Migranti, la Corte UE frena l’Italia: i giudici potranno valutare caso per caso la sicurezza dei Paesi terzi

La sentenza della Corte di giustizia dell’UE mette in discussione l’impianto normativo dei trasferimenti accelerati, aprendo scenari incerti per i centri migranti italiani in Albania

Una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea segna un potenziale punto di svolta nella gestione dei migranti da parte dell’Italia, e rischia di svuotare di contenuto il discusso progetto dei centri in Albania. I giudici comunitari hanno stabilito che i tribunali nazionali devono poter valutare, caso per caso, la reale sicurezza dei Paesi terzi designati come “sicuri”. Una decisione che potrebbe minare le basi giuridiche del protocollo firmato tra Roma e Tirana.

Una decisione che cambia il quadro normativo

La Corte di giustizia dell’UE ha stabilito che la designazione di un Paese come “sicuro” non può precludere un controllo giurisdizionale effettivo. In altre parole, i giudici nazionali devono poter verificare, anche in casi individuali, se il ritorno di un richiedente asilo verso un determinato Paese terzo rispetti effettivamente i suoi diritti fondamentali.

Una disposizione che ha effetti immediati su uno dei pilastri della politica migratoria italiana più recenti, ovvero la possibilità di trasferire migranti in Paesi terzi considerati sicuri, come previsto dall’accordo tra Italia e Albania. Il piano prevedeva la costruzione e la gestione di centri a Shëngjin e Gjadër, destinati ad accogliere persone soccorse in mare fuori dalle acque territoriali italiane.

L’accordo Italia-Albania alla prova dei fatti

L’intesa, promossa dal governo italiano nel 2023, prevedeva che fino a 3.000 migranti potessero essere trattenuti contemporaneamente in territorio albanese, sotto controllo italiano ma al di fuori del perimetro normativo dell’UE. L’obiettivo era velocizzare l’iter delle domande d’asilo o, più spesso, avviare procedure rapide di rimpatrio, sfruttando la qualifica di “Paese d’origine sicuro” assegnata a diversi Stati non europei.

Ma con la sentenza della Corte UE, i giudici italiani acquisiscono il potere di sospendere trasferimenti e respingimenti in base a valutazioni individuali. In pratica, la presunzione di sicurezza non è più sufficiente, se esistono elementi specifici che dimostrano che una persona rischia trattamenti disumani o degradanti, o non avrà accesso effettivo alla protezione internazionale.

La lista dei Paesi sicuri sotto esame

Il Ministero dell’Interno italiano aveva approvato una lista di 19 Paesi considerati “sicuri”, tra cui Bangladesh, Tunisia, Nigeria ed Egitto, da cui proviene una quota significativa dei migranti intercettati nel Mediterraneo. Tuttavia, la nuova giurisprudenza comunitaria impone una valutazione concreta dei rischi individuali, ridimensionando drasticamente l’automatismo nella gestione dei ricorsi.

Secondo fonti giudiziarie, la lista potrebbe essere ridotta a meno di dieci Paesi, escludendo quelli in cui persistono criticità documentate sui diritti umani, come persecuzioni verso minoranze, mancanza di tutela legale o pratiche arbitrarie da parte delle forze dell’ordine.

Le ricadute sui centri in Albania

L’impianto legale che sorreggeva i centri albanesi si basava proprio sulla possibilità di applicare procedure accelerate ai migranti provenienti da Paesi “sicuri”, gestendo l’intera domanda d’asilo all’esterno del territorio italiano. Ora, questa cornice viene meno, o almeno risulta fortemente indebolita, perché ogni singolo trasferimento potrebbe essere sospeso o annullato da un ricorso giudiziario.

Già nei primi mesi di attività, i centri di Shëngjin e Gjadër sono rimasti sostanzialmente vuoti, con poche decine di persone effettivamente trasferite. La motivazione ufficiale parlava di tempi tecnici e necessità organizzative, ma la verità, secondo fonti interne, è che molti tribunali hanno accolto i ricorsi presentati dai migranti, bloccando le procedure di trasferimento.

Le promesse e i conti che non tornano

Quando l’accordo con l’Albania fu annunciato, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo presentò come un modello da esportare, capace di coniugare fermezza e rispetto delle regole. In una delle sue dichiarazioni più emblematiche, ribadì con forza: “Funzioneranno!”, riferendosi proprio ai centri di Gjadër e Shëngjin, ritenuti essenziali per frenare gli arrivi irregolari e velocizzare i rimpatri.

Ma a distanza di mesi, e alla luce della sentenza della Corte UE, quella promessa appare oggi smentita dai fatti. I centri restano quasi deserti, mentre le spese sostenute per infrastrutture, logistica e personale ammontano già a decine di milioni di euro, senza che vi sia stato un ritorno operativo all’altezza delle aspettative. Secondo alcuni osservatori, si tratterebbe del più costoso esperimento fallito della recente politica migratoria italiana, con ripercussioni anche sul piano internazionale, sia per l’immagine dell’Italia che per i rapporti con l’Albania.

Ipotesi di riconversione: dai centri d’asilo ai rimpatri

Di fronte alle difficoltà operative, il governo italiano aveva già ventilato l’ipotesi di riconvertire i centri in Albania come hub per la detenzione e il rimpatrio dei migranti con provvedimenti di espulsione definitivi. Una funzione diversa, che prescinderebbe dalla valutazione della richiesta di asilo, ma che comporta comunque complesse implicazioni giuridiche, specialmente per quanto riguarda le condizioni di detenzione e il rispetto dei diritti delle persone in attesa di rimpatrio.

Anche in questo caso, la fattibilità appare ridotta: senza un’intesa aggiornata con il governo albanese, e alla luce delle nuove direttive europee, il rischio è che le strutture rimangano inutilizzate o sotto-utilizzate. A ciò si aggiungono i costi di gestione: l’Italia ha già investito decine di milioni di euro per l’allestimento delle strutture, che oggi rischiano di diventare cattedrali nel deserto.

Reazioni politiche e prospettive future

La sentenza ha suscitato preoccupazione e irritazione in alcune forze politiche italiane, che la considerano un intervento della magistratura europea in una competenza nazionale. Tuttavia, il principio di prevalenza del diritto UE resta pienamente valido, e la stessa Commissione europea ha ricordato che il rispetto dei diritti fondamentali non può essere derogato per motivi di efficienza procedurale.

Sul piano politico, il governo si trova ora a un bivio: rivedere il protocollo con l’Albania, adeguandolo ai nuovi criteri giurisprudenziali, oppure abbandonare progressivamente l’intero progetto, puntando su forme di cooperazione più tradizionali con i Paesi d’origine dei migranti.

Il progetto è destinato a fallire?

Nonostante non ci sia ancora una dichiarazione formale di fine del progetto, è evidente che le fondamenta giuridiche e operative del modello albanese sono gravemente compromesse. Le condizioni che avevano permesso la firma dell’accordo — cioè l’idea di gestire fuori dai confini europei, in tempi brevi e senza controlli giudiziari, le richieste d’asilo — non sono più giuridicamente sostenibili.

Pertanto, non è azzardato ipotizzare che i centri in Albania siano destinati, se non a chiudere, quantomeno a rimanere marginali nella gestione migratoria italiana, con costi elevati e benefici sempre più incerti.