A Écône, in Svizzera, la Fraternità San Pio X ignora l’ultimo appello di Leone XIV e ripete, 38 anni dopo, il gesto che portò alla scomunica di Marcel Lefebvre
La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha varcato la soglia che la separava da un nuovo scisma. Il 1° luglio 2026, nel seminario di Écône, in Svizzera, sono stati consacrati quattro nuovi vescovi senza il mandato pontificio, nonostante l’appello personale di Papa Leone XIV a fermarsi. L’atto comporta la scomunica automatica dei consacranti e dei consacrati, riaprendo una ferita che il cattolicesimo pensava, almeno in parte, di aver rimarginato.
Cosa è successo a Écône
La cerimonia si è svolta nel luogo che più di ogni altro rappresenta l’identità della Fraternità: il seminario internazionale di Écône, fondato dallo stesso Marcel Lefebvre. Il celebrante principale è stato monsignor Alfonso de Galarreta, con monsignor Bernard Fellay come co-consacrante: entrambi sono tra i quattro vescovi ordinati illecitamente nel 1988, segno della continuità simbolica che i lefebvriani hanno voluto imprimere al gesto. I quattro nuovi vescovi sono don Pascal Schreiber (svizzero), don Michael Goldade (statunitense), don Michel Poinsinet de Sivry e don Marc Hanappier (entrambi francesi). Secondo le cronache, alla cerimonia hanno assistito oltre 17mila fedeli, con diretta streaming trasmessa in tutto il mondo.
La consacrazione episcopale senza autorizzazione della Santa Sede è disciplinata dal canone 1387 del Codice di Diritto Canonico, che prevede la scomunica latae sententiae, cioè automatica, sia per chi consacra sia per chi riceve la consacrazione, senza che sia necessario un decreto formale della Chiesa per farla scattare. La comunicazione ufficiale della Santa Sede, che formalizza quanto già avvenuto sul piano canonico, è attesa nelle prossime ore o nei prossimi giorni.
Chi sono i lefebvriani
I lefebvriani sono i membri e i fedeli legati alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (conosciuta anche con la sigla Fsspx, o Sspx in inglese), un movimento tradizionalista cattolico che prende il nome dal suo fondatore, monsignor Marcel Lefebvre. Nato a Tourcoing, in Francia, nel 1905, Lefebvre fu sacerdote della Congregazione dello Spirito Santo, missionario in Gabon e poi arcivescovo in Senegal, oltre che delegato apostolico nell’Africa francofona. Divenuto una delle voci più critiche verso le riforme introdotte dal Concilio Vaticano II — dall’abbandono della messa in latino alla dichiarazione Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa — Lefebvre fondò la Fraternità il 1° novembre 1970 a Friburgo, come società di vita comune senza voti, con l’obiettivo dichiarato di garantire una formazione sacerdotale fedele alla tradizione preconciliare.
Inizialmente riconosciuta dalla Santa Sede, la Fraternità entrò presto in rotta di collisione con Roma. Nel 1975 le autorità ecclesiastiche revocarono il riconoscimento canonico dell’organizzazione e ne ordinarono la soppressione; Lefebvre contestò la decisione e continuò le attività del seminario di Écône. Nel 1976, in violazione del divieto vaticano, ordinò i primi sacerdoti formati nella Fraternità e fu sospeso a divinis, perdendo l’autorizzazione a esercitare il ministero. Da lì in avanti la Fraternità proseguì come struttura parallela, celebrando esclusivamente la messa tridentina e respingendo pubblicamente quelli che Lefebvre definiva gli orientamenti “neo-modernisti e neo-protestanti” della Chiesa postconciliare.
Oggi la Fraternità è presente in oltre 70 Paesi nel mondo. Le stime più recenti, riportate da diverse fonti, parlano di circa 700-730 sacerdoti, oltre 250 seminaristi, circa 250 suore oblate, un centinaio di fratelli professi e quasi mezzo milione di fedeli a livello globale. Dopo la morte di Lefebvre, la guida della Fraternità è passata a monsignor Bernard Fellay, mentre dall’11 luglio 2018 il superiore generale è il sacerdote italiano don Davide Pagliarani.
