Il premier spagnolo replica duramente alle minacce del presidente americano: niente basi, nessuna complicità. E Bruxelles si schiera con Madrid.
La Spagna non cederà. Di fronte alle minacce di Donald Trump — che ha annunciato lo stop agli scambi commerciali con Madrid dopo il rifiuto di utilizzare le basi militari spagnole per attaccare l’Iran — il premier Pedro Sánchez ha risposto con parole nette e senza margine di ambiguità: “Non saremo complici per paura di rappresaglie”. Una presa di posizione che ha riacceso il dibattito in tutta Europa sul ruolo del Vecchio Continente in un conflitto che si allarga di ora in ora.
La risposta di Sánchez: “No alla guerra, siamo contrari a questo disastro”
Il capo del governo spagnolo non ha lasciato spazio a interpretazioni. In un discorso ufficiale rilasciato al Palazzo della Moncloa, Pedro Sánchez ha riassunto in pochi concetti la posizione di Madrid: “La posizione del governo si riassume in: no alla guerra“. E ancora: “Siamo contrari a questo disastro”. Una formula diretta, pronunciata davanti alle telecamere, che risuona come una risposta pubblica e formale alle pressioni della Casa Bianca.
Sánchez ha precisato che la sua non è una posizione isolata: quella di essere contrari al conflitto in Iran è una posizione condivisa da “molti altri governi” e da “milioni di cittadini in tutta Europa, Nord America e Medio Oriente che non vogliono più guerre o più incertezza nel futuro”. Il premier spagnolo si è anche detto consapevole che qualcuno potrebbe accusare Madrid di ingenuità, ma ha risposto con una controargomentazione netta: “Ciò che è ingenuo è pensare che la violenza sia la soluzione”.
In modo esplicito, Sánchez ha inoltre distinto tra la condanna al regime di Teheran e la critica all’intervento militare. Il governo spagnolo “condanna il regime iraniano che reprime e uccide vilmente i suoi cittadini, in particolare le donne”, ha detto, “ma allo stesso tempo rifiutiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica”. Ha anche aggiunto: “Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra, perché così iniziano i disastri dell’umanità”.
La Spagna ha rivolto un appello diretto alle parti in causa: “Questa crisi ci colpisce ed esigiamo tutta la risoluzione da parte degli Stati Uniti, Iran e Israele perché cessino le ostilità prima che sia troppo tardi”.
Il no alle basi militari di Rota e Morón
Al cuore della disputa tra Madrid e Washington c’è una questione concreta e militare: il rifiuto della Spagna di concedere l’utilizzo delle sue basi militari di Rota e Morón, in Andalusia, per le operazioni aeree statunitensi contro l’Iran. Il ministro degli Esteri José Manuel Albares aveva già chiarito che quelle strutture “non sono né saranno usate per alcunché che vada al di là dell’accordo bilaterale o che non sia coperto dalla Carta dell’ONU”.
Le conseguenze pratiche non si sono fatte attendere: i comandi militari americani hanno spostato almeno 15 aerei militari dalla Spagna verso la base di Ramstein in Germania, che ha invece garantito la propria disponibilità. La ministra della Difesa spagnola Margarita Robles ha chiarito che “gli aerei cisterna che erano di stanza a Morón e a Rota non hanno condotto né condurranno alcuna azione di supporto” e che gli americani “probabilmente avranno deciso in modo sovrano di andarsene verso altre basi”.
Una posizione che la Spagna aveva già reso esplicita dal primo giorno dei bombardamenti, quando Sánchez — ancora il 28 febbraio — aveva scritto su X: “Respingiamo l’azione militare unilaterale di Stati Uniti e Israele, che rappresenta un’escalation e contribuisce a un ordine internazionale più incerto e ostile. Respingiamo anche le azioni del regime iraniano e della Guardia Rivoluzionaria. Non possiamo permetterci un’altra guerra prolungata e devastante in Medio Oriente”.
L’attacco di Trump: “Stop al commercio con la Spagna”
La risposta di Donald Trump non si è fatta attendere. In occasione di un punto stampa con il Cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Casa Bianca, il presidente americano ha sferrato un attacco diretto a diversi leader europei considerati “poco collaborativi”. Dopo aver elogiato la Germania — “è stata ottima” — e il segretario generale della Nato Mark Rutte — “è fantastico” — Trump ha puntato il dito contro Spagna e Gran Bretagna, definendo il comportamento dei rispettivi governi “terribile”.
