Putin annuncia la fine imminente del conflitto ucraino e apre ai negoziati con l’Unione europea

Il presidente russo parla a margine della parata del Giorno della Vittoria: tregua di tre giorni mediata da Trump, ma il Cremlino frena sull’ottimismo americano

Il 9 maggio 2026, nel giorno più simbolico del calendario russo, Vladimir Putin ha rilasciato dichiarazioni che stanno rimbalzando in tutte le cancellerie europee: il conflitto in Ucraina “sta volgendo al termine” e la Russia è disposta a sedersi al tavolo con l’Unione europea. Parole pronunciate a margine di una parata del Giorno della Vittoria dimessa e blindata, sullo sfondo di una tregua di tre giorni mediata da Donald Trump e già contestata da Kiev per presunte violazioni notturne.


Una parata in tono minore, con un messaggio politico di peso

La Piazza Rossa di Mosca ha ospitato l’81° anniversario della vittoria sovietica sul nazifascismo in un’atmosfera insolitamente silenziosa. Per la prima volta dalla ripresa delle grandi celebrazioni militari, non hanno sfilato carri armati moderni né sistemi missilistici: tutti impegnati sul fronte ucraino. Gli unici mezzi corazzati in mostra sono stati i carri armati T-34, simbolo della Seconda guerra mondiale, in un rimando storico che non è sfuggito agli osservatori internazionali.

La sfilata si è conclusa in tempo record — circa 45 minuti — con internet e messaggi bloccati sui cellulari nelle aree circostanti per ragioni di sicurezza. Strade deserte, pochissimi ospiti stranieri: oltre all’alleato Alexander Lukashenko della Bielorussia, erano presenti i presidenti del Kazakhstan e del Laos, il sovrano della Malaysia, e — unico rappresentante di un Paese dell’Unione europea — il premier slovacco Roberto Fico, che si è detto “onorato” di partecipare alle celebrazioni.

La parata ridimensionata non è stata solo una scelta logistica: rispecchia lo stato reale della guerra e le difficoltà che il Cremlino incontra nel mobilitare consenso interno dopo oltre quattro anni di conflitto. La guerra in Ucraina dura ormai più a lungo del coinvolgimento sovietico nella Seconda guerra mondiale, eppure non si intravede una vittoria netta.


Le parole di Putin: “Il conflitto sta volgendo al termine”

È stata la conferenza stampa a margine delle celebrazioni il momento più atteso. Vladimir Putin, rispondendo alle domande dei giornalisti — come riportato dalle agenzie russe Ria Novosti e Tass — ha affermato con tono risoluto: “Credo che il conflitto ucraino stia volgendo al termine.”

Una dichiarazione che, se da un lato potrebbe essere letta come un segnale di apertura diplomatica, dall’altro riflette la narrativa interna del Cremlino, che da mesi cerca di proiettare un’immagine di controllo della situazione nonostante le difficoltà sul campo.

Nel corso del discorso alla parata, Putin aveva già ribadito la posizione russa con toni più bellicosi, paragonando i soldati impegnati nell'”operazione militare speciale” in Ucraina agli eroi della Grande guerra patriottica: “La grande impresa della generazione dei vincitori ispira i combattenti che oggi svolgono il loro dovere”, ha detto, aggiungendo che le forze russe “resistono contro una forza aggressiva armata e sostenuta dall’intero blocco della Nato.” Poi la chiosa: “Credo fermamente che la nostra causa sia giusta. Rimanendo uniti, la vittoria sarà sempre nostra.”

Due messaggi apparentemente contraddittori — l’ottimismo sulla fine del conflitto e la retorica della resistenza contro l’Occidente — che tuttavia convivono perfettamente nella comunicazione strategica di Mosca.


L’apertura all’Unione europea: “Preferirei Schroeder come negoziatore”

La novità più significativa della giornata è però l’apertura ai negoziati con l’Unione europea. Putin ha commentato la proposta del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa di avviare un dialogo con Mosca, precisando che la Russia “non ha mai rifiutato” di sedersi al tavolo con Bruxelles.

Non solo. Il leader del Cremlino ha anche suggerito il profilo del negoziatore preferito: “Come candidato al ruolo, preferirei l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. Altrimenti, che scelgano loro un leader di cui si fidano.” La menzione di Schroeder non è casuale: l’ex cancelliere socialdemocratico è storicamente considerato vicino a Mosca, avendo mantenuto rapporti personali con Putin anche dopo l’invasione dell’Ucraina, e rappresenta per il Cremlino un interlocutore affidabile.

La mossa di Putin è abile dal punto di vista diplomatico: da un lato apre formalmente al dialogo con l’UE, dall’altro impone una condizione di fatto difficile da accettare — proporre Schroeder come mediatore significherebbe per Bruxelles legittimare un personaggio visto da molti capitali europee come troppo compromesso con Mosca.


La tregua di Trump: tre giorni fragili, con accuse incrociate

Lo scenario in cui si inseriscono le dichiarazioni di Putin è quello di una tregua di tre giorni — dal 9 all’11 maggio — annunciata a sorpresa dal presidente americano Donald Trump nella serata di venerdì 8 maggio. “Sono lieto di annunciare un cessate il fuoco di tre giorni nella guerra tra Russia e Ucraina”, aveva scritto Trump su Truth Social, auspicando che rappresentasse “l’inizio della fine” del conflitto.