Il precedente del 1988
Quanto accaduto oggi ha un precedente diretto, che gli osservatori vaticani hanno richiamato costantemente nei giorni scorsi. Il 30 giugno 1988, esattamente 38 anni fa, Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza l’autorizzazione di Papa Giovanni Paolo II: Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e lo stesso Alfonso de Galarreta, che oggi ha agito da celebrante principale nella nuova consacrazione. Nei giorni successivi la Santa Sede dichiarò la scomunica di Lefebvre, del co-consacrante Antônio de Castro Mayer e dei quattro nuovi vescovi. Giovanni Paolo II definì l’atto una “disobbedienza grave” e lo qualificò formalmente come “atto scismatico”.
La Fraternità ha sempre sostenuto una lettura diversa dei fatti: secondo la sua posizione ufficiale, la consacrazione del 1988 sarebbe stata un atto di disobbedienza ma non un vero scisma, poiché si trattava di vescovi ausiliari e Lefebvre non aveva mai messo in discussione l’autorità del Papa in quanto tale. La posizione della Santa Sede e della maggioranza dei canonisti resta però un’altra: quella consacrazione — come quella di oggi — costituisce un atto scismatico sanzionato con la scomunica automatica, pur senza la creazione formale di una Chiesa separata con una propria struttura dottrinale alternativa.
Il tentativo di riconciliazione con Benedetto XVI
Dopo la morte di Lefebvre e di de Castro Mayer nel 1991, i rapporti tra Roma e la Fraternità restarono a lungo gelidi, fino a una svolta significativa durante il pontificato di Benedetto XVI. Nel 2007 Joseph Ratzinger firmò il motu proprio Summorum Pontificum, che liberalizzava la celebrazione della messa preconciliare secondo il rito tridentino: un gesto letto ampiamente come un’apertura verso il mondo lefebvriano. Nel 2009 Benedetto XVI decise poi di rimettere la scomunica ai quattro vescovi consacrati nel 1988, nella speranza di favorire un pieno ritorno della Fraternità nella comunione cattolica.
La revoca della scomunica fu accompagnata da un caso che sollevò polemiche a livello internazionale: emerse infatti che monsignor Richard Williamson, uno dei quattro vescovi riabilitati, era anche un negazionista dell’Olocausto, suscitando critiche pubbliche verso lo stesso Papa Ratzinger per i tempi e le modalità della decisione.
Nonostante l’apertura, il percorso verso la piena riconciliazione non si è mai concluso. Nel 2008 la Santa Sede aveva proposto alla Fraternità cinque clausole per un rientro in comunione, che non furono accettate. Il nodo di fondo è rimasto sempre lo stesso: l’accettazione integrale del Concilio Vaticano II, in particolare sui temi della libertà religiosa, dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, a partire dal documento Nostra Aetate sui rapporti con ebrei e musulmani. Un’adesione che la Fraternità non ha mai voluto sottoscrivere senza riserve. Nel 2019 Papa Francesco soppresse la Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, che per anni si era occupata del dossier lefebvriano, trasferendo la questione al Dicastero per la Dottrina della Fede.
L’ultimo appello di Leone XIV
Nei mesi precedenti alle consacrazioni di Écône, Papa Leone XIV ha moltiplicato i tentativi di dialogo. Già il 13 maggio 2026 il Dicastero per la Dottrina della Fede, guidato dal prefetto Victor Manuel Fernández, aveva lanciato un avvertimento formale: le ordinazioni episcopali annunciate senza mandato pontificio avrebbero costituito un atto scismatico con scomunica automatica.
Il 24 giugno la Fraternità ha risposto pubblicando una “Professione di fede cattolica” indirizzata al Papa e ai cardinali, in cui dichiarava di accettare la fede degli apostoli ma elencava tra gli “errori da respingere” liberalismo, indifferentismo, modernismo, ecumenismo e laicismo — una lista che, di fatto, comprende diversi orientamenti maturati dopo il Concilio Vaticano II.
Il gesto più significativo è arrivato il 29 giugno, solennità dei Santi Pietro e Paolo, quando Leone XIV ha inviato una lettera personale al superiore generale don Davide Pagliarani, rendendola pubblica il giorno successivo. Il tono, definito dagli osservatori vaticani “drammatico” e insolitamente accorato per un documento pontificio, si è aperto con un riconoscimento: la Chiesa, ha scritto il Papa, riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone legate alla Fraternità. Ma ha chiesto, con parole dirette, di fermarsi: “Vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi”.
