Il figlio del Grande Ayatollah assassinato dagli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele guida ora la Repubblica Islamica nella crisi più grave dai tempi della rivoluzione del 1979
L’Iran ha un nuovo leader supremo. Si chiama Mojtaba Khamenei, ha 56 anni, è il secondo figlio dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio 2026 durante i raid congiunti lanciati da Washington e Tel Aviv su Teheran. L’Assemblea degli Esperti – il corpo clericale di 88 membri responsabile della selezione del leader supremo – lo ha designato con “voto decisivo” il 8 marzo, in un’elezione svoltasi in circostanze straordinarie, tra pressioni militari, blackout informatici e l’eco dei bombardamenti sul Paese.
Un nome emerso nell’ombra
Per decenni Mojtaba Khamenei ha agito lontano dai riflettori. Non ha mai tenuto sermoni pubblici del venerdì, non ha rilasciato discorsi politici ufficiali, non si è mai candidato a nessuna carica elettiva. Eppure, nella Repubblica Islamica dell’Iran, era considerato da anni uno dei personaggi più influenti del sistema di potere. I dispacci diplomatici statunitensi pubblicati da WikiLeaks alla fine degli anni 2000 lo descrivevano già allora come “il potere dietro alle vesti”, il vero custode e gatekeeper del padre.
Nato nel 1969 nella città santa sciita di Mashhad, Mojtaba trascorse la propria infanzia mentre il padre guidava l’opposizione allo Shah. Con la Rivoluzione Islamica del 1979, la famiglia si trasferì a Teheran. Da giovane, combatté nella guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta all’interno del Battaglione Habib ibn Mazahir, una divisione dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. Fu in quegli anni che strinse i legami destinati a definire la sua carriera: molti dei suoi commilitoni sarebbero in seguito ascesi ai vertici dell’apparato di sicurezza e intelligence della giovane Repubblica Islamica.
Sul piano religioso, Mojtaba si formò nei seminari conservatori di Qom, il cuore della teologia sciita iraniana, sotto la guida del defunto ayatollah Mohammad Taghi Mesbah Yazdi, noto per le posizioni più intransigenti del clero khomeinista. Detiene il rango di hojatoleslam, un grado clericale di livello intermedio – non quello di ayatollah che aveva il padre. Una questione non banale in un sistema teocratico che basa la sua legittimità sulla dottrina del Velayat-e faqih, il governo del giureconsulto islamico. Tuttavia, come ricordano gli analisti, anche Ali Khamenei non era un ayatollah quando fu nominato guida suprema nel 1989: la legge fu modificata per renderlo idoneo. Un precedente che potrebbe aprire la strada a un compromesso analogo per il figlio.
L’uomo dei Pasdaran
Il tratto più distintivo del profilo di Mojtaba Khamenei è il rapporto organico con i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione Islamica. Non si tratta di una semplice vicinanza istituzionale, ma di un legame costruito nel tempo attraverso reti di fedeltà personale, comandi condivisi e interessi economici sovrapposti.
Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che nel 2019 ha imposto sanzioni su Mojtaba, quest’ultimo ha operato per anni al fianco del comandante della Forza Quds dei Pasdaran e delle milizie Basij per perseguire quelle che Washington definisce le “ambizioni regionali destabilizzanti” e gli “obiettivi domestici oppressivi” del padre. La designazione sanzionatoria sottolineava che Khamenei esercitava funzioni di rappresentanza ufficiale senza mai essere stato eletto o formalmente nominato a nessun incarico governativo al di fuori dell’ufficio del leader supremo.
L’ascesa di Mojtaba al vertice della Repubblica Islamica viene letta dalla maggior parte degli analisti come un segnale inequivocabile di continuità con la linea più dura dell’establishment iraniano. Ali Hashem, corrispondente di Al Jazeera con una lunga esperienza sugli affari iraniani, ha sintetizzato così il profilo del nuovo leader: “È il custode di suo padre. Adotta le posizioni del padre nei confronti degli Stati Uniti, nei confronti di Israele. Ci aspettiamo quindi un leader orientato allo scontro, non alla moderazione.”
