La guerra in Iran e la chiusura dello Stretto mettono sotto pressione il trasporto aereo europeo: già scattate restrizioni in quattro scali italiani, prezzi dei biglietti destinati a salire dopo Pasqua
Il settore del trasporto aereo europeo si trova ad affrontare uno scenario inedito e preoccupante: la guerra in Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz al traffico petrolifero stanno mettendo a rischio le forniture di carburante per gli aerei. Ryanair, la principale low-cost del continente, ha rotto il silenzio con una dichiarazione ufficiale inequivocabile: i propri fornitori possono garantire il cherosene soltanto fino a metà o fine maggio 2026. Oltre quella data, tutto dipenderà dall’evoluzione del conflitto.
L’allarme di Ryanair e lo scenario globale
La compagnia irlandese ha comunicato la propria situazione in modo diretto e senza eufemismi. Nella nota ufficiale diffusa nei giorni scorsi, Ryanair ha dichiarato di non prevedere carenze di carburante nel breve termine, ma ha subito aggiunto che “la situazione è in continua evoluzione”. Il punto critico è chiaro: i fornitori possono garantire le forniture fino a metà/fine maggio. Oltre quella scadenza, si apre un’incognita.
La chiave di tutto è lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo strategico attraverso cui transita circa il 50% del cherosene destinato all’Europa. Dall’inizio del conflitto tra Iran da un lato e Stati Uniti e Israele dall’altro, il traffico petrolifero in quest’area è stato pesantemente compromesso. La conseguenza diretta è che le raffinerie europee si trovano a fare i conti con approvvigionamenti sempre più incerti.
Ryanair ha precisato la biforcazione degli scenari possibili: se la guerra in Iran dovesse concludersi presto, le forniture non subiranno interruzioni. Se invece la chiusura dello Stretto dovesse protrarsi fino a maggio o giugno, “non possiamo escludere rischi per le forniture di carburante in alcuni aeroporti europei”. Una formula prudente nella forma, ma sostanzialmente allarmante nella sostanza.
Il CEO di Ryanair, Michael O’Leary, ha già quantificato il rischio in termini operativi: in caso di chiusura prolungata dello Stretto, tra il 5 e il 10% dei voli di maggio, giugno e luglio potrebbero essere soggetti a cancellazione. In uno scenario più pessimistico, la quota di forniture a rischio tra maggio e giugno potrebbe oscillare tra il 10 e il 25%.
La petroliera di Rotterdam e il conto alla rovescia del 9 aprile
C’è una data che gli operatori del settore aereo hanno segnato sul calendario con attenzione: il 9 aprile 2026. È il giorno in cui è previsto l’arrivo al porto di Rotterdam della petroliera “Rong Lin Wan”, con a bordo l’ultimo carico di jet fuel partito dal Golfo Persico prima che il blocco di Hormuz diventasse effettivo.
Dopo quella nave, almeno nel breve periodo, non ne arriveranno altre dalla regione. Questo significa che le scorte europee di cherosene inizieranno progressivamente a diminuire, a meno di un rapido allentamento della crisi o dell’attivazione di rotte alternative di approvvigionamento, peraltro molto più costose e logisticamente complesse.
Il quadro è aggravato dai dati dell’associazione mondiale del trasporto aereo IATA: l’Europa importa circa il 30% del proprio fabbisogno di carburante per aerei da fornitori esteri, una dipendenza strutturale che in condizioni normali non desta preoccupazioni, ma che in uno scenario di interruzione dei flussi dal Golfo diventa un tallone d’Achille.
Quattro aeroporti italiani già in difficoltà
L’Italia non è rimasta estranea a questa prima fase di tensione sulle forniture. Già nei giorni scorsi, Air Bp Italia — una delle principali società di rifornimento carburante per l’aviazione, parte del colosso britannico BP — ha emesso un Notam (Notice to Airmen), il bollettino aeronautico ufficiale con cui si informano le compagnie di situazioni operative rilevanti.
Il documento ha comunicato una disponibilità ridotta o limitata di carburante in quattro aeroporti italiani:
- Bologna (Aeroporto Guglielmo Marconi)
- Milano Linate
- Treviso (Antonio Canova)
- Venezia (Marco Polo)
Le restrizioni, secondo quanto indicato nel Notam, sarebbero valide almeno fino alle ore 23:30 del 9 aprile. In tre dei quattro scali — Bologna, Venezia e Treviso — è stato anche precisato il criterio di priorità nell’erogazione del carburante disponibile: precedenza assoluta ai voli ambulanza, ai voli di Stato e a quelli con durata superiore a tre ore. Per tutti gli altri voli, le compagnie aeree devono fare i conti con una disponibilità contingentata.
A Milano Linate il Notam segnala semplicemente una “disponibilità ridotta”, senza indicare criteri di priorità espliciti, ma la sostanza non cambia: i rifornimenti sono soggetti a limitazioni.