Sia Mosca che Kiev hanno aderito formalmente all’accordo. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha firmato un decreto che escludeva esplicitamente la Piazza Rossa dagli obiettivi militari per tutta la durata della parata — una mossa con evidenti connotazioni polemiche, che il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha definito “clownesca” e “da circo”. “Non abbiamo bisogno del permesso di nessuno”, ha dichiarato Peskov con irritazione.

Ma già nelle primissime ore la tenuta della tregua è apparsa fragile. L’Aeronautica militare ucraina ha denunciato un attacco russo nella notte con un missile balistico Iskander-M e 43 droni, accusando Mosca di aver violato il cessate il fuoco. La Russia ha smentito o ignorato le accuse. Gli osservatori hanno registrato “violazioni minori” da entrambe le parti, senza che queste degenerassero in operazioni di grande scala.


Il Cremlino frena sull’ottimismo di Trump

Se Putin mostra ottimismo sulla conclusione del conflitto, i suoi collaboratori più stretti hanno invece smorzato le aspettative americane. Il portavoce Dmitry Peskov ha avvertito che gli Stati Uniti “hanno fretta” di chiudere il dossier ucraino, ma che trovare una soluzione definitiva “è un percorso molto lungo, con dettagli complicati.” Una frecciatina velata all’inquilino della Casa Bianca.

Il consigliere di politica estera Yuri Ushakov è andato ancora più in là, definendo “infondate” le speranze di Trump di estendere il cessate il fuoco oltre l’11 maggio. La tregua di tre giorni, ha spiegato Ushakov, è stata raggiunta dopo due giorni di intense trattative con Washington, ed era motivata in primo luogo dalla necessità di garantire la sicurezza della parata del 9 maggio. Ma “nessuno ha parlato per ora” della ripresa dei negoziati formali tra Russia e Ucraina, che rimangono in “pausa.”

Anche sullo scambio di prigionieri — mille per parte, come annunciato da Trump — i tempi si allungano: le parti stanno preparando le liste, ha precisato Ushakov, e ci vorrà del tempo prima che l’operazione possa concretizzarsi.


Nessuna proposta da Kiev sullo scambio di prigionieri

Su questo fronte, Putin ha lanciato una frecciata all’Ucraina: “Contiamo sulla risposta della parte ucraina alla proposta avanzata dal presidente degli Stati Uniti. Purtroppo, finora non abbiamo ancora ricevuto alcuna proposta.” Un’accusa che Kiev non ha al momento smentito pubblicamente, lasciando aperta la questione.

Lo scambio di prigionieri è uno dei pochi punti concreti su cui Russia e Ucraina potrebbero trovare un accordo a breve termine, e il suo mancato avvio è interpretato da alcuni analisti come un segnale della diffidenza reciproca tra i due Paesi, nonostante l’accordo formale sulla tregua.


Il dossier Medio Oriente e la questione dell’uranio iraniano

A margine delle dichiarazioni sull’Ucraina, Putin ha anche toccato il tema del Medio Oriente, affermando che “nessuno è interessato a una prosecuzione del conflitto” nel Golfo Persico e che “un accordo può essere raggiunto.” Mosca, ha precisato il presidente russo, continua a mantenere contatti con tutte le parti in causa e spera in una soluzione rapida.

Particolarmente significativa la dichiarazione sull’uranio arricchito iraniano: Putin ha ribadito che la Russia è pronta a ricevere e conservare le riserve di uranio altamente arricchito attualmente in possesso dell’Iran — una proposta che si inserisce nel quadro dei negoziati sul programma nucleare iraniano e che potrebbe rappresentare un’importante carta di mediazione per Mosca nel contesto più ampio degli equilibri geopolitici globali.


Il quadro diplomatico: un’apertura condizionata

Le dichiarazioni del 9 maggio vanno lette nel loro insieme come un tentativo da parte di Putin di riposizionare la Russia sul piano diplomatico internazionale:

  • Disponibilità ai negoziati con l’UE, pur condizionandoli alla scelta di un interlocutore gradito a Mosca
  • Ottimismo sulla conclusione del conflitto, utile sul piano della narrativa interna
  • Freno sull’estensione della tregua, per non apparire condizionato dalla pressione americana
  • Accuse all’Ucraina per il mancato avvio dello scambio di prigionieri
  • Disponibilità a gestire l’uranio iraniano, come leva diplomatica nel dossier nucleare

Un insieme di mosse che confermano come il Cremlino stia cercando di navigare tra la necessità di mostrare apertura — soprattutto verso Washington — e la volontà di non cedere su alcun punto sostanziale prima che le condizioni sul terreno lo consentano.


La parata come specchio della guerra

Più che le parole di Putin, è la parata dimessa del 9 maggio a raccontare lo stato reale del conflitto. Una Russia che non può permettersi di mostrare i propri armamenti più moderni perché sono tutti impegnati in Ucraina. Una Russia che blocca internet per paura dei droni nemici nel cuore della propria capitale. Una Russia che accetta di fatto la mediazione americana pur rifiutandone pubblicamente la logica.

La tregua di tre giorni è un segnale, ma non necessariamente di pace: è la conferma che entrambe le parti stanno cercando margini di manovra diplomatica, con gli Stati Uniti nel ruolo di mediatori più attivi che mai. La prossima settimana sarà determinante per capire se il cessate il fuoco reggerà oltre l’11 maggio o se il conflitto riprenderà con la stessa intensità di prima.