Salvini Su I24news: “diritto Di Difendersi”, Gaza E La Postura Dell’italia

Salvini alla tv israeliana, parole che legittimano il massacro a Gaza: un’analisi critica

L’intervista rilasciata il 18 settembre 2025 da Matteo Salvini al canale israeliano i24NEWS — «Israele ha tutto il diritto di garantire e garantirsi un futuro sereno», «parlo come capo del mio partito e come parte del governo» — rappresenta un passo ulteriore verso la normalizzazione di un linguaggio politico che, di fatto, copre e giustifica le atrocità in corso nella Striscia di Gaza. Mentre le immagini di bambini uccisi, famiglie spazzate via e quartieri interi rasi al suolo percorrono il mondo, le parole del vicepremier italiano diventano una scelta di campo netta: sostenere l’offensiva militare israeliana anche a costo di minimizzare la tragedia umanitaria che si sta consumando.

 

Gaza sotto assedio: non autodifesa, ma annientamento

Oggi a Gaza non è più corretto parlare di semplice «operazione difensiva». Organizzazioni indipendenti e osservatori internazionali parlano apertamente di crimini di guerra e, in molti casi, di genocidio: interi distretti ridotti in macerie, decine di migliaia di morti, milioni di sfollati, un popolo privato dei beni essenziali come acqua, cibo, elettricità e cure mediche.

Eppure, nelle parole di Salvini, non c’è traccia di queste sofferenze. Il suo racconto si limita a ripetere il mantra del «diritto di difesa», senza mai confrontarsi con l’evidenza che siamo di fronte a un annientamento sistematico della popolazione civile. Difesa di chi, se a pagare il prezzo più alto sono i bambini palestinesi e le loro famiglie?

Testimonianze dal terreno e numeri della tragedia

Per comprendere la portata della crisi, basta ascoltare le voci di Gaza raccolte in questi mesi:

  • Madri costrette a partorire senza anestesia, in ospedali privi di elettricità e farmaci.
  • Bambini orfani che vagano tra le macerie alla ricerca di familiari sopravvissuti.
  • Medici e infermieri che operano con torce elettriche, senza strumenti adeguati, costretti a scegliere chi salvare e chi lasciare morire.
  • Profughi stipati in scuole improvvisate, senza acqua potabile, con epidemie che si diffondono rapidamente.

I numeri confermano la dimensione della catastrofe: secondo stime indipendenti aggiornate all’autunno 2025, le vittime civili superano le 45.000 persone, di cui oltre 20.000 bambini. Più di un milione e mezzo di sfollati sono ammassati in campi di fortuna, mentre le infrastrutture sanitarie sono crollate e oltre l’80% della popolazione non ha accesso regolare a cibo e acqua potabile.

In questo contesto, parlare solo di «diritto alla difesa» equivale a legittimare un genocidio sotto gli occhi del mondo.

La retorica pericolosa del “politicamente corretto”

Definire le critiche alle operazioni militari come «politicamente corrette» o addirittura «antisemite» è una torsione retorica che fa comodo a chi vuole mettere a tacere qualsiasi forma di dissenso. Ma non c’è nulla di antisemita nel denunciare bombardamenti indiscriminati, ospedali distrutti, operatori umanitari colpiti.

Questa sovrapposizione tra critica politica e odio religioso serve a neutralizzare il dibattito democratico e a impedire che l’opinione pubblica chieda conto delle scelte di un governo che, con il suo silenzio complice, legittima la sofferenza di milioni di innocenti.

Il ruolo dell’Italia e la responsabilità politica

Un Paese come l’Italia, membro dell’Unione Europea e firmatario delle principali convenzioni internazionali, non può limitarsi a fare da megafono alle giustificazioni israeliane. È un dovere politico e morale pretendere cessate il fuoco immediato, corridoi umanitari sicuri, accesso illimitato agli aiuti e il rispetto del diritto internazionale umanitario.

Il fatto che un vicepremier usi la propria posizione per sostenere l’offensiva, invece di chiedere verità e giustizia, getta un’ombra pesante sull’intera postura estera dell’Italia. La complicità non si misura solo con le armi inviate o i trattati firmati: si misura anche con le parole che normalizzano il massacro.

Le domande che Salvini evita

Dietro lo slogan «difendere Israele significa difendere la libertà» restano senza risposta le domande più urgenti:

  • Che libertà si difende quando ospedali e scuole vengono bombardati?
  • Dov’è la democrazia quando un popolo intero viene privato di cibo e acqua?
  • Come si può parlare di “diritto alla vita” se ogni giorno centinaia di civili vengono uccisi?

Sono domande che non trovano spazio nelle interviste televisive, ma che gridano giustizia in ogni angolo della Striscia.

Conclusione: la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte

Non è più il momento di difendere Israele acriticamente. Oggi è il momento di alzare la voce contro un’offensiva che ha tutti i tratti del genocidio. La politica italiana non può rifugiarsi nella retorica dell’amicizia, deve invece scegliere da che parte stare: dalla parte della legalità internazionale, della difesa dei civili, della dignità umana.

Le parole di Matteo Salvini su i24NEWS mostrano l’opposto: un leader che preferisce cavalcare slogan identitari piuttosto che affrontare la realtà di un popolo che muore sotto le bombe. Ma la storia — e i tribunali — non perdoneranno chi oggi sceglie di voltarsi dall’altra parte.