Traffico pasquale o effetto Hormuz: il dibattito tra esperti
Sulla natura delle restrizioni si è aperto un dibattito tra le autorità del settore. Il presidente dell’ENAC (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile), Pierluigi Di Palma, ha cercato di contenere l’allarme, spiegando che le difficoltà rilevate negli scali italiani “sono legate al periodo pasquale di traffico intenso, non al blocco di Hormuz”. Di Palma ha tuttavia ammesso che “se il conflitto dovesse continuare, ci saranno delle conseguenze”.
Anche il Gruppo Save, che gestisce gli aeroporti veneti di Venezia, Verona e Treviso, ha parlato di limitazioni “non significative”, invitando a non fare allarmismo.
Tuttavia, diversi analisti del settore rimarcano come le due spiegazioni non si escludano a vicenda: il picco di traffico pasquale può aver accelerato l’emersione di una tensione sulle scorte che ha una causa strutturale nella crisi di Hormuz. Il fatto che Ryanair si sia sentita in dovere di emettere una comunicazione ufficiale con una scadenza temporale precisa — fine maggio — suggerisce che il problema non si esaurisce con la fine delle festività.
L’effetto domino: Lufthansa e il mercato globale
Ryanair non è la sola grande compagnia a lanciare l’allarme. Lufthansa, il principale vettore tedesco, ha segnalato attraverso la propria responsabile del settore tecnologico Grazia Vittadini che “ci sono già difficoltà in alcuni scali in Asia”. Il gruppo tedesco ha coperto tramite contratti derivati l’80% del proprio fabbisogno annuo per il 2026, ma ha riconosciuto che l’impatto del rincaro del carburante si farà sentire anche sulla propria struttura di costo.
Secondo un’analisi di Bloomberg, i principali vettori europei — Lufthansa, Ryanair, Air France — coprono in media il 70% del proprio fabbisogno annuo attraverso strumenti di hedging (copertura finanziaria sui prezzi), acquistando il carburante in anticipo a prezzi fissi. Questo li protegge dai rialzi dei prezzi, ma non garantisce la disponibilità fisica del prodotto: se il cherosene semplicemente non c’è — o non arriva — nessun contratto derivato può rimediare.
Il mercato ha già risposto alla crisi: il prezzo del Brent è passato da circa 70 dollari al barile a picchi superiori a 120 dollari nel giro di un mese. Il jet fuel europeo ha superato i 1.900 dollari per tonnellata, partendo da una base di poco più di 800 dollari. La quota di fabbisogno non coperta dall’hedging viene pagata ai prezzi di mercato, e quelle spese aggiuntive si traducono rapidamente in incrementi tariffari.
Ryanair ha coperto l’84% del proprio fabbisogno per il primo trimestre 2026 a 77 dollari al barile, e ha garantito l’80% del trimestre iniziato il 1° aprile a 67 dollari. Ma la parte scoperta, in questo contesto, pesa molto di più del solito.
Prezzi dei biglietti: l’estate si preannuncia cara
Ryanair non ha lasciato spazio a dubbi nemmeno sul fronte tariffario. La compagnia ha dichiarato esplicitamente che, “con i prezzi del carburante raddoppiati nel mese di marzo“, si prevede che tutte le compagnie aeree trasferiranno questi costi più elevati sui passeggeri sotto forma di tariffe aeree più alte dopo Pasqua e nel corso dell’estate.
Il consiglio rivolto ai passeggeri è univoco: prenotare il prima possibile, per proteggersi dagli aumenti inevitabili dei prezzi dei voli e degli alloggi. Una raccomandazione che suona insieme come avviso commerciale e come campanello d’allarme sul livello di incertezza che caratterizzerà i prossimi mesi nel settore aereo.
La situazione è resa ancora più complessa dai riflessi sul trasporto su strada: il prezzo del gasolio ha già superato i massimi storici in Calabria, Lombardia e nella Provincia di Bolzano, raggiungendo livelli che non si vedevano dal marzo 2022, ai tempi dell’inizio del conflitto in Ucraina.
I diritti dei passeggeri in caso di cancellazioni
Un aspetto che merita attenzione riguarda le tutele dei consumatori in caso di cancellazione dei voli dovuta a carenza di carburante. Secondo RimborsoAlVolo, società specializzata in assistenza ai passeggeri nel settore aereo, le interruzioni legate a scarsità di carburante “rientrerebbero nelle circostanze eccezionali non imputabili alle compagnie aeree“.
Questo significa che, in caso di cancellazione per motivi legati alla crisi energetica, potrebbe non essere riconosciuto il diritto al risarcimento fino a 600 euro previsto dalla normativa europea (Regolamento CE 261/2004). Gli operatori del settore raccomandano di valutare l’acquisto di un’assicurazione di viaggio specifica, che però ha il duplice effetto di aumentare ulteriormente la spesa complessiva per i viaggiatori.
