Petrolio russo senza sanzioni: una manna per il Cremlino mentre la guerra in Ucraina continua

La decisione degli Stati Uniti di allentare temporaneamente le restrizioni sul greggio russo riaccende il dibattito in Europa e in Italia, con Salvini favorevole e Tajani contrario. Zelensky avverte: vale 10 miliardi di dollari per la macchina bellica di Putin.

Il 12 marzo 2026, mentre la guerra in Ucraina entra nel suo quarto anno, gli Stati Uniti hanno scelto di allentare temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo, autorizzando l’acquisto di greggio già caricato sulle navi. Una mossa che, secondo Kiev, potrebbe garantire a Mosca fino a 10 miliardi di dollari di nuove entrate per finanziare l’invasione. In Italia, il tema divide già la maggioranza di governo: la Lega di Matteo Salvini approva, Forza Italia con Antonio Tajani resiste. Sullo sfondo, il premier ungherese Viktor Orbán soffia sul fuoco, chiedendo all’Europa di seguire la strada americana.


Il contesto: la crisi energetica globale e la decisione di Washington

La scintilla che ha riaperto il caso sanzioni è la guerra in Medio Oriente. Gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran e il conseguente blocco del traffico petrolifero attraverso lo Stretto di Hormuz hanno fatto impennare i prezzi del greggio a livello globale, mettendo sotto pressione le economie di mezzo mondo. In questo scenario, l’amministrazione Trump ha scelto una via pragmatica: il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato il 12 marzo l’autorizzazione temporanea, valida fino all’11 aprile, per l’acquisto di petrolio russo già caricato sulle petroliere. La misura si applica al greggio imbarcato a partire dal 12 marzo.

Secondo l’inviato presidenziale russo Kirill Dmitriev, la mossa permetterebbe di liberare circa cento milioni di barili di greggio russo attualmente bloccato in mare — poco meno di una giornata di produzione globale. Washington ha presentato il provvedimento come limitato e di breve durata, mirato unicamente a stabilizzare i mercati energetici sconvolti dalla guerra in Medio Oriente, non come un segnale di apertura verso Mosca.

Ma i numeri raccontano un’altra storia. Stando ai dati della Commissione europea, a partire dall’inizio del conflitto in Medio Oriente la Russia ha incassato circa 150 milioni di dollari al giorno di entrate aggiuntive dalle vendite di petrolio. La portavoce della Commissione, Paula Pinho, è stata esplicita: Mosca è probabilmente il maggiore beneficiario finanziario del conflitto mediorientale.


Zelensky lancia l’allarme: “Finanziate la guerra contro di noi”

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, a Parigi per incontri con il presidente francese Emmanuel Macron, non ha usato mezzi termini. La concessione americana potrebbe garantire alla Russia circa 10 miliardi di dollari da impiegare direttamente nello sforzo bellico contro l’Ucraina. Secondo Zelensky, si tratta di una scelta che non favorisce in alcun modo la pace, ma al contrario rafforza la capacità operativa dell’esercito di Putin proprio nel momento in cui i colloqui di pace — già fragili — sembrano congelati.

Zelensky aveva già definito la prospettiva di una revoca delle sanzioni un “colpo grave” per il suo Paese e un “colpo alla reputazione” dell’intero Occidente. Il ragionamento è lineare: come si può revocare le sanzioni all’aggressore senza dare un segnale devastante di debolezza? Un precedente pericoloso, ha avvertito il leader ucraino, che altri potrebbe seguire — e non in senso positivo.

Il timore di Kiev è confermato dall’analisi degli esperti. Nei mesi precedenti alla decisione americana, le sanzioni stavano effettivamente mordendo: secondo Euronews e i dati della Kyiv School of Economics, nel 2025 i proventi russi dalla vendita di petrolio erano ai livelli più bassi degli ultimi cinque anni. Mosca era costretta a indebitarsi con le banche interne, ad alzare le tasse e a fare i conti con un’inflazione persistente. Le spedizioni verso l’India — mercato chiave per il greggio russo — erano scese da 2 milioni di barili al giorno a ottobre 2025 a 1,3 milioni a dicembre. La Russia stava cedendo terreno sul fronte finanziario. La decisione di Washington rischia di vanificare in parte questo percorso.


L’Europa si spacca: Parigi e Berlino contro, Roma divisa

La reazione europea alla mossa americana è stata tutt’altro che uniforme. Emmanuel Macron ha dichiarato che la situazione nello Stretto di Hormuz non giustifica in alcun modo un alleggerimento delle sanzioni contro la Russia. La ministra dell’Economia tedesca Katherina Reiche è andata oltre, accusando Washington di “alimentare il bottino di guerra di Vladimir Putin”. Il governo britannico ha invitato tutti gli alleati dell’Ucraina a “mantenere la pressione sulla Russia”, ribadendo che è questo il metodo migliore per impedire a Mosca di sostenere attori ostili nel mondo.

La Commissione europea ha invece confermato che le proprie sanzioni rimarranno in vigore. Ursula von der Leyen si era espressa già l’11 marzo contro qualunque alleggerimento dei vincoli. L’Ue, va ricordato, ha costruito negli anni un imponente arsenale di misure restrittive contro Mosca: dal divieto di importazione di prodotti petroliferi raffinati ottenuti da greggio russo, al bando delle navi della flotta ombra, fino al congelamento dei beni di oltre 2.700 tra persone fisiche, entità e società ritenute coinvolte nell’aggressione all’Ucraina.

