Netanyahu all’ONU: “Israele deve finire il lavoro contro Hamas”

Il premier israeliano sfida le proteste internazionali durante il suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e ribadisce la linea dura su Gaza

In un discorso acceso e contestato all’Assemblea generale dell’ONU, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele “deve finire il lavoro” contro Hamas, difendendo l’offensiva militare a Gaza nonostante le crescenti pressioni internazionali.


Proteste e boicottaggi durante l’intervento

Non appena Netanyahu ha preso la parola, decine di delegazioni hanno abbandonato l’aula, in un gesto plateale di dissenso verso l’operato di Israele nella Striscia di Gaza. Fischi e cori di protesta hanno accompagnato l’inizio del suo intervento, mentre in altri settori della sala si sono sentiti applausi. L’immagine della sala semi-vuota, con molti rappresentanti assenti o sostituiti da diplomatici di basso profilo, ha rappresentato plasticamente l’isolamento crescente di Israele sulla scena internazionale.

Netanyahu ha accusato i Paesi che negli ultimi mesi hanno riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina – tra cui Regno Unito, Canada e Australia – di aver preso una “decisione vergognosa” che, a suo dire, “incoraggia il terrorismo contro gli ebrei e contro persone innocenti ovunque”.


“Israele non si piegherà”

Durante il discorso, il premier israeliano ha ribadito che il suo Paese non cederà alle pressioni esterne. “I leader occidentali possono anche piegarsi – ha dichiarato – Israele non lo farà”.

A rafforzare la sua posizione, Netanyahu ha pronunciato una frase destinata a fare discutere:

“Dare ai palestinesi uno stato a un miglio da Gerusalemme dopo il 7 ottobre sarebbe come aver dato uno stato ad al-Qaeda a un miglio da New York dopo l’11 settembre. È una follia e non lo faremo.”

Un paragone forte, che ha immediatamente provocato reazioni e critiche da parte di numerose delegazioni presenti.


Comunicazione strategica e propaganda visiva

Nel suo intervento, Netanyahu ha adottato una strategia comunicativa aggressiva e simbolica: ha mostrato mappe, utilizzato supporti visivi e persino indossato un abito con un codice QR stampato, con l’intento di far arrivare il suo messaggio anche al pubblico palestinese. Il discorso è stato trasmesso direttamente via altoparlanti all’interno della Striscia di Gaza, in un’azione che unisce diplomazia, comunicazione e propaganda militare.


Critiche e accuse internazionali

Il discorso del premier israeliano si inserisce in un contesto internazionale sempre più critico nei confronti dell’azione israeliana. Organizzazioni umanitarie e agenzie delle Nazioni Unite denunciano da mesi una catastrofe umanitaria a Gaza: mancanza di cibo, acqua potabile, medicine, infrastrutture distrutte e un numero elevato di vittime civili, comprese donne e bambini.

Israele è oggetto di indagini da parte della Corte Penale Internazionale, che sta valutando possibili crimini di guerra legati alla conduzione delle operazioni nella Striscia. Il governo israeliano respinge con fermezza tutte le accuse, sostenendo che l’esercito agisce nel rispetto del diritto internazionale e che Hamas utilizza la popolazione civile come “scudo umano”.


Le nuove sfide diplomatiche

Il riconoscimento dello Stato palestinese da parte di alcuni Paesi occidentali ha rafforzato il fronte diplomatico a favore della Palestina, aumentando l’isolamento di Israele in sede internazionale. Tuttavia, il sostegno degli Stati Uniti – seppur meno visibile rispetto al passato – resta un elemento fondamentale per la tenuta politica del governo Netanyahu.

Durante l’assemblea, la delegazione statunitense ha evitato la presenza di alti funzionari, limitandosi a inviare diplomatici di secondo piano. Una scelta interpretata come un segnale di freddezza, pur senza una rottura formale dell’alleanza.


Un conflitto che rischia di allargarsi

Le parole di Netanyahu fanno temere un’ulteriore escalation militare. L’intenzione di “finire il lavoro” viene letta da molti osservatori come la volontà di occupare stabilmente Gaza, disarticolando completamente l’infrastruttura militare e politica di Hamas. Ma questa opzione solleva molteplici interrogativi:

  • Quale sarà il destino della popolazione civile in caso di occupazione?

  • Come gestire una ricostruzione in un territorio già devastato?

  • Che ruolo avranno gli attori regionali come Iran, Hezbollah, Siria?

  • Quali saranno le conseguenze nei rapporti tra Israele e l’Occidente?

A tutto ciò si aggiunge l’urgenza di una soluzione politica duratura, che resta sempre più lontana in uno scenario dominato da bombe, rappresaglie e ritorsioni.


Il rischio di un conflitto prolungato

Secondo diversi analisti, il conflitto potrebbe protrarsi ancora a lungo. Le operazioni militari israeliane continuano con intensità, ma la capacità di Hamas di rigenerarsi sul territorio rappresenta una sfida persistente. Allo stesso tempo, le pressioni internazionali per un cessate il fuoco si scontrano con la linea intransigente del governo Netanyahu.

Le principali organizzazioni internazionali continuano a chiedere:

  • l’apertura di corridoi umanitari sicuri,

  • il rilascio dei prigionieri,

  • la cessazione dei bombardamenti nelle aree densamente abitate,

  • il ritorno al dialogo politico.

Ma al momento, nessuno di questi obiettivi sembra a portata di mano.


Un discorso che divide

Il passaggio di Netanyahu all’ONU ha avuto l’effetto di cristallizzare le divisioni già esistenti: da una parte chi continua a sostenere il diritto di Israele alla difesa, dall’altra chi denuncia l’uso eccessivo della forza e la punizione collettiva della popolazione palestinese. In mezzo, milioni di civili che subiscono le conseguenze di un conflitto senza via d’uscita.