Il quadro normativo, in ogni caso, rimane oggetto di interpretazione, poiché la “circostanza eccezionale” deve essere valutata caso per caso e le compagnie sono comunque tenute ad assistere i passeggeri (pasti, pernottamento, rimborso del biglietto o riprotezione su volo alternativo).
Lo scenario europeo: Bruxelles osserva
L’allarme ha raggiunto anche i palazzi della politica europea. Il commissario europeo per l’Energia, Dan Jorgensen, ha invitato nei giorni scorsi gli Stati membri dell’Unione a “considerare la promozione di misure di risparmio, con particolare attenzione al settore dei trasporti”. Un invito generico, ma che segnala come la questione sia già entrata nell’agenda delle istituzioni comunitarie.
L’Europa si trova in una posizione di vulnerabilità strutturale: importa circa un terzo del carburante per aerei da fornitori extra-europei, con una forte concentrazione geografica nell’area del Golfo Persico. La dipendenza da quella regione, in condizioni di normalità geopolitica, non costituisce un problema. In uno scenario di guerra prolungata e chiusura dello Stretto di Hormuz, diventa però un fattore di rischio sistemico per l’intero comparto del trasporto aereo continentale.
La pressione sul sistema di approvvigionamento potrebbe accelerare alcune discussioni già in corso a Bruxelles sulla diversificazione delle fonti di carburante sostenibile per l’aviazione (SAF, Sustainable Aviation Fuel), la cui produzione in Europa è ancora lontana dal poter compensare i volumi in gioco.
Cosa può succedere nei prossimi mesi
Gli scenari possibili a partire da maggio si dividono lungo due direttrici principali:
Scenario 1 — Risoluzione rapida del conflitto:
Se le ostilità tra Iran e la coalizione USA-Israele dovessero cessare o almeno allentarsi in tempi brevi, il traffico nello Stretto di Hormuz potrebbe riprendere in modo relativamente rapido. Le forniture di cherosene tornerebbero a fluire verso i mercati europei, i prezzi del jet fuel si normalizzerebbero progressivamente e i voli estivi si svolgerebbero senza interruzioni rilevanti. I biglietti aereo rimarrebbero comunque più cari per qualche settimana, riflettendo i costi di copertura già sostenuti dalle compagnie.
Scenario 2 — Conflitto prolungato:
Se invece la guerra dovesse continuare oltre maggio, le conseguenze sarebbero significative. Le scorte europee di cherosene si esaurirebbero progressivamente, con le prime criticità nelle forniture fisiche agli aeroporti. In questo caso, le compagnie potrebbero essere costrette a ridurre le frequenze, cancellare rotte meno redditizie e aumentare ulteriormente le tariffe. Il rischio di cancellazioni su larga scala diventerebbe concreto, con effetti a cascata sulla stagione turistica estiva e sull’intera filiera del turismo.
Ryanair ha indicato che, nello scenario peggiore, potrebbe dover cancellare tra il 5 e il 10% dei propri voli nei mesi di maggio, giugno e luglio. Con una flotta di oltre 500 aeromobili e più di 3.000 rotte operate quotidianamente in Europa, si tratterebbe di un impatto di notevole portata.
Il quadro in sintesi
| Aspetto | Situazione attuale | Rischio futuro |
|---|---|---|
| Forniture carburante Ryanair | Garantite fino a metà/fine maggio | Incerte oltre maggio se Hormuz resta chiuso |
| Aeroporti italiani con restrizioni | Bologna, Milano Linate, Treviso, Venezia | Possibile estensione ad altri scali |
| Prezzo jet fuel europeo | Oltre 1.900 $/tonnellata | Ulteriori rialzi se crisi si prolunga |
| Prezzo Brent | Picchi oltre 120 $/barile | Volatile, legato all’evoluzione militare |
| Tariffe aeree | In aumento dopo Pasqua | Rialzi confermati per tutta l’estate |
| Risarcimenti passeggeri | Regolamento UE 261/2004 applicabile | Possibile esclusione per “circostanze eccezionali” |
| Voli a rischio cancellazione (Ryanair) | Nessuno al momento | 5-10% maggio/luglio in scenario pessimistico |
La crisi aperta dalla guerra in Iran si sta dimostrando molto più che un episodio temporaneo di instabilità geopolitica: i suoi effetti sul trasporto aereo europeo sono già visibili e, se il conflitto non dovesse risolversi rapidamente, diventeranno strutturali. L’estate 2026 si preannuncia come una stagione di viaggio più cara e meno prevedibile del solito, con i passeggeri costretti a fare i conti con tariffe più alte, possibili cancellazioni e tutele più incerte. Il consiglio unanime degli operatori è uno solo: prenotare per tempo e valutare attentamente una copertura assicurativa adeguata.

