Sedici anni dopo il proclama intimidatorio nel processo Spartacus, la Corte d’Appello di Roma ribadisce la colpevolezza per le minacce a Roberto Saviano e Rosaria Capacchione
Una sentenza attesa da oltre quindici anni conferma che le parole possono ferire quanto le armi: la Corte d’Appello di Roma ha ratificato le condanne a Francesco Bidognetti, storico capoclan dei Casalesi, e a Michele Santonastaso, l’avvocato che diede voce alla minaccia, per aver intimidito in aula lo scrittore Roberto Saviano e la giornalista Rosaria Capacchione. Il verdetto, un anno e sei mesi per il boss e un anno e due mesi per il legale, rafforza l’idea che colpire chi racconta la Camorra equivale ad attaccare la libertà di tutti.
Il caso Spartacus: origini di un messaggio intimidatorio
Il 13 marzo 2008, durante una delle udienze del maxi-processo Spartacus celebrato a Napoli, l’avvocato Santonastaso lesse un documento firmato da Bidognetti e indirizzato ai giudici. In apparenza era un invito a «far bene il proprio lavoro»; in realtà, parole dal sapore di monito mafioso verso chi — come Saviano e Capacchione — stava demolendo con i fatti la narrazione di impunità del clan. Quell’atto pubblico fu immediatamente interpretato dagli inquirenti come un tentativo di condizionare la stampa, un “avviso” tipico della formula camorrista: colpire uno per educarne cento.
Dal primo grado alla conferma in appello
- 24 maggio 2021 – Il Tribunale di Roma emette la prima sentenza di condanna, riconoscendo l’aggravante del metodo mafioso.
- 14 luglio 2025 – La Corte d’Appello respinge i ricorsi, confermando integralmente pene e aggravanti.
- Prossimo passo – Entro novanta giorni saranno depositate le motivazioni; la difesa potrà valutare un ricorso in Cassazione, ultimo grado di giudizio.
Chi è Francesco Bidognetti: il boss che sfidò lo Stato
Per comprendere la portata simbolica della sentenza, occorre ricordare la figura di Francesco “Cicciotto ‘e Mezzanotte” Bidognetti. Storico leader dei Casalesi, già condannato all’ergastolo in Spartacus, Bidognetti è considerato uno degli artefici della trasformazione imprenditoriale della Camorra casertana. Il suo potere si fonda tanto sulla violenza quanto sul controllo del territorio e dell’informazione: zittire i giornalisti significava legittimare l’omertà e preservare i flussi di denaro illecito provenienti da rifiuti, edilizia e racket.
Il ruolo di Michele Santonastaso
Non meno rilevante la posizione dell’avvocato Santonastaso. Quella mattina del 2008 egli non fu un semplice difensore, ma lo strumento giuridico attraverso cui il clan cercò di dare forma legale alla propria intimidazione. Ai giudici che gli contestavano la natura minacciosa del messaggio, il penalista rispose con la dottrina dell’«esercizio del diritto di difesa». La magistratura, tuttavia, ha stabilito che trasformare la difesa in un megafono di minacce costituisce un abuso, aggravato dall’appartenenza a un contesto mafioso.
Le lacrime di Saviano: “Mi hanno rubato la normalità”
Al momento della lettura del dispositivo in aula, Roberto Saviano, 45 anni, è scoppiato in un pianto liberatorio. «Sedici anni per un semplice sì o no sono un’eternità — ha confidato ai cronisti — ma oggi la Camorra deve incassare l’ennesima sconfitta: non è riuscita a spegnere la luce dell’informazione». Lo scrittore vive sotto scorta dal 2006, da quando il bestseller “Gomorra” squarciò il velo sugli affari del clan. In quasi vent’anni, Saviano ha cambiato città, abitudini, perfino il modo di guardare il mondo: «Quando qualcuno ti vuole morto, ogni gesto quotidiano diventa strategia di sopravvivenza».
Rosaria Capacchione, l’altra voce mai piegata
Spesso nell’ombra, ma non meno determinata, la cronista Rosaria Capacchione fu la prima a svelare le dinamiche economiche dietro l’ascesa dei Casalesi. Oggi commenta: «La sentenza non ci restituisce il tempo perduto, ma sancisce che la verità giornalistica è più forte della paura». Capacchione, divenuta parlamentare nelle file del PD tra il 2013 e il 2018, ha proseguito la sua battaglia con inchieste e denunce, ricevendo numerose minacce telefoniche e lettere anonime.
