Può l’intervento di Steve Witkoff cambiare il corso della guerra?

La missione dell’inviato americano arriva mentre la Russia consolida un nuovo percorso strategico lontano dall’Europa. Cosa può (e cosa non può) cambiare davvero.

L’arrivo a Mosca dell’inviato statunitense Steve Witkoff ha riacceso un interrogativo cruciale: è ancora possibile influenzare le scelte del Cremlino e rallentare la deriva del conflitto in Ucraina?
La visita, presentata come un tentativo di riaprire canali diplomatici diretti, avviene in un momento carico di segnali contrastanti: mentre Washington prova a sondare la disponibilità russa a un cessate il fuoco, Mosca sembra sempre più impegnata in una trasformazione politica e identitaria che la allontana strutturalmente dall’Occidente.

Per capire se e quanto l’iniziativa americana possa davvero incidere, occorre guardare oltre la superficie degli incontri ufficiali e leggere il quadro più ampio: una Russia che, in questi quattro anni di guerra, è cambiata radicalmente. Non solo nelle sue priorità militari, ma nella sua stessa percezione del mondo.


La Russia dopo quattro anni di guerra: un Paese diverso da quello che conoscevamo

Nel corso dell’ultimo anno, il Cremlino ha costruito una narrativa chiara: “la vita di ieri non tornerà”.
Non è un motto propagandistico, ma un indirizzo strategico. Secondo l’analisi di diversi osservatori — tra cui editorialisti russi come Konstantin Remchukov — la leadership di Putin considera l’ordine occidentale basato sulle regole non più un riferimento, ma un modello da cui sganciarsi definitivamente.

Questo non significa che la società russa abbia voltato le spalle all’Europa:

  • le élite culturali continuano a guardare a Occidente;

  • i giovani vivono ancora con nostalgia la stagione dei viaggi, degli scambi e delle opportunità globali.

Ma a decidere non è la società: è un uomo solo, come ricorda il Corriere. E quell’uomo ha ridefinito l’identità geopolitica del Paese.


Witkoff a Mosca: missione diplomatica o terreno minato?

L’inviato americano arriva in un momento di apparente apertura diplomatica, ma ogni gesto del Cremlino nasconde un doppio fondo.
Un esempio recente: l’abolizione dei visti per i cittadini cinesi, presentata come un atto di amicizia verso Pechino. In realtà, una concessione strategica imposta dall’alleato più forte, indispensabile per mantenere in vita un’economia di guerra sempre più fragile.

La visita di Witkoff si inserisce in questo schema:

  • la Russia è disposta a ascoltare,

  • forse a negoziare,

  • ma non a tornare nell’alveo occidentale.

Per Putin, gli Stati Uniti — e in particolare un’America percepita come imprevedibile sotto Trump — sono oggi un attore da sfruttare, non un partner da ritrovare.


Perché una vera trattativa è così difficile

Secondo molte analisi, la disponibilità russa a una pausa del conflitto è minima. Non per una questione militare soltanto, ma politica e identitaria.
Zelensky, con la sua resistenza, rappresenta per Mosca non solo un ostacolo, ma una sfida di principio:
una superpotenza che ambisce a guidare un nuovo ordine mondiale non può permettersi una guerra non vinta.

E c’è di più:

  • la Russia considera questa guerra come esistenziale,

  • Putin la vive come la battaglia che definirà il suo posto nei libri di storia.

In quest’ottica, il compromesso non è un’opzione, perché sarebbe letto internamente come una sconfitta.
E un’economia in difficoltà non spingerà Putin al tavolo: spingerà piuttosto verso ulteriore centralizzazione e repressione interna.


Perché l’intervento di Witkoff difficilmente cambierà le cose

L’iniziativa americana è rilevante, ma il contesto la rende debole. Ecco perché:

1. La Russia ha già scelto la sua collocazione internazionale

Il Cremlino punta su una rete di alleanze economiche e tecnologiche asiatiche (Cina, India, Iran, e in parte paesi africani e latinoamericani).
Questa rete non garantisce prosperità, ma garantisce sopravvivenza.
E per il Cremlino, oggi, sopravvivere conta più che crescere.

2. Il costo della guerra è diventato un “costo identitario”

Il conflitto non è più un’operazione militare, ma un pilastro narrativo:

  • definisce la missione storica del leader;

  • plasma la propaganda;

  • giustifica restrizioni e controllo.

Tagliarlo oggi equivarrebbe a demolire un pilastro del putinismo.

3. L’America non è percepita come un mediatore neutrale

Washington è vista come parte del conflitto, non come arbitro. E questo limita la capacità di un emissario, anche autorevole, di aprire spiragli reali.

4. Il Cremlino vuole arrivare ai negoziati da “vincitore sul campo”

Ogni cedimento prima di aver consolidato guadagni territoriali verrebbe vissuto come un arretramento imperdonabile.


Cosa può cambiare davvero

L’intervento di Witkoff può avere comunque tre effetti concreti — piccoli ma non irrilevanti:

1. Stabilizzare il dialogo tecnico

Linee di comunicazione diretta tra Usa e Russia possono ridurre i rischi di escalation non voluta (incidenti, attacchi mal interpretati, cyber).

2. Congelare temporaneamente alcune operazioni

Non un cessate il fuoco, ma micro-pause in aree calde, utili per rotazioni, evacuazioni, corridoi umanitari.

3. Mandare un messaggio alla Cina

Washington può mostrarle che resta in gioco sul fronte diplomatico, non solo militare-economico.

Sono risultati minimi, ma nel contesto attuale, non irrilevanti.


Ma la domanda chiave resta questa: la guerra può finire presto?

Realisticamente, no.
Non con le premesse attuali.

La Russia ritiene di non poter fermarsi senza apparire debole. L’Ucraina non può cedere territorio senza compromettere la propria sopravvivenza. E l’Occidente non può permettere che la conquista militare diventi un precedente accettato.

Per questo, gli scenari più plausibili nel 2025–2026 restano due:

  1. Guerra di logoramento prolungata, con fasi alterne e fronti relativamente stabili.

  2. Cessate il fuoco imperfetto, che congela la situazione senza risolverla.

In nessuno dei due scenari l’intervento di un singolo negoziatore può ribaltare il tavolo. Ma può attenuare i rischi, mantenere aperti i canali e preparare il terreno per un negoziato futuro — quando le condizioni politiche, interne ed esterne, saranno cambiate.


Conclusione: Witkoff non cambierà la strategia di Putin, ma può cambiare il ritmo della crisi

La Russia ha già iniziato il suo percorso fuori dall’Europa.
Un percorso che non dipende da concessioni tecniche o diplomatiche, ma da una scelta storica e identitaria.

La visita di Witkoff non fermerà questa traiettoria.
Ma, in un momento in cui ogni errore può diventare irreparabile, mantenere un ponte aperto fra due mondi che non si parlano più può fare comunque la differenza.