Proprio su questi ultimi — le sanzioni individuali — si è consumato nelle ultime ore un braccio di ferro interno all’Ue. Gli ambasciatori dei 27 Paesi membri hanno faticosamente raggiunto un accordo per prorogare di altri sei mesi le misure restrittive personali contro la Russia, che senza il rinnovo sarebbero scadute il 15 marzo 2026. Il via libera era stato fino all’ultimo bloccato da Ungheria e Slovacchia, i due Paesi più apertamente critici delle sanzioni anti-russe.


Orbán: “L’Europa non può farcela senza il petrolio russo”

Il premier ungherese Viktor Orbán è tornato alla carica con la consueta retorica anti-Bruxelles. In un video pubblicato sui social, ha denunciato che siamo al diciannovesimo giorno del blocco petrolifero ucraino sull’oleodotto Druzhba (“dell’amicizia”), durante il quale agli esperti ungheresi viene ancora negato l’accesso all’infrastruttura. Per Orbán, Bruxelles continua a “rifiutarsi di affrontare la realtà”: l’Europa non può superare la crisi energetica senza il petrolio russo a basso costo, eppure le sanzioni restano in vigore.

Il premier di Budapest ha anche annunciato la propria partecipazione a una marcia per la pace, cogliendo l’occasione per attaccare ancora una volta Zelensky: “È ora di respingere il ricatto ucraino”. Parole che suonano come un’eco di quelle usate da Mosca, e che hanno fatto alzare più di un sopracciglio tra i partner europei.


Il caso Italia: Salvini e Tajani, due linee nel governo Meloni

La querelle sul petrolio russo non ha risparmiato il governo italiano, dove convivono due anime con visioni opposte. Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e leader della Lega, ha espressamente lodato la scelta degli Stati Uniti, definendola una decisione “pragmatica”. Secondo Salvini, se la principale potenza dell’Alleanza occidentale ha allentato le sanzioni, anche l’Italia e l’Europa dovrebbero valutare la stessa strada. “Non si tratta di essere pro-Putin”, ha tenuto a precisare il vicepremier, ma di fare scelte razionali nell’interesse energetico del Paese.

Una posizione diametralmente opposta a quella dell’altro vicepremier, Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia. Per Tajani le sanzioni vanno “assolutamente” mantenute: sono uno strumento per spingere Mosca a sedersi al tavolo delle trattative e accettare un cessate il fuoco. L’Italia, ha ricordato, è stata tra i Paesi promotori delle sanzioni contro la Russia. La pace resta l’obiettivo finale, ma il percorso passa per la pressione, non per le concessioni.

Lo scontro tra i due vicepremier fotografa una tensione reale all’interno del centrodestra italiano, che rispecchia a sua volta la più ampia frattura che attraversa l’Occidente in questo momento storico delicato.


Il paradosso strategico: meno sanzioni, più guerra

Al netto delle posizioni politiche, resta una domanda centrale: allentare le sanzioni sul petrolio russo aiuta davvero la pace, o la ostacola? I dati disponibili sembrano rispondere in modo inequivocabile.

Le sanzioni stavano funzionando. I proventi russi dalla vendita di idrocarburi si erano ridotti ai minimi storici recenti. Mosca era costretta a reperire risorse attraverso canali alternativi — debito interno, aumento fiscale, flotta fantasma — con costi crescenti per la tenuta del sistema economico e, indirettamente, per il finanziamento della guerra. Ogni dollaro in meno nelle casse del Cremlino è un dollaro in meno per pagare soldati, munizioni e droni.

Ora, la revoca parziale e temporanea delle sanzioni americane — che secondo Zelensky vale fino a 10 miliardi di dollari — rischia di interrompere questa spirale virtuosa proprio nel momento più delicato. Non è un caso che l’inviato russo Dmitriev abbia celebrato la mossa di Washington su Telegram, definendo “inevitabile” un ulteriore alleggerimento dei vincoli su scala globale.

Va anche sottolineato un altro elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico: la Russia aveva già imparato a aggirare le sanzioni attraverso la cosiddetta “flotta ombra” — navi con bandiere fittizie, sistemi di tracciamento manipolati, rotte alternative verso Cina e India. Le sanzioni non avevano azzerato il commercio, ma lo avevano fortemente penalizzato. Con il via libera temporaneo di Washington, quella pressione si allenta ulteriormente.


G7 Energia: lunedì si torna a trattare

Il dibattito è destinato a continuare nei prossimi giorni. Lunedì 16 marzo è prevista una riunione straordinaria in videoconferenza dei ministri dell’Energia del G7, presieduta dalla Francia, nel formato G7+ dedicato al sostegno energetico all’Ucraina. All’incontro parteciperanno anche i commissari europei Dan Jorgensen e Marta Kos, a margine dei Consigli Ue dell’Energia e degli Esteri. Sul tavolo ci sarà anche il nodo del prestito da 90 miliardi di euro a Kiev, insieme al ventesimo pacchetto di misure restrittive contro Mosca — ancora in stallo.

Intanto, i prezzi del gas europeo tornano a salire. Uno scenario che alimenta la pressione dei Paesi più dipendenti dalle forniture russe — come l’Ungheria — verso un ammorbidimento delle sanzioni energetiche. La crisi in Medio Oriente ha offerto a questi governi una finestra di opportunità politica per rimettere in discussione ciò che sembrava acquisito.


Conclusione: il prezzo dell’energia e il prezzo della guerra

Il dibattito sul petrolio russo mette a nudo una contraddizione fondamentale dell’Europa in tempo di guerra: quanto è disposta a pagare in termini di costo energetico per mantenere la pressione sull’aggressore? La risposta non è scontata, e le divisioni tra i governi europei — così come all’interno del governo italiano — lo dimostrano. Ma i numeri ricordano che ogni barile di petrolio russo venduto senza restrizioni è, potenzialmente, un contributo diretto alla guerra contro l’Ucraina.