Un verdetto che parla alla libertà di stampa
Colpire un giornalista equivale a colpire il diritto dei cittadini a essere informati. È il principio ribadito con forza dalla Corte, che ha definito la stampa «baluardo democratico contro le mafie». Secondo l’ultimo rapporto di Reporter senza Frontiere, l’Italia occupa il 46º posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa, ma i casi di violenze e minacce restano alti: 241 episodi monitorati soltanto nel 2024, il 34% dei quali con modalità mafiosa.
Dati chiave sulle minacce ai cronisti in Italia (2020-2024)
- 1.095 intimidazioni registrate dal Ministero dell’Interno
- 278 giornalisti sotto scorta (dato 2024)
- 4 regioni — Campania, Sicilia, Lazio, Calabria — concentrate il 72% dei casi
- 65 provvedimenti giudiziari definitivi
La normativa italiana e le sue criticità
L’ordinamento prevede l’aggravante dell’art. 416-bis.1 per i reati commessi con metodo mafioso. Tuttavia, tempi processuali e protezione delle vittime restano punti deboli:
- Lunghezza dei procedimenti: la media per i reati di minaccia aggravata è di 6 anni per arrivare a sentenza definitiva.
- Misure di tutela: scorte e vigilanza dinamica spesso non bastano a garantire una vita normale ai bersagli.
- Risarcimenti: simbolici e inadeguati rispetto ai danni morali e professionali subiti.
Organizzazioni come FNSI e Articolo 21 sollecitano da tempo riforme sui tempi processuali e tutele economiche per chi, costretto alla scorta, vede compromessa la propria attività professionale.
Il prezzo umano della scorta
Vivere sotto protezione non è soltanto una questione di sicurezza. Significa:
- Limitazioni di movimento: gli “spostamenti protetti” impongono itinerari prestabiliti e tempi rigidi.
- Isolamento sociale: impossibilità di condurre una vita pubblica normale.
- Stress psicologico: la percezione costante di pericolo incide su salute mentale e relazioni affettive.
Saviano lo descrive come «una stanza di vetro»: puoi vedere il mondo, ma non toccarlo.
I precedenti giurisprudenziali
Questo caso si affianca a sentenze come:
- Caso Casamonica (2017) – Condanna per minacce al giornalista Federico Ruffo.
- Caso ‘Ndrangheta e Lirio Abbate (2010) – Conferma in Cassazione dell’aggravante mafiosa.
- Caso Spada-Ostia (2022) – Pena a 7 anni per l’aggressione al reporter Daniele Piervincenzi.
Ogni volta, i tribunali hanno ribadito che la minaccia mafiosa ai media è reato plurioffensivo: danneggia la vittima diretta e la collettività.
Reazioni del mondo politico e istituzionale
- Presidente della Repubblica: messaggio di «solidarietà ai cronisti e fermezza dello Stato».
- Ministro della Giustizia: «Occorre potenziare i fondi per la protezione dei giornalisti minacciati».
- Commissione parlamentare antimafia: audizione straordinaria per discutere misure di contrasto.
Focus sulla Camorra casertana oggi
Nonostante colpi durissimi, il clan Casalesi mantiene ancora frange operative attive nel traffico di rifiuti e nell’edilizia privata. Il rapporto della DIA evidenzia una tendenza alla mimesi imprenditoriale: prestanome puliti, società estere, interposizione fittizia. Proprio per questo, la narrazione giornalistica resta strumento di controllo sociale fondamentale.
Cronologia sintetica degli eventi principali
| Anno | Evento | Impatto |
|---|---|---|
| 2006 | Pubblicazione di “Gomorra” | Saviano sotto scorta |
| 2008 | Proclama intimidatorio in aula | Apertura fascicolo DDA |
| 2021 | Prima sentenza di condanna | Riconosciuto metodo mafioso |
| 2025 | Conferma in Appello | Pene definitive salvo Cassazione |
Cosa succede adesso
- Deposito motivazioni entro il 12 ottobre 2025.
- Valutazione ricorso: la difesa entro 45 giorni può proporre impugnazione.
- Eventuale pronuncia della Corte di Cassazione nel 2026.
- Processo civile per quantificare i danni subiti dalle parti civili.
Conclusione: un segnale oltre le mura del tribunale
**La conferma delle condanne a Francesco Bidognetti e Michele Santonastaso segna un punto fermo nella tutela della libertà di stampa e nella lotta alla Camorra: dimostra che la giustizia, pur tra lentezze e complessità, può arrivare a difendere chi illumina le zone d’ombra del Paese. Per Saviano, Capacchione e per migliaia di cronisti minacciati ogni anno, il verdetto non è solo la fine di un processo, ma la consacrazione di un principio: la parola non si piega alla paura.

