Salario minimo rifiutato ancora dal governo Meloni: le ragioni, le critiche e il confronto con l’Europa

Mentre 22 paesi su 27 nell’Unione europea garantiscono per legge una paga oraria minima, l’Italia resta ferma. Il governo ha varato il decreto “primo maggio” con il concetto di “salario giusto”, ma i critici lo definiscono un’operazione di facciata che non tutela chi guadagna 4 o 5 euro l’ora.

Il governo Meloni ha detto ancora una volta no al salario minimo legale. Al suo posto, ha varato a fine aprile 2026 un decreto lavoro che introduce il concetto di “salario giusto”, legato alla contrattazione collettiva. Un miliardo di euro di incentivi alle imprese che rispettano i contratti firmati dai sindacati più rappresentativi. Ma per milioni di lavoratori che non arrivano a fine mese, secondo i giuslavoristi, non cambierà praticamente nulla.


Il no al salario minimo: le ragioni del governo

La posizione dell’esecutivo è netta da quando si è insediato, nel 2022. Giorgia Meloni e la sua maggioranza hanno sempre respinto la proposta delle opposizioni di introdurre una soglia minima di retribuzione oraria pari a 9 euro lordi, sostenendo che la contrattazione collettiva nazionale sia lo strumento più adeguato per garantire salari dignitosi.

L’ultima dichiarazione ufficiale della premier in materia risale al premier time al Senato di maggio 2026: “il salario minimo rischia di diventare una soglia al ribasso”, ha detto Meloni, spiegando che il trattamento economico di un lavoratore non si esaurisce nel salario orario ma comprende tutti gli elementi contrattuali. Un’argomentazione che riprende quella già usata negli anni precedenti, secondo cui il salario minimo potrebbe diventare un “parametro sostitutivo e non aggiuntivo” rispetto ai diritti già acquisiti dai lavoratori.

Il percorso per bloccare la proposta di legge dell’opposizione è stato lungo. Nel 2023 il governo ha incaricato il CNEL, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, guidato dall’ex ministro Renato Brunetta, di esprimere un parere. Il responso è arrivato in ottobre: no al salario minimo legale. Secondo il CNEL, la contrattazione collettiva copre già oltre il 95% dei lavoratori del settore privato (esclusi i comparti agricolo e domestico), e la direttiva europea 2022/2041 non impone affatto l’introduzione di una soglia legale per legge, lasciando agli Stati la libertà di scegliere il metodo ritenuto più adeguato.

Meloni ha fatto proprie queste conclusioni: “Da ciò si evince che un salario minimo orario stabilito per legge non è lo strumento adatto a contrastare il lavoro povero”, ha dichiarato accettando il parere del CNEL.

A novembre 2023, la Commissione Lavoro della Camera ha approvato un emendamento della maggioranza che ha di fatto svuotato la proposta delle opposizioni, trasformandola in una legge delega al governo. Nel settembre 2024, un ulteriore emendamento ha definitivamente respinto la proposta di legge sul salario minimo a 9 euro con 148 voti contrari, 111 favorevoli e 6 astenuti.


Il “salario giusto”: cos’è e cosa prevede

Il 28 aprile 2026, alla vigilia del Primo Maggio, il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto-legge n. 62, formalmente denominato “Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale”, entrato in vigore il 1° maggio.

Il meccanismo è questo: il governo ha vincolato l’accesso a una serie di bonus alle assunzioni – del valore complessivo di circa 934 milioni di euro – alle aziende che applicano il cosiddetto “salario giusto”. Questo non è una soglia fissata per legge, bensì il trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali “comparativamente più rappresentative” a livello nazionale.

In pratica: chi applica un contratto pirata o sottopaga i lavoratori non può accedere agli incentivi pubblici. Le misure previste includono:

  • Bonus donne: esonero contributivo del 100% fino a 650 euro mensili per 24 mesi per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratrici svantaggiate (800 euro nelle regioni del Mezzogiorno).
  • Bonus giovani: esonero per le assunzioni stabili di under 35 privi di impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi.
  • Bonus ZES: per le imprese con non più di 10 dipendenti che assumono over 35 disoccupati nel Sud Italia.
  • Adeguamento automatico dei salari: per i CCNL scaduti da più di 12 mesi senza rinnovo, le retribuzioni vengono adeguate forfettariamente al 30% dell’inflazione armonizzata IPCA.
  • Tutele per i rider e i lavoratori delle piattaforme digitali, con norme anti-caporalato digitale.

Meloni ha presentato il decreto come “un patto con i corpi intermedi”, sottolineando che il governo vuole valorizzare l’autonomia dei sindacati e dei datori di lavoro, evitando l’imposizione di un tetto uniforme dall’alto.


Le critiche: “Per chi non arriva a fine mese non cambia nulla”

Le opposizioni e diversi giuslavoristi non hanno tardato a smontare la narrativa governativa. “Al di là dei 960 milioni per prorogare incentivi alle assunzioni che vanno alle imprese, è un’operazione propagandistica”, ha dichiarato il giuslavorista Enzo Martino al Fatto Quotidiano. “Sulla contrattazione non cambia nulla, così come per il lavoro attraverso piattaforme”.

