Meloni va da Fedez ma fugge dalla stampa: un podcast per fare campagna referendaria e bypassare le domande scomode

La premier sceglie il Pulp Podcast per promuovere il Sì alla riforma della giustizia, ma evita le conferenze stampa istituzionali. Un paradosso che solleva interrogativi sulla trasparenza democratica.

 

Giovedì 19 marzo, alle 13:00, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sarà ospite del Pulp Podcast di Fedez e Mr. Marra. Un’apparizione che in un paese normale sarebbe una notizia di costume. In Italia, invece, diventa una notizia politica di primo piano: perché Meloni è la premier che ha fatto meno conferenze stampa di tutti i suoi predecessori, che ha ammesso in un fuorionda di non voler parlare con la propria stampa, eppure trova il tempo — e soprattutto la voglia — di sedersi davanti a un microfono per promuovere il Sì al referendum sulla separazione delle carriere in magistratura.


Il paradosso: podcast sì, conferenze stampa no

I numeri parlano chiaro e sono impietosi. Nel 2024 Giorgia Meloni ha tenuto solo tre o quattro conferenze stampa, una frequenza sensibilmente inferiore rispetto a quella dei suoi predecessori. Per fare un confronto: tra giugno e novembre 2018, durante il governo Conte I, l’allora premier partecipò a 13 conferenze stampa, mentre Draghi ne tenne 11 tra marzo e luglio 2021.

Ma c’è di più. In un fuorionda con il presidente statunitense Donald Trump, Meloni ha ammesso senza troppi giri di parole: «I never want to speak with my press» — in italiano, «non voglio mai parlare con la mia stampa».  Una confessione imbarazzante per un capo di governo in una democrazia liberale, che tuttavia non ha smosso nulla nelle abitudini comunicative della premier.

Solo nel 2024 Meloni ha partecipato ad almeno quattro puntate di Porta a Porta su Rai1, intervistata da Bruno Vespa — quattro, come le conferenze stampa totali di quell’anno. E ora, con il referendum sulla giustizia alle porte, eccola al Pulp Podcast. La logica è evidente: meglio un format controllato, con domande predefinite e atmosfera informale, che una vera conferenza stampa in cui qualsiasi giornalista può alzare la mano.


Cosa ha detto Meloni al podcast e perché lo ha scelto

Nel corso dell’intervista anticipata dal comunicato del programma, Meloni ha difeso la riforma della giustizia con argomenti tipicamente da campagna elettorale: «Non si vota sulla Meloni, si vota sulla giustizia. Anche chi non condivide questo governo dovrebbe valutare nel merito una riforma che punta a migliorare il funzionamento del sistema». Ha poi aggiunto che «separare le carriere significa rafforzare il principio costituzionale del giudice terzo e imparziale».

Sul fronte del Csm riformato, ha assicurato che la lista dei componenti laici «dovrà essere costruita insieme all’opposizione», mantenendo la soglia dei tre quinti per impedire a qualsiasi maggioranza di decidere da sola. E ha chiuso con la classica mossa politica: «Se voti No solo per mandare a casa la Meloni, potresti tenerti sia la Meloni sia una giustizia che non funziona».

Sono messaggi chiari, costruiti per un pubblico giovane e non necessariamente politicizzato — esattamente il target del Pulp Podcast. Non c’è nulla di casuale nella scelta di questo format: Fedez e Mr. Marra raggiungono milioni di utenti tra i 18 e i 35 anni, fascia demografica storicamente meno partecipativa nei referendum e fondamentale per il raggiungimento del quorum.


La differenza tra un’intervista e una conferenza stampa

È importante capire perché questa distinzione non è una sottigliezza giornalistica, ma una questione di sostanza democratica. Una conferenza stampa è un appuntamento istituzionale, aperto a tutti i giornalisti accreditati, in cui chiunque può fare domande su qualsiasi argomento: dall’economia estera alla gestione dei migranti, dai casi giudiziari che coinvolgono esponenti della maggioranza alle scelte di politica estera. Una conferenza stampa è un incontro formale che può durare anche più di un’ora, pensato per rispondere in maniera strutturata alle domande dei giornalisti.

Un podcast, al contrario, è un prodotto editoriale. I conduttori scelgono le domande, decidono i temi, gestiscono i tempi. Diverso è il caso dei punti stampa o delle dichiarazioni alla stampa, che si svolgono al termine di eventi istituzionali, con possibilità di interazione molto più limitata. Il podcast è ancora un gradino più in basso nella scala della trasparenza: non ci sono giornalisti d’inchiesta, non c’è pluralismo delle testate, non c’è contraddittorio autentico.

Meloni, dunque, non parla alla stampa: fa campagna comunicativa su piattaforme selezionate, con interlocutori scelti, per obiettivi politici precisi. Questo non è un caso isolato: è un metodo.


Il trend preoccupante: sempre meno domande

Dal 1° gennaio al 26 settembre 2025, Meloni ha risposto complessivamente a 94 domande dei giornalisti durante punti stampa, dichiarazioni alla stampa e conferenze stampa. Nello stesso periodo dell’anno precedente le domande erano state 138. In altre parole, nel 2025 la presidente del Consiglio ha risposto a circa un terzo di domande in meno rispetto all’anno precedente.

Dal 1° gennaio al 24 settembre 2024, complice la sua candidatura alle elezioni europee, Meloni aveva preso parte a 29 appuntamenti tra programmi televisivi e interviste durante eventi dal vivo. Nello stesso periodo del 2025 le occasioni sono state soltanto sette, tra cui due brevi apparizioni al TG1 su Rai1 e una al TG5 su Canale 5.