Il leader americano ha quindi annunciato una misura economica punitiva: “Ho detto a Bessent di interrompere il commercio con la Spagna. Non vogliamo avere nulla a che fare con loro”. Scott Bessent è il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, e il riferimento rende chiaro che la minaccia ha carattere ufficiale e non solo retorico.
Trump ha anche richiamato un altro punto di attrito con Madrid: la Spagna sarebbe, secondo il presidente americano, “l’unico Paese della Nato a rifiutarsi di aumentare le spese militari al 5%”. Una critica che, in realtà, appare parzialmente inesatta: negli ultimi due anni, Madrid ha già raddoppiato la propria spesa per la difesa, portandola dall’1 al 2% del PIL. Sánchez ha tuttavia escluso un ulteriore aumento in linea con le richieste di Trump e di Rutte. Lo stesso Merz, durante l’incontro alla Casa Bianca, avrebbe dichiarato di stare cercando di “convincere” la Spagna ad aumentare la spesa almeno al 3 o 3,5% del PIL.
La Spagna isolata in Europa, ma sostenuta da Bruxelles
Dal punto di vista europeo, Madrid si ritrova in una posizione peculiare: unica tra i grandi Paesi dell’UE ad aver condannato senza ambiguità l’attacco militare statunitense e israeliano a Teheran. Francia, Germania e Gran Bretagna si sono limitate a una dichiarazione congiunta in cui definiscono “sproporzionati” gli attacchi iraniani di rappresaglia, senza però fare alcun riferimento all’intervento di Washington e Tel Aviv. Berlino ha addirittura ammesso di essere stata avvertita in anticipo dell’operazione.
La Spagna, invece, ha mantenuto una posizione critica e coerente sin dal primo momento. Un approccio che, secondo alcuni osservatori, ha motivazioni sia di principio che politiche: per Sánchez, guidare uno scontro frontale con Trump equivale a consolidare la propria credibilità presso l’elettorato di sinistra, in un momento in cui molti altri leader europei appaiono in cerca di equilibrismi.
La Commissione Europea ha però risposto schierandosi a difesa di Madrid. Il vice portavoce Olof Gill ha dichiarato che Bruxelles è “pronta ad agire” per difendere gli interessi dell’UE, “in piena solidarietà con tutti gli Stati membri, inclusa la Spagna”. Il portavoce ha sottolineato che “gli scambi commerciali tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti sono profondamente integrati e reciprocamente vantaggiosi” e che “salvaguardare queste relazioni, soprattutto in un momento di crisi globale, è più importante che mai ed è chiaramente nell’interesse di entrambe le parti”. La Commissione ha anche ricordato che UE e USA hanno concluso un importante accordo commerciale nel 2025.
Anche la Presidenza di turno del Consiglio UE, attualmente affidata a Cipro — che ha subito anch’essa le conseguenze degli attacchi iraniani nella regione — ha ribadito il principio di solidarietà tra gli Stati membri.
Il quadro più ampio: l’Europa ai margini di una guerra non voluta
La crisi diplomatica tra Spagna e Stati Uniti si inserisce in un quadro più complesso: quello di un’Europa che si è ritrovata esclusa dalla pianificazione del conflitto. Secondo quanto emerso, gli alleati europei — ad eccezione della Germania — non sono stati informati dell’operazione militare prima del suo avvio. Una circostanza che ha messo in evidenza il ruolo marginale del Vecchio Continente nelle decisioni strategiche globali.
Le reazioni dei leader europei appaiono contraddittorie: Merz ha teso a giustificare le scelte americane, affermando che gli USA “stanno facendo il lavoro che l’Europa non è in grado di fare”; Macron ha concentrato l’attenzione sull’Ucraina, evitando dichiarazioni dirette sull’Iran; Sánchez ha scelto la strada della critica aperta, accettando le conseguenze diplomatiche ed economiche che ne derivano.
Sul fronte militare e geopolitico, intanto, il conflitto si allarga. Israele ha aperto un fronte anche in Libano; droni iraniani hanno colpito consolati statunitensi nella regione; lo Stretto di Hormuz è sotto pressione, con ripercussioni attese sui prezzi del petrolio, del gas e delle materie prime a livello globale.
La posizione della Spagna — e il confronto sempre più teso con Washington — rischia dunque di essere soltanto il primo capitolo di una crisi transatlantica destinata ad approfondirsi.