I problemi strutturali, secondo i critici, restano tutti in piedi:

  • I contratti pirata sopravvivono: in assenza di una legge sulla rappresentanza sindacale, i contratti collettivi nazionali in Italia non sono validi erga omnes. Chi non firma l’accordo con i sindacati più rappresentativi può continuare a muoversi come vuole. L’unica penalità sarà l’impossibilità di richiedere i bonus pubblici, ma chi sfrutta i lavoratori raramente si preoccupa degli incentivi statali.
  • Il numero di CCNL è fuori controllo: al 31 dicembre 2025, i contratti collettivi nazionali in Italia erano 865. Una proliferazione che rende il sistema opaco e difficile da controllare, con molti cosiddetti “contratti pirata” che abbassano artificialmente il costo del lavoro.
  • Anche i contratti “buoni” possono essere inadeguati: diversi CCNL firmati dai sindacati “comparativamente più rappresentativi” – come il contratto Multiservizi – prevedono minimi che secondo i giuslavoristi non sono in linea con i parametri dell’articolo 36 della Costituzione, che garantisce una retribuzione “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
  • I dati ISTAT parlano chiaro: secondo le stime, 3,6 milioni di lavoratori percepiscono meno del minimo di 9 euro lordi l’ora. Tra i lavoratori dipendenti, 5,7 milioni guadagnano meno di 850 euro netti al mese, cifra che sale a 7,7 milioni se la soglia è di 1.200 euro.

La contraddizione più evidente, già emersa in passato, riguarda la ministra del Lavoro Marina Calderone, finita al centro delle polemiche per vicende legate alla gestione dei propri collaboratori durante i periodi di Cassa Integrazione Guadagni.


La direttiva europea che l’Italia ignora

Il quadro europeo aggiunge un ulteriore elemento di pressione. Nel 2022 l’Unione Europea ha approvato la direttiva 2022/2041 sui salari minimi adeguati, entrata in vigore il 19 ottobre di quell’anno. Il termine per il recepimento da parte degli Stati membri era fissato al 15 novembre 2024.

La direttiva non impone ai Paesi di introdurre per legge un salario minimo, ma stabilisce un quadro comune per garantire retribuzioni dignitose e promuove la contrattazione collettiva. Quei Paesi che già dispongono di salari minimi legali sono tenuti a renderli “adeguati”, applicando criteri di riferimento legati ai salari mediani o medi.

Il governo Meloni si è appellato proprio a questa clausola di flessibilità per giustificare il proprio approccio basato sulla contrattazione. Tuttavia, la mancata applicazione dell’articolo 39 della Costituzione italiana – che avrebbe dovuto disciplinare la rappresentanza sindacale e il valore erga omnes dei contratti – continua a lasciare scoperti milioni di lavoratori nelle categorie meno sindacalizzate.


Il resto d’Europa: 22 Paesi su 27 hanno il salario minimo

L’Italia si trova in compagnia di soli quattro altri Paesi dell’Unione Europea a non prevedere un salario minimo fissato per legge: Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia. In questi casi, tuttavia, il modello di contrattazione collettiva è storicamente molto più forte e capillare di quello italiano, con tassi di sindacalizzazione nettamente superiori.

Secondo i dati Eurostat aggiornati a luglio 2025, i salari minimi nei 22 Paesi che li prevedono variano significativamente:

Paese Salario minimo mensile lordo (2025) Note
Lussemburgo 2.704 € Il più alto in UE
Irlanda 2.282 €
Paesi Bassi 2.193 €
Germania 2.161 € (12,82€/ora) Introdotto nel 2015, ora il più alto per potere d’acquisto
Belgio 2.070 €
Francia 1.802 € SMIC aggiornato ogni anno
Spagna 1.381 € Quasi raddoppiato dal 2018
Slovenia 1.278 €
Polonia 1.091 € +10% nel 2025
Portogallo 1.015 €
Grecia 968 € +6,1% nel 2025
Romania 814 € +23% nel 2025
Bulgaria 551 € Il più basso in UE
Italia Nessuno Solo contrattazione collettiva

 

Un dato che colpisce è la tendenza alla convergenza: secondo il rapporto annuale di Eurofound, nel 2025 i salari minimi sono aumentati nella grande maggioranza dei Paesi UE, con gli incrementi più consistenti nell’Europa orientale (Romania +23%, Croazia e Bulgaria +15%, Lituania +12%). In molti casi gli aumenti hanno superato l’inflazione, con un miglioramento reale del potere d’acquisto. Il differenziale tra il salario minimo più alto (Lussemburgo) e quello più basso (Bulgaria) si è ridotto: se nel 2020 era di 7 volte, nel 2025 è sceso a circa 4,8 volte.