Il quadro che emerge è quello di una leader che tende a ridurre al minimo l’esposizione al contraddittorio istituzionale, pur mantenendo un’intensa attività comunicativa sui canali che può controllare o quantomeno orientare: i social media gestiti dal suo staff, le apparizioni a Porta a Porta da Bruno Vespa, e ora i podcast popolari.


Il caso Schlein: chi rifiuta il confronto?

Vale la pena soffermarsi su un dato che Fedez e Mr. Marra hanno tenuto a precisare nel comunicato: la segretaria del Pd Elly Schlein ha rifiutato l’invito al Pulp Podcast, e nessuna risposta è arrivata da Giuseppe Conte del M5S. I conduttori hanno più volte invitato esponenti del fronte del No, ospitando già in precedenza l’ex magistrato Gherardo Colombo, Nicola Gratteri, Antonio Di Pietro, Carlo Calenda e Nicola Fratoianni.

Questo elemento complica il quadro e merita onestà intellettuale: il problema della comunicazione politica che bypassa il giornalismo tradizionale non è prerogativa di Meloni. Anche l’opposizione tende a scegliere i format più favorevoli, a evitare i contesti in cui le domande possono essere scomode, a usare i social come megafono unidirezionale.

Tuttavia c’è una differenza sostanziale: Schlein è leader di opposizione, Meloni è presidente del Consiglio in carica. Le responsabilità di trasparenza verso i cittadini non sono simmetriche. Chi governa ha un obbligo istituzionale di rispondere ai giornalisti — a tutti i giornalisti, non solo a quelli amici — che un’opposizione non ha nella stessa misura.


Podcast e politica: un fenomeno globale, ma con regole diverse

È giusto contestualizzare il fenomeno. In tutto il mondo i leader politici usano i podcast come strumento di comunicazione diretta. Donald Trump ha fatto campagna presidenziale sul podcast di Joe Rogan. Emmanuel Macron ha fatto aparizioni su YouTube. La comunicazione politica si è spostata verso i nuovi media da anni, e sarebbe ingenuo o ipocrita fingere che questo non avvenga o che non debba avvenire.

Il punto non è che Meloni vada al Pulp Podcast. Il punto è che ci vada invece di tenere conferenze stampa, non in aggiunta. Se il Pulp Podcast fosse uno dei tanti appuntamenti comunicativi di una premier che mantiene rapporti regolari con la stampa tradizionale, l’episodio sarebbe irrilevante. Ma in un contesto in cui le conferenze stampa si sono fatte sempre più rare nel tempo — 16 nel 2023 e poi soltanto quattro nel 2024 — la scelta di privilegiare un podcast a scopo referendario assume un significato politico molto preciso.

C’è anche un elemento di strumentalizzazione che vale la pena segnalare: il podcast viene usato non per informare, ma per fare campagna. Meloni non è andata da Fedez per rispondere a domande libere sulla sua attività di governo — sulla sanità, sull’economia, sulle politiche sociali — ma specificamente per promuovere il Sì al referendum sulla giustizia. È comunicazione politica di parte, confezionata nel formato del dibattito informale.


Il referendum sulla giustizia e la posta in gioco

Il contesto è importante. Il referendum sulla separazione delle carriere in magistratura rappresenta una delle riforme più divisive del governo Meloni. I sostenitori del Sì — tra cui la premier — sostengono che la riforma rafforzi l’indipendenza del giudice e l’imparzialità del processo. I sostenitori del No — in gran parte magistrati, associazioni forensi e partiti di opposizione — temono invece che si tratti di un indebolimento dell’autonomia della magistratura rispetto all’esecutivo.

Per far passare il referendum serve il quorum: la metà più uno degli aventi diritto al voto deve recarsi alle urne. I referendum in Italia falliscono spesso per mancato raggiungimento del quorum, specialmente quelli su temi tecnico-giuridici che non appassionano l’elettorato medio. Raggiungere i giovani attraverso canali digitali è quindi una priorità strategica per il fronte del Sì, e il Pulp Podcast con i suoi milioni di ascoltatori è lo strumento perfetto.

Questo rende la scelta di Meloni comprensibile dal punto di vista tattico. Ma non la rende meno problematica dal punto di vista della trasparenza istituzionale.


Conclusione: la democrazia ha bisogno di domande scomode

C’è una domanda che nessun podcast farà mai a Giorgia Meloni, e che invece ogni conferenza stampa potrebbe portare: perché la magistratura indaga così spesso esponenti del suo governo e della sua coalizione? Perché la riforma della giustizia viene presentata come una questione di principio costituzionale e non come una risposta alle inchieste che toccano la destra? Sono domande legittime, che non implicano nessuna risposta predefinita, ma che un capo di governo in una democrazia sana dovrebbe essere disposto ad affrontare.

Il problema con i podcast non è la piattaforma. È l’assenza di rischio. Un presidente del Consiglio che comunica solo in contesti controllati, dove le domande possono essere orientate e il contraddittorio è soft, non è più trasparente: è semplicemente più abile nella gestione dell’immagine. E la gestione dell’immagine non è sinonimo di democrazia.

Che Schlein abbia rifiutato l’invito è un suo problema, e l’opposizione farebbe bene a rimediare. Che Meloni vada al Pulp Podcast è legittimo e, per certi versi, ammirevole nella sua capacità di intercettare un pubblico nuovo. Ma che lo faccia invece di confrontarsi con la stampa in modo strutturato e continuativo è una scelta politica che i cittadini hanno il diritto di conoscere e valutare. Soprattutto quando il tema è una riforma della giustizia che — piaccia o meno — cambierà il modo in cui lo Stato chiede conto a chi esercita il potere.

 

 

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