La designazione sotto le bombe
La scelta di Mojtaba è avvenuta in condizioni del tutto eccezionali. L’Assemblea degli Esperti si è riunita in sessione straordinaria online il 3 marzo, mentre le bombe americane e israeliane continuavano a cadere sull’Iran. Secondo diverse ricostruzioni, i comandanti dei Pasdaran avrebbero esercitato pressioni intense sui membri dell’assemblea affinché votassero per Mojtaba, con “contatti ripetuti e pressioni psicologiche e politiche”. I delegati contrari avrebbero avuto tempi limitati per esprimere le proprie posizioni, e la discussione sarebbe stata interrotta prima della votazione.
L’8 marzo l’Assemblea ha ufficializzato la nomina, definendola frutto di un “voto decisivo”. Nel comunicato, l’organo clericale ha esortato tutti gli iraniani, e in particolare “le élite e gli intellettuali dei seminari e delle università”, ad “esprimere fedeltà alla guida e mantenere l’unità”. I Guardiani della Rivoluzione hanno immediatamente giurato fedeltà al nuovo leader, dichiarandosi “pronti alla piena obbedienza”. Il presidente Masoud Pezeshkian ha salutato la nomina come l’inizio di “una nuova era di dignità e forza” per la nazione.
Un membro dell’assemblea, l’ayatollah Mohsen Heidari Alekasir, ha rivelato pubblicamente che il candidato era stato selezionato sulla base del principio indicato dallo stesso Ali Khamenei: il leader supremo dell’Iran deve essere “odiato dal nemico”. E ha aggiunto, con evidente orgoglio: “Persino il Grande Satana ne ha fatto il nome” – alludendo al fatto che il presidente americano Donald Trump aveva pubblicamente dichiarato che la scelta di Mojtaba sarebbe stata “inaccettabile”. Una sorta di paradossale patente di legittimità agli occhi dell’establishment khomeinista.
La questione dinastica
La designazione di Mojtaba solleva una questione politicamente e simbolicamente delicata: quella del rischio di una successione dinastica. La Repubblica Islamica è nata nel 1979 abbattendo la monarchia ereditaria dello Shah Reza Pahlavi, e l’ideologia rivoluzionaria ha sempre rigettato in linea di principio qualsiasi forma di trasmissione ereditaria del potere.
Lo stesso Mojtaba non ha mai affrontato pubblicamente il tema della successione. Per anni ha mantenuto un profilo volutamente basso: molti iraniani, pur conoscendone il nome, non ne hanno mai sentito la voce. Eppure la sua influenza era percepita e temuta. L’opposizione riformista lo accusò già nel 2009, durante le proteste del Movimento Verde, di aver manipolato le elezioni presidenziali e di aver supervisionato personalmente la repressione delle manifestazioni da parte dei Basij. Analoghe accuse si sono ripetute durante l’ondata di proteste del 2022, scoppiata dopo la morte in custodia di polizia della giovane Mahsa Amini, arrestata per presunte violazioni del codice di abbigliamento islamico. Mojtaba è stato uno dei bersagli più espliciti della rabbia popolare in quella stagione.
La sua ascesa al potere assoluto, in un momento in cui il Paese è sotto attacco militare e la coesione sociale è messa a durissima prova, rischia di riaprire queste ferite. Come osserva Rami Khouri, docente alla American University di Beirut, la nomina è innanzitutto “un atto di sfida”: l’Iran sta dicendo agli Stati Uniti e a Israele che, nonostante i bombardamenti, il sistema regge e intende continuare sulla propria strada.
L’impero economico nell’ombra
Oltre al potere politico e militare, a Mojtaba Khamenei viene attribuito anche un vasto impero economico opaco. Secondo indagini condotte da media internazionali, tra cui Bloomberg, Khamenei avrebbe accumulato nel corso degli anni miliardi di dollari in attività distribuite in più Paesi, attraverso una rete di prestanome, associati e intermediari legati all’establishment iraniano. Il suo nome non compare direttamente in nessuna delle transazioni documentate, ma le tracce porterebbero sistematicamente a persone a lui vicine.