Il caso spagnolo: quando il salario minimo sale davvero

Un esempio spesso citato nel dibattito italiano è quello della Spagna, dove il governo di Pedro Sánchez ha quasi raddoppiato il salario minimo nell’arco di pochi anni: da circa 735 euro mensili nel 2018 agli attuali 1.381 euro. Secondo gli studi dell’Istituto sindacale europeo, l’aumento non ha prodotto i disastri occupazionali paventati dai critici: l’occupazione in Spagna ha continuato a crescere, dimostrando che un salario minimo adeguato non è necessariamente un freno all’assunzione.

Un altro caso che alimenta il dibattito è la Germania, che ha introdotto il salario minimo legale solo nel 2015 (a 8,50 euro orari), con la stessa opposizione di principio che oggi si sente in Italia. Oggi la soglia è di 12,82 euro lordi all’ora e la Germania ha il potere d’acquisto effettivo più alto tra i Paesi UE che prevedono il minimo salariale.


La contrattazione collettiva: lo scudo che fa acqua

La tesi del governo è che la contrattazione collettiva italiana garantisca già tutele adeguate. E in parte è vero: nei principali CCNL, le retribuzioni orarie lorde si attestano tra 9 e 11 euro. Ma il sistema presenta falle strutturali che il decreto “salario giusto” non risolve.

Il primo problema è la proliferazione dei contratti: al 31 dicembre 2025, i CCNL depositati in Italia erano 865. Un numero abnorme, frutto della mancata attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, che avrebbe dovuto regolare la rappresentanza sindacale. In questo contesto, i contratti pirata – accordi stipulati da organizzazioni sindacali e datoriali minori, con salari inferiori ai contratti leader di settore – continuano a proliferare. E continueranno a farlo anche dopo il decreto Meloni: le aziende che li applicano semplicemente rinunceranno ai bonus, continuando a pagare salari da fame.

Il secondo problema riguarda i settori scoperti: il lavoro domestico, l’agricoltura, alcune tipologie di lavoro precario e a chiamata. Categorie in cui la contrattazione è debole o inesistente, e dove i lavoratori sono più esposti allo sfruttamento.

Il terzo problema, sollevato da più parti, è che senza una legge sulla rappresentanza sindacale, il sistema rimane esposto: chi non firma accordi con i sindacati più rappresentativi può procedere come meglio crede. Il “salario giusto” come condizione per gli incentivi è una leva, non un obbligo.


Il quadro occupazionale: numeri che nascondono la povertà lavorativa

Il governo Meloni rivendica con orgoglio i dati sull’occupazione: a marzo 2026, secondo l’ISTAT, gli occupati in Italia hanno raggiunto quota 24 milioni 124 mila. Tuttavia, lo stesso comunicato ISTAT segnala un calo di 12mila unità rispetto al mese precedente e di 30mila rispetto all’anno prima. Gli inattivi tra 15 e 64 anni crescono di 351mila unità rispetto a marzo 2025.

Ma il tema non è solo quanti lavorano, bensì come e quanto lavorano. I dati sulla povertà lavorativa raccontano un’altra storia:

  • Secondo l’OCSE, tra il 1990 e il 2020 la media degli stipendi italiani è diminuita di quasi tre punti percentuali, a differenza del resto d’Europa.
  • 5,7 milioni di lavoratori dipendenti percepiscono meno di 850 euro netti al mese.
  • 7,7 milioni guadagnano meno di 1.200 euro netti al mese.
  • Secondo l’ISTAT, un salario minimo a 9 euro l’ora comporterebbe un aumento medio annuo di 804 euro per circa 3,6 milioni di lavoratori.

Un tessuto produttivo che sopravvive grazie a un costo del lavoro infimo, come dicono i critici del governo, è un tessuto che non crea valore. Ed è questa la contraddizione al cuore del dibattito italiano: proteggere il lavoro povero dall’obbligo di pagare di più non lo trasforma in lavoro ricco. Semplicemente lo perpetua.


Cosa succede adesso

Il decreto-legge del primo maggio dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro il 29 giugno 2026. Il dibattito parlamentare sarà il banco di prova: le opposizioni presenteranno quasi certamente emendamenti per reintrodurre il salario minimo legale, che la maggioranza respingerà.

Nel frattempo, il M5S, il PD, Alleanza Verdi e Sinistra e le altre forze di opposizione continuano a raccogliere firme e consensi popolari sul tema. Secondo diversi sondaggi, la maggioranza degli italiani è favorevole all’introduzione di un salario minimo legale – inclusa una parte consistente dell’elettorato di centrodestra.

L’Italia rimane, insieme a Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia, l’unico Paese dell’Unione Europea senza un salario minimo fissato per legge. La differenza è che in quei quattro Paesi nordici il tasso di sindacalizzazione supera il 60-70%, e la contrattazione collettiva funziona davvero come scudo universale. In Italia, con un’economia sommersa che vale circa il 10% del PIL e un mercato del lavoro frammentato, lo stesso non si può dire.