Milano, sgomberato lo storico Leoncavallo dopo 31 anni di occupazione

Fine di un’epoca per il centro sociale autogestito di via Watteau, simbolo di cultura alternativa e attivismo politico

 

Il 21 agosto 2025 le forze dell’ordine hanno dato esecuzione allo sgombero del centro sociale Leoncavallo, occupato dal 1994 in via Watteau. Dopo oltre trent’anni di proroghe e 130 rinvii, cala il sipario su uno dei luoghi più rappresentativi della Milano autogestita.


Un simbolo della controcultura milanese

Il Leoncavallo non era solo un edificio occupato. Nato nel 1975 in via Leoncavallo, da cui prese il nome, si trasferì nel 1994 nell’area di via Antoine Watteau, nel quartiere Greco, dopo vari sgomberi e successive rioccupazioni. Da allora è diventato un vero e proprio punto di riferimento per movimenti politici, artisti, musicisti e associazioni.

Lo spazio, di circa 10.000 metri quadrati, comprendeva sale concerti, un teatro, una radio, spazi verdi e laboratori autogestiti. Negli anni ha ospitato migliaia di eventi culturali, mostre, dibattiti e concerti di artisti italiani e internazionali. La sua storia si intreccia con la trasformazione urbana di Milano e con le tensioni tra istituzioni e movimenti sociali.


Tre decenni di occupazione e oltre 130 rinvii

Dal 1994 a oggi, la famiglia Cabassi, proprietaria dell’immobile, ha tentato più volte di ottenere il rilascio dello stabile. Le procedure giudiziarie hanno prodotto oltre 130 ordinanze di sgombero, tutte rinviate o sospese. Questo lungo braccio di ferro tra magistratura, politica e attivisti ha reso il Leoncavallo un caso unico in Italia.

Nel tempo sono emersi diversi tentativi di regolarizzare la situazione: dialoghi con il Comune, progetti di concessione, ipotesi di trasferimento. Nessuna di queste strade ha avuto esito. Parallelamente, i tribunali hanno condannato il Ministero dell’Interno a risarcire i proprietari per il mancato sgombero, con una cifra che ha superato i 3 milioni di euro.


Il blitz del 21 agosto 2025

La svolta è arrivata alle prime ore del 21 agosto. Un ufficiale giudiziario, scortato da agenti di polizia e rappresentanti della proprietà, ha dato esecuzione all’ordine di rilascio. L’intervento è avvenuto quasi venti giorni prima della data fissata per il 9 settembre, cogliendo di sorpresa militanti e frequentatori.

Secondo le prime ricostruzioni, lo sgombero è avvenuto senza incidenti, in un clima di calma apparente. Gli spazi sono stati sigillati e consegnati alla proprietà. Una scena che ha segnato la fine di un’epoca per generazioni di attivisti.


Reazioni e mobilitazioni

L’annuncio dello sgombero ha subito innescato mobilitazioni. L’associazione Mamme del Leoncavallo, che negli ultimi anni ha avuto un ruolo centrale nella gestione dello spazio, ha dichiarato la volontà di proseguire le attività in un’altra sede. In particolare, è stata avanzata la proposta di trasferire il centro sociale in via San Dionigi, nella zona sud della città, in un’area dismessa che potrebbe accogliere parte delle iniziative culturali e sociali.

Al tempo stesso, è stata rilanciata la “Cassa di Resistenza”, già sostenuta da realtà come ANPI Milano, per raccogliere fondi destinati a coprire le spese legali e garantire continuità ai progetti.


Il ruolo dei centri sociali autogestiti

Lo sgombero del Leoncavallo si inserisce in un contesto più ampio: quello dei centri sociali autogestiti (CSA), realtà nate a partire dagli anni ’70 in diverse città italiane. Questi spazi hanno rappresentato forme di autogestione politica e culturale, spesso in contrapposizione alle logiche istituzionali.

Il Leoncavallo, insieme ad altri centri come il Cox18 e il CSOA Forte Prenestino a Roma, ha incarnato un modello di “città alternativa”, fondato su partecipazione dal basso, solidarietà e sperimentazione artistica.

Per Milano, il Leoncavallo ha significato molto più di un luogo occupato: è stato un laboratorio permanente di idee, linguaggi e pratiche sociali, capace di attirare studenti, intellettuali, musicisti e attivisti da tutta Europa.


Cosa resterà del Leoncavallo

Con lo sgombero del 2025, si chiude definitivamente una stagione che ha segnato la storia politica e culturale della città. Resta ora da capire se e come il progetto potrà rinascere in una nuova sede o se si tratterà di un capitolo archiviato.

Per i militanti, il Leoncavallo non è solo un edificio, ma un simbolo di resistenza e di autogestione che continuerà a vivere in altre forme. Per le istituzioni e i proprietari, invece, la vicenda segna la conclusione di un lungo contenzioso e l’avvio di nuovi progetti immobiliari sull’area di via Watteau.


Conclusione

Lo sgombero del Leoncavallo è un evento che va oltre la cronaca giudiziaria: è la chiusura di un capitolo di oltre trent’anni di vita politica, culturale e sociale milanese. La città perde uno dei suoi spazi più iconici, ma il dibattito sulla funzione e sul ruolo dei centri sociali resta più vivo che mai.