L’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia al centro della requisitoria nel processo per il crollo del viadotto di Genova del 2018
È arrivata la richiesta di condanna più pesante nel processo per il crollo del Ponte Morandi: il pubblico ministero ha chiesto 18 anni e 6 mesi di reclusione per Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia. Una richiesta che segna un punto di svolta nel lungo iter giudiziario avviato dopo il tragico crollo del 14 agosto 2018, quando il viadotto autostradale sul torrente Polcevera cedette improvvisamente, causando la morte di 43 persone e danni incalcolabili alla città di Genova.
La requisitoria della Procura
Nella sua requisitoria, il pubblico ministero ha sottolineato come le condotte degli imputati — tra cui dirigenti e tecnici di Autostrade per l’Italia (ASPI) e della controllata Spea Engineering — avrebbero avuto un ruolo determinante nel mancato intervento di manutenzione del viadotto.
Secondo l’accusa, la struttura mostrava da anni segnali evidenti di degrado, ma gli interventi si sarebbero limitati a azioni parziali e insufficienti, mentre la società avrebbe privilegiato la logica del profitto rispetto alla sicurezza.
Il nome di Giovanni Castellucci emerge come quello di massimo responsabile della gestione strategica della rete autostradale durante il periodo in cui, secondo gli inquirenti, si accumulavano ritardi e omissioni nelle opere di manutenzione. La Procura lo accusa di aver avuto piena consapevolezza delle criticità del ponte e di non aver esercitato la dovuta vigilanza sugli interventi tecnici necessari.
Il disastro del 14 agosto 2018
Alle 11:36 del mattino, una porzione di 200 metri del viadotto Polcevera, noto come Ponte Morandi, crollò sotto la pioggia battente.
Sul ponte viaggiavano automobili e camion: 43 persone persero la vita, tra cui intere famiglie, autotrasportatori e turisti.
L’impatto emotivo fu enorme: Genova si trovò improvvisamente tagliata in due, il traffico nazionale e internazionale venne interrotto, e la tragedia aprì un dibattito profondo sullo stato delle infrastrutture italiane e sulla responsabilità della gestione autostradale.
Le accuse principali
L’impianto accusatorio si fonda su tre capisaldi:
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Omissione di interventi strutturali nonostante le segnalazioni dei tecnici e i rapporti interni che evidenziavano la corrosione dei cavi d’acciaio.
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Falsificazione o manipolazione di relazioni tecniche da parte di Spea Engineering, la società di controllo e monitoraggio.
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Mancata adozione di misure di sicurezza per la tutela della pubblica incolumità, nonostante la conoscenza dello stato del viadotto.
La Procura ha ricostruito una catena di responsabilità che coinvolge dirigenti, tecnici e amministratori di Autostrade, ritenendo che la politica di gestione del gruppo fosse improntata a contenere i costi piuttosto che a garantire la sicurezza strutturale dei viadotti.
La posizione della difesa
Gli avvocati di Giovanni Castellucci hanno ribadito che il loro assistito non aveva competenze dirette in materia di manutenzione e che si era affidato alle valutazioni tecniche dei professionisti e delle società preposte ai controlli.
La difesa sostiene che le decisioni di spesa e le priorità di intervento venissero prese sulla base di relazioni tecniche ritenute attendibili, e che non vi siano prove dirette di una volontà dolosa o di negligenza grave da parte dell’ex amministratore delegato.
Castellucci ha più volte espresso cordoglio per le vittime, ma ha anche sottolineato che “la responsabilità di un disastro di tale portata non può essere ridotta a un singolo individuo”.
Un processo simbolo per la sicurezza infrastrutturale
Il processo per il crollo del Ponte Morandi è considerato uno dei più complessi e significativi della storia giudiziaria italiana.
Coinvolge 58 imputati, tra dirigenti, tecnici e funzionari, e si basa su anni di indagini, perizie ingegneristiche e intercettazioni.
Per la Procura di Genova, la tragedia rappresenta un fallimento sistemico nella gestione delle infrastrutture e nei controlli pubblici.
L’esito del processo potrebbe avere ripercussioni profonde anche sul futuro delle concessioni autostradali e sui criteri di vigilanza da parte dello Stato.
La ricostruzione e la memoria delle vittime
Dopo il crollo, il ponte è stato ricostruito e inaugurato nel 2020 con il nome di Ponte San Giorgio, su progetto dell’architetto Renzo Piano.
L’opera è diventata un simbolo di rinascita e resilienza per Genova, ma anche un monito permanente sulla necessità di trasparenza e manutenzione costante.
Ogni anno, la città celebra una cerimonia in memoria delle 43 vittime, con la presenza delle autorità e dei familiari.
Le famiglie delle vittime hanno accolto la richiesta di condanna con soddisfazione cauta, sottolineando che la giustizia “deve fare il suo corso senza sconti ma anche senza vendette”.
Prossime tappe del processo
Il procedimento è ormai alle battute finali: dopo le richieste dell’accusa, la parola passerà alle difese, che avranno a disposizione diverse udienze per esporre le proprie argomentazioni.
La sentenza di primo grado è attesa per i primi mesi del 2026.
Un verdetto che sarà seguito con attenzione non solo a Genova, ma in tutto il Paese, come banco di prova per la credibilità del sistema giudiziario e per il futuro delle infrastrutture italiane.
