili, prima di concentrarsi sullo strumento per scegliere il leader.
Il modello che Salis sembra auspicare è diverso: una candidatura unitaria e consensuale, frutto di un accordo tra le forze del campo largo, senza passare dalla competizione interna delle primarie. “Di fronte a una richiesta unificante non posso dire che non la prenderei nemmeno in considerazione, sarebbe una bugia”, ha risposto alla domanda insistente di Bloomberg su cosa accadrebbe se le venisse chiesta direttamente la candidatura.
Una condizione, quella dell'”unità”, che appare allo stesso tempo come una garanzia di serietà e come un modo per non bruciarsi in uno scontro intestino prima ancora di cominciare la campagna vera e propria.
Gli altri nomi in campo: Schlein, Conte, Ruffini
Il nome di Salis non è l’unico che circola nel dibattito sul futuro del centrosinistra. Tra i candidati più discussi figurano anche la segretaria del PD Elly Schlein, il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, e l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini.
Sia Schlein che Conte, subito dopo i risultati del referendum, avevano aperto alla possibilità di primarie, posizione poi più sfumata nei giorni successivi. Un sondaggio YouTrend di dicembre 2025 aveva indicato Conte come il potenziale leader più insidioso per Meloni, davanti ad Antonio Decaro e a Salis stessa. Tuttavia, le rilevazioni più recenti post-referendum sembrano aver cambiato le gerarchie, con la sindaca di Genova che scala posizioni nei test di gradimento.
La partita è dunque ancora apertissima. Il campo largo non ha ancora un leader riconosciuto, né un metodo di selezione condiviso. Quello che è certo è che, per la prima volta da tempo, l’opposizione sembra avere una pluralità di figure credibili da cui scegliere.
La risposta del centrodestra e la tenuta di Meloni
Dal lato della maggioranza, la reazione alle dichiarazioni di Salis è stata sostanzialmente di fredda attenzione. La premier Giorgia Meloni ha già dichiarato in più occasioni di voler guidare l’esecutivo fino alla fine della legislatura, escludendo tanto rimpasti quanto dimissioni. La sconfitta al referendum è stata metabolizzata come un incidente di percorso, non come un segnale di crisi strutturale.
Fratelli d’Italia rimane il primo partito in Italia con oltre il 28% delle intenzioni di voto. La coalizione di governo, pur con le sue tensioni interne, mantiene una maggioranza solida in Parlamento. Le prossime elezioni politiche sono previste per il 2027, e il tempo per costruire un’alternativa credibile c’è, ma non è illimitato.
La sindaca di Genova lo sa bene. E probabilmente è anche per questo che, nelle ultime settimane, ha iniziato a muoversi con una frequenza crescente sul palcoscenico nazionale, costruendo visibilità e capitale politico in modo metodico.
Genova come laboratorio politico
Nel frattempo, Salis continua a lavorare come sindaca di Genova, un ruolo che le permette di testare sul campo la propria capacità di governare e di costruire consenso. La città ligure è diventata in qualche modo un laboratorio politico osservato con attenzione da tutto il centrosinistra: capire se il modello genovese – indipendente, pragmatico, attento allo sviluppo economico senza abbandonare la giustizia sociale – possa essere replicato a livello nazionale è una delle grandi domande della politica italiana del momento.
Le prossime settimane diranno molto. Il centrosinistra è chiamato a trovare una sintesi tra le diverse anime che lo compongono. E il nome di Silvia Salis, che fino a pochi mesi fa era noto soprattutto in Liguria e negli ambienti dello sport, è oggi sulle pagine di Bloomberg e nelle discussioni dei principali strateghi politici italiani.
Un’ascesa rapida, costruita con pazienza. Una disponibilità dichiarata a candidarsi, ma solo se richiesta in modo unitario. Un profilo che incuriosisce l’opinione pubblica e preoccupa – almeno un po’ – la premier in carica.

