Secondo il conduttore di Report, una circolare interna minaccia la libertà di stampa e la tutela delle fonti giornalistiche
Una circolare della Rai che impone la tracciabilità di tutti i video girati, comprese le riprese con fonti anonime, ha scatenato un acceso dibattito sulla libertà di stampa. A sollevare il caso è Sigfrido Ranucci, volto storico del programma “Report”, che denuncia un possibile controllo politico sulle inchieste giornalistiche.
Il cuore della questione è una direttiva interna che, secondo quanto riportato da Ranucci, obbliga i videomaker a conservare e rendere tracciabile tutto il materiale audiovisivo, anche quello più sensibile. In un contesto già segnato da pressioni e intimidazioni nei confronti dell’informazione indipendente, la misura viene vista come un pericoloso precedente. Per Ranucci, significa mettere a rischio l’identità e la sicurezza delle fonti, soprattutto quelle anonime, fondamentali per il giornalismo investigativo.
La polemica si inserisce in uno scenario ancora più complesso, aggravato dall’entrata in vigore di una norma del decreto sicurezza che permette ai servizi segreti di accedere al materiale raccolto dalla Rai. Questo incrocio di norme ha sollevato allarmi in ambienti giornalistici e politici. La denuncia è chiara: viene meno il principio di riservatezza che tutela le fonti, uno dei pilastri della libertà di stampa in una democrazia.
“Sono 35 anni che sono in Rai, è il momento più complicato dell’azienda, è un momento complicato per il paese”. Sigfrido Ranucci è intervenuto in un incontro promosso dalla società civile su Media freedom act, riforma della Rai, conflitto di interessi e piattaforme social Ue pic.twitter.com/e5jxKHkuME
— Report (@reportrai3) April 15, 2025
La versione della Rai: “Solo una misura tecnica”
Dal canto suo, la Rai ha replicato precisando che la circolare ha un valore puramente organizzativo e tecnico. L’obiettivo, secondo l’azienda, sarebbe solo quello di garantire una gestione unificata e sicura del materiale audiovisivo, attraverso una piattaforma digitale dedicata. Viene inoltre ribadita l’intenzione di evitare l’uso di dispositivi non conformi agli standard aziendali, come chiavette USB o software di terze parti.
Tuttavia, le rassicurazioni non sembrano bastare. Molti osservatori ritengono che, al di là della forma, il contenuto della direttiva abbia implicazioni rilevanti per l’indipendenza editoriale. Se l’intento fosse davvero solo tecnico, si chiedono alcuni, perché includere anche i materiali girati in contesti delicati, come quelli con fonti anonime?
Le reazioni politiche: “Attacco alla libertà di informazione”
Il caso ha immediatamente generato una forte risposta politica. Diverse forze di opposizione, tra cui Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Alleanza Verdi-Sinistra e +Europa, hanno definito la circolare “inquietante” e “un attacco diretto alla libertà di informazione”. In una nota congiunta, i partiti hanno parlato di “ennesimo tentativo di imbavagliare il giornalismo d’inchiesta”, e hanno chiesto un intervento immediato del Parlamento.
Nel mirino delle opposizioni c’è anche la mancata riforma della Rai, considerata sempre più soggetta all’influenza politica. In questo senso, il dibattito si intreccia con un’altra scadenza fondamentale: l’attuazione del Media Freedom Act europeo, che entro l’8 agosto dovrebbe essere recepito anche dall’Italia. Secondo molti, questa riforma potrebbe rappresentare l’unico argine concreto alla crescente politicizzazione del servizio pubblico.
Libertà di stampa a rischio: un clima sempre più teso
L’episodio si inserisce in un clima generale sempre più ostile al giornalismo indipendente. Negli ultimi mesi, diverse testate hanno denunciato pressioni, querele temerarie e tentativi di censura. Il caso Ranucci arriva pochi giorni dopo altre polemiche legate alla trasparenza della commissione di vigilanza Rai, bloccata da settimane e accusata di essere strumentalizzata dai partiti di maggioranza per esercitare controllo editoriale.
Il tema centrale, al di là delle singole vicende, è il ruolo dell’informazione in una democrazia. Tracciare ogni passaggio dei giornalisti, conservarne gli archivi e renderli accessibili a soggetti esterni, senza garanzie reali di autonomia, rischia di trasformare il diritto di cronaca in una concessione. Un concetto incompatibile con i principi di libertà e pluralismo che dovrebbero animare il servizio pubblico.
Il nodo delle fonti: un pericolo concreto per le inchieste
Per i giornalisti, la protezione delle fonti non è un privilegio, ma una necessità. Senza la possibilità di garantire anonimato e riservatezza, molte informazioni cruciali non verrebbero mai alla luce. Chi si assume il rischio di denunciare corruzione, malaffare o abusi, lo fa spesso proprio perché si fida della discrezione del giornalista.
Rendere obbligatoria la registrazione e la tracciabilità del materiale, anche non trasmesso, equivale a spezzare quel patto di fiducia. E può avere conseguenze drammatiche: fonti che si rifiutano di parlare, informazioni che restano nascoste, giornalisti costretti a rinunciare a inchieste scomode. Il danno non è solo per chi fa informazione, ma per l’intera opinione pubblica.
Verso un nuovo equilibrio tra sicurezza e libertà?
Il dilemma sollevato dal caso Ranucci mette in luce una questione più ampia: come bilanciare le esigenze di sicurezza, trasparenza e controllo con la necessità di proteggere l’indipendenza del giornalismo. È legittimo che un’azienda come la Rai voglia uniformare le pratiche di archiviazione e gestione dei contenuti, ma quando queste misure incidono direttamente sulla libertà di stampa, occorre cautela.
In gioco non c’è solo un protocollo interno o una disputa tra giornalisti e dirigenza, ma il senso stesso del servizio pubblico e il suo rapporto con i cittadini. Un equilibrio difficile da trovare, ma imprescindibile per qualsiasi democrazia che voglia restare tale.
