La premier ha risposto al referendum perduto, agli scandali ministeriali e alle accuse dell’opposizione con la stessa retorica identitaria di sempre. Ma qualcosa nella narrazione sembra essersi incrinato.
Quando un presidente del Consiglio si presenta in Parlamento per un’informativa e la prima cosa che fa è escludere dimissioni e rimpasti, vuol dire che quelle stesse ipotesi erano nell’aria con una forza difficile da ignorare. Giorgia Meloