Ponte sullo Stretto, la Corte dei Conti boccia la delibera Cipess: violate due direttive europee

La magistratura contabile motiva il suo “no” all’opera tra Calabria e Sicilia: irregolarità nella tutela ambientale e negli appalti, oltre all’assenza del parere dell’Autorità dei trasporti.

La Corte dei Conti ha ufficialmente negato il visto di legittimità alla delibera Cipess che avrebbe dovuto sbloccare la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, un’opera infrastrutturale da 14 miliardi di euro e simbolo del governo Meloni. Le motivazioni, depositate il 27 novembre, indicano tre profili di illegittimità: la violazione della direttiva europea sulla conservazione degli habitat naturali, quella sugli appalti pubblici e la mancata acquisizione del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti (Art) sul piano tariffario.


Tre violazioni che bloccano il Ponte

1. La direttiva Habitat

La prima irregolarità riguarda la direttiva 92/43/CE, che disciplina la tutela degli habitat naturali e seminaturali, della flora e della fauna selvatiche.
Secondo i giudici contabili, la cosiddetta delibera Iropi, che giustifica l’opera per “imperativi motivi di interesse pubblico”, è priva di un’istruttoria adeguata. La relazione del Ministero delle Infrastrutture, spiegano i magistrati, “non documenta alternative praticabili” e si limita a sostenere che “solo il ponte a campata unica soddisfa le necessità minimizzando gli impatti ambientali”. Una motivazione considerata apodittica e inconferente rispetto alle regole europee.
La Corte sottolinea inoltre che la deroga alla normativa può essere concessa solo per motivi legati alla salute umana o alla sicurezza pubblica, non per ragioni economiche. L’assenza di un’analisi indipendente e di validazioni tecniche rende l’intera procedura illegittima e carente sotto il profilo istruttorio.


2. La direttiva Appalti

Il secondo punto contestato riguarda la direttiva 2014/24/UE, che vieta modifiche sostanziali dei contratti pubblici senza una nuova gara.
La delibera Cipess ha riattivato rapporti contrattuali risalenti al 2003, stipulati con la concessionaria “Stretto di Messina S.p.A.” e con il consorzio Eurolink, modificandone profondamente struttura, importi e modalità di finanziamento.
Per la Corte, le nuove condizioni — in particolare il passaggio a un finanziamento totalmente pubblico — configurano un nuovo contratto a tutti gli effetti, che avrebbe richiesto una gara d’appalto aperta.
Tale scelta, spiegano i magistrati, “altera l’equilibrio economico originario e incide sulla concorrenza, in violazione delle regole europee sulla trasparenza degli appalti”.


3. Il mancato parere dell’Autorità dei trasporti

La terza violazione è di natura economico-finanziaria. La Corte rileva che non è stato acquisito il parere obbligatorio dell’Autorità di regolazione dei trasporti (Art) sul piano tariffario del ponte, su cui si fonda il piano economico e finanziario dell’opera.
Secondo la magistratura contabile, l’esclusione dell’Art rappresenta una grave omissione, poiché ogni infrastruttura a pedaggio richiede una verifica indipendente delle tariffe, per garantirne la sostenibilità e l’equità per gli utenti.
L’assenza del parere rende, secondo la Corte, “incompleto e illegittimo” l’impianto economico presentato dal Ministero.


Le reazioni del governo

Da Palazzo Chigi si fa sapere che le motivazioni “saranno oggetto di un attento approfondimento”, con l’obiettivo di “superare i rilievi in un confronto costruttivo con la Corte”.
Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, guidato da Matteo Salvini, assicura che “tecnici e giuristi sono già al lavoro per rispondere alle osservazioni e dare finalmente all’Italia un ponte sicuro, sostenibile e moderno”.
Il governo resta convinto che “si tratti di profili con un ampio margine di chiarimento” e ribadisce che il progetto del Ponte sullo Stretto è un’infrastruttura strategica “attesa da decenni”.


L’opposizione e gli ambientalisti esultano

Duro il commento delle opposizioni.
Il leader di Alleanza Verdi Sinistra, Angelo Bonelli, parla di “vittoria della democrazia e dei cittadini” e accusa il governo di “sprecare miliardi di euro in un progetto illegittimo”.
Il Partito Democratico, con il senatore Antonio Nicita, parla di “rilievi difficilmente superabili nell’attuale iter amministrativo”, mentre il segretario regionale siciliano Anthony Barbagallo invita il governo “a prendere atto della bocciatura e a ritirare definitivamente il progetto”.
Soddisfazione anche da parte del Wwf Italia, che sottolinea come “la procedura seguita dal governo abbia violato la normativa ambientale e sugli appalti”.


Un divario tra Corte e Ministero

Le motivazioni della Corte fanno emergere un divario profondo tra la logica tecnico-giuridica e quella politico-amministrativa.
Da un lato, i giudici contabili chiedono una rigorosa applicazione delle direttive europee; dall’altro, il Ministero insiste sulla valenza economica e simbolica dell’opera.
In alcune parti della documentazione, la Corte osserva che il Mit rispondeva a richieste di chiarimento sulla tutela dell’habitat con “argomentazioni economiche inconferenti”, un approccio che ha pesato nella decisione finale.


Cosa può accadere ora

Per riavviare il progetto, il governo dovrà:

  1. Redigere una nuova istruttoria ambientale, con analisi dettagliate delle alternative e delle misure di compensazione.

  2. Definire un nuovo assetto contrattuale, conforme alle regole europee sugli appalti.

  3. Ottenere il parere vincolante dell’Art sul piano tariffario.

Solo dopo questi passaggi la delibera potrà essere nuovamente sottoposta alla Corte dei Conti. Tuttavia, secondo diversi giuristi, le criticità giuridiche riscontrate potrebbero rendere improbabile la ripresa del progetto nelle forme attuali.


Un segnale forte dall’Europa e dai giudici contabili

Il caso del Ponte sullo Stretto rappresenta un precedente significativo nel rapporto tra politica infrastrutturale e diritto europeo.
La decisione della Corte dei Conti riafferma il principio secondo cui la sostenibilità ambientale e la trasparenza negli appalti non sono ostacoli, ma obblighi di legge, anche per le opere considerate strategiche.
Resta aperta la questione politica: come conciliare le ambizioni di sviluppo e di coesione territoriale con il rispetto dei vincoli europei e della tutela del paesaggio mediterraneo.