Bloomberg ha in particolare segnalato un collegamento con Ali Ansari, già al centro di una vicenda finanziaria controversa: la sua Banca Ayandeh è stata forzatamente liquidata dallo Stato iraniano dopo essere andata in bancarotta a causa di prestiti erogati a individui non specificati e di debiti ingenti. La dissoluzione della banca ha contribuito ad alimentare la spirale inflazionistica già devastante per l’economia iraniana, con parte delle perdite a carico dei fondi pubblici. Né Khamenei né Ansari hanno mai commentato pubblicamente queste ricostruzioni.
Dopo l’elezione del padre a presidente nel 1981 e poi a guida suprema nel 1989, la famiglia Khamenei ha ottenuto accesso ai bonyad, le fondazioni statali che controllano ampie fette dell’economia iraniana, e all’immenso patrimonio a esse collegato. Da allora, la fortuna personale di Mojtaba si sarebbe moltiplicata, includendo – secondo alcuni report – proprietà immobiliari di lusso in diversi Paesi europei.
Lo scenario internazionale
La scelta di Mojtaba è stata accolta con reazioni opposte ai due estremi dello scenario internazionale. Da un lato, Israele aveva già anticipato che avrebbe considerato qualsiasi successore di Ali Khamenei un bersaglio legittimo, e i militari israeliani hanno confermato che gli obiettivi non cambiano con il cambio di leadership. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito di voler “destabilizzare il regime e rendere possibile il cambiamento”.
Dall’altro lato, il presidente Trump ha reagito con ostentata freddezza, rifiutandosi di commentare la nomina in un’intervista e limitandosi a dire: “Vedremo cosa succede”. In settimana aveva dichiarato che Mojtaba era “inaccettabile” e di voler avere voce in capitolo nella scelta del nuovo leader iraniano – pretesa che Teheran ha respinto con sdegno. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha ironizzato pubblicamente: “Il destino dell’amato Iran sarà determinato esclusivamente dalla fiera nazione iraniana, non dalla gang di Epstein.”
Per gli analisti, la continuità del sistema di potere – con un leader ancor più radicato nelle strutture di sicurezza del predecessore – riduce nell’immediato le probabilità di trattative per la fine del conflitto. Ma lascia aperta una finestra di lungo periodo: se la guerra si concludesse e Mojtaba dovesse consolidare il potere, potrebbe teoricamente essere lui a ridisegnare le coordinate della politica estera iraniana, forte di un’autorità incontestata all’interno del sistema.
| Aspetto | Ali Khamenei (padre) | Mojtaba Khamenei (figlio) |
|---|---|---|
| Rango clericale | Hojatoleslam (poi elevato ad Ayatollah) | Hojatoleslam |
| Anni al potere | 36 anni (1989–2026) | Da marzo 2026 |
| Cariche pubbliche ricoperte | Presidente, poi Guida Suprema | Nessuna formale |
| Rapporto con i Pasdaran | Stretto | Organico, costruito dai tempi della guerra Iran-Iraq |
| Sanzioni USA | Sì | Sì (dal 2019) |
| Profilo pubblico | Visibile, con discorsi e sermoni regolari | Volutamente basso, raramente in pubblico |
Una guida tra le macerie
L’Iran che Mojtaba Khamenei si trova a guidare è un Paese in guerra aperta con due delle più grandi potenze militari del mondo, con infrastrutture colpite dai bombardamenti, un’economia già dissestata dall’inflazione e dalle sanzioni, e una società che negli ultimi anni ha attraversato ondate di proteste sanguinosamente represse. È la crisi più profonda della Repubblica Islamica dalla sua fondazione.
In questo contesto, la sua nomina ha una duplice valenza. Sul piano interno, consolida il controllo delle fazioni più oltranziste dell’establishment, segnalando che nessuna apertura è prevista nel breve termine. Sul piano esterno, risponde alle pressioni americane e israeliane con un atto di sfida frontale: il sistema non cede, la successione avviene secondo le proprie regole, e la guida scelta è quella che più infastidisce i nemici dichiarati.
Se Mojtaba Khamenei sopravviverà fisicamente alla guerra – Israele ha già annunciato di volerlo eliminare – e se riuscirà a consolidare la propria autorità, sarà lui a scrivere il prossimo capitolo della storia della Repubblica Islamica. Un capitolo che si preannuncia, almeno nelle intenzioni, fedele alla linea del padre ma con una presa ancora più diretta sui meccanismi coercitivi dello Stato.

