Si chiude oggi alle 15 la tornata referendaria: la partecipazione resta molto sotto la soglia minima
L’Italia torna oggi alle urne per la seconda e ultima giornata di voto referendario, ma i dati sull’affluenza segnalano una scarsa partecipazione e il raggiungimento del quorum sembra sempre più improbabile.
Quorum irraggiungibile: numeri impietosi sull’affluenza
Il dato più rilevante della tornata referendaria in corso è la bassissima affluenza, che conferma un trend ormai consolidato nelle ultime consultazioni popolari. Alla chiusura dei seggi nella serata di domenica 8 giugno, la partecipazione si è fermata intorno al 22,7%. Un numero lontanissimo dal quorum del 50% più uno, soglia necessaria per rendere validi i risultati.
Il dettaglio temporale mostra una curva piatta: solo il 7,4% degli elettori si era recato alle urne entro mezzogiorno, salito al 16,1% alle 19 e infine al 22,7% alla chiusura serale. Anche se i seggi rimarranno aperti fino alle 15 di oggi, lunedì 9 giugno, non si intravedono segnali di una mobilitazione tale da ribaltare la tendenza.
Cinque quesiti, ma poco dibattito pubblico
I cittadini italiani erano chiamati a esprimersi su cinque quesiti referendari, quattro dei quali riguardano temi legati al lavoro e uno sul tema della cittadinanza. Tuttavia, il dibattito pubblico intorno al voto è stato scarso, con poca attenzione da parte dei media e un coinvolgimento quasi nullo delle forze politiche, che in molti casi hanno scelto il silenzio come strategia implicita di boicottaggio.
Questa assenza di informazione e mobilitazione ha influito direttamente sull’affluenza: molti cittadini ignoravano del tutto l’appuntamento alle urne, altri hanno scelto consapevolmente di non partecipare, seguendo l’indicazione non dichiarata di numerosi leader politici.
Le regioni: Toscana in testa, Sicilia e Trentino in coda
A livello territoriale, le differenze di partecipazione confermano forti disparità geografiche. La Toscana è risultata la regione con l’affluenza più alta, sfiorando il 30% alla chiusura di domenica. All’opposto, Trentino-Alto Adige, Calabria e Sicilia si sono fermate attorno al 16%.
Alcuni esempi:
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Toscana: 29,8%
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Emilia-Romagna: 24,7%
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Lombardia: 21,5%
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Lazio: 20,2%
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Sicilia: 16,4%
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Trentino-Alto Adige: 15,9%
Queste cifre contribuiscono ulteriormente alla difficoltà di raggiungere la soglia minima nazionale per la validità dei referendum.
Le scelte (e non scelte) dei leader politici
Il comportamento dei principali esponenti delle istituzioni ha fatto discutere. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è presentata al seggio, ma non ha ritirato le schede, un gesto che molti hanno interpretato come un messaggio implicito volto a sostenere l’astensione. Una scelta simbolica che ha sollevato polemiche e acceso il dibattito sul ruolo delle istituzioni nelle consultazioni popolari.
Diverso l’atteggiamento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha invece votato regolarmente a Palermo, come da prassi istituzionale. Il Capo dello Stato ha mantenuto la neutralità che gli compete, senza commentare pubblicamente l’esito dell’affluenza.
Un confronto con il passato: la fine dei referendum “partecipati”?
Il confronto con il passato racconta molto dell’evoluzione della partecipazione politica in Italia. L’ultima volta in cui un referendum raggiunse il quorum fu nel 2011, in occasione dei quesiti sull’acqua pubblica, con oltre il 57% dei votanti. Da allora, la tendenza è stata una progressiva disaffezione, culminata con i referendum abrogativi del 2022 e 2023, tutti invalidati per mancanza di partecipazione.
Il referendum su due giorni, reintrodotto in questa occasione, ha ottenuto lo stesso risultato del 2009: fallimento del quorum, nonostante l’estensione dell’orario di voto.
Le ragioni dell’astensionismo
L’astensionismo non è solo frutto della disinformazione. Molti analisti individuano diverse cause strutturali:
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Sfiduacia generale nei confronti della politica e delle istituzioni;
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Complessità dei quesiti, spesso formulati in modo tecnico e poco accessibile;
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Mancanza di una campagna elettorale vera e propria, in grado di mobilitare l’elettorato;
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Scarsa presenza sui media tradizionali e digitali.
Inoltre, l’assenza del voto elettronico o a distanza rende la partecipazione più difficile, soprattutto per le fasce più giovani e per chi risiede all’estero.
Il futuro del referendum in Italia
Se anche questa consultazione fallisse il quorum, si aprirebbe inevitabilmente una riflessione sul futuro dello strumento referendario in Italia. Una democrazia che ignora i suoi strumenti diretti rischia di svuotarsi, eppure i referendum abrogativi continuano a essere promossi da partiti, comitati e cittadini, con risultati sempre più deludenti.
Servirebbe forse una riforma complessiva delle modalità di voto, o una revisione delle soglie di validità, per riportare i cittadini a sentirsi parte di un processo decisionale che oggi sembra percepito come distante, inutile o troppo complicato.