Il Papa ha insistito soprattutto su un argomento pastorale: un atto scismatico avrebbe reso illeciti — e in alcuni casi persino invalidi — i sacramenti amministrati dalla Fraternità, in particolare confessione e matrimonio, privando i fedeli lefebvriani della piena ricezione della vita sacramentale. Leone XIV ha definito la comunione ecclesiale come la “Tunica inconsutile di Cristo”, affermando che lacerarla costituisce “un peccato di estrema gravità”, e ha affidato l’esito della vicenda al Cuore Immacolato di Maria.
La risposta di don Pagliarani, arrivata nel pomeriggio dello stesso giorno, ha ringraziato il Papa per la “sollecitudine paterna” ma non ha annunciato alcun passo indietro. Il superiore generale ha chiesto piuttosto la benedizione del Pontefice sulla scelta della Fraternità, ricordando le “migliaia di anime” che secondo lui avrebbero ritrovato la fede cattolica grazie all’apostolato lefebvriano, e ha espresso la convinzione che “un giorno tutte le difficoltà tra la Santa Sede e la Fraternità saranno risolte”. Parlando con i giornalisti nei giorni precedenti, lo stesso Leone XIV aveva anticipato l’esito che si è poi verificato: “Per la Chiesa la divisione è un punto doloroso, ma loro non accettano certi elementi fondamentali della Chiesa […]. Se fanno questa scelta mi dispiace, ma noi dobbiamo andare avanti”.
Cosa comporta lo scisma sul piano pratico
Sul piano canonico, la scomunica latae sententiae colpisce automaticamente i due vescovi consacranti (Galarreta e Fellay) e i quattro nuovi vescovi consacrati, senza bisogno di un provvedimento formale della Santa Sede per avere effetto immediato. È importante distinguere alcuni livelli:
- I sacerdoti della Fraternità restano tecnicamente sospesi, cioè privati dell’autorizzazione a esercitare legittimamente il ministero, ma non scomunicati in quanto tali.
- I fedeli che partecipano alle messe della Fraternità non sono automaticamente scomunicati: secondo chiarimenti della stessa Santa Sede, possono assolvere il precetto festivo assistendo a una messa lefebvriana senza commettere peccato per questo solo fatto.
- La validità dei sacramenti, però, cambia proprio in ragione dello scisma: confessioni e matrimoni celebrati da sacerdoti della Fraternità rischiano di risultare non solo illeciti ma, in alcuni casi, anche invalidi, poiché la giurisdizione necessaria per amministrarli validamente dipende dalla comunione con la Chiesa di Roma.
È proprio su questo punto che Leone XIV ha insistito di più nella sua lettera: non tanto sulla sanzione in sé, quanto sul danno spirituale concreto che l’atto scismatico produce sui fedeli che, in buona fede, si affidano alla Fraternità per la propria vita sacramentale.
Un nodo dottrinale mai risolto
Al centro dello scontro tra Roma e i lefebvriani resta lo stesso dossier che si è aperto oltre mezzo secolo fa: il rapporto con il Concilio Vaticano II. La Fraternità contesta in particolare i documenti conciliari su libertà religiosa, ecumenismo, dialogo interreligioso e il rapporto della Chiesa con la modernità. Nella sua visione, la “vera” Chiesa cattolica coinciderebbe con quella che i lefebvriani chiamano la “Roma eterna”, cioè la Tradizione precedente alle aperture conciliari, mentre le riforme degli ultimi sessant’anni rappresenterebbero uno scivolamento verso posizioni incompatibili con la fede cattolica.
Per la Santa Sede, al contrario, l’integrale riconoscimento del Concilio Vaticano II resta una condizione non negoziabile per qualsiasi percorso di piena riconciliazione. È un nodo che, come dimostra la vicenda di Écône, la Chiesa non è riuscita a sciogliere in quasi quarant’anni, attraverso quattro pontificati diversi: da Giovanni Paolo II, che dichiarò lo scisma nel 1988, a Benedetto XVI, che tentò l’apertura più significativa remittendo la scomunica nel 2009, fino a Francesco e ora Leone XIV, che si trova a gestire la crisi più grave dagli anni Ottanta proprio nei primi anni del suo pontificato, dedicato fin dall’inizio al tema dell’unità dei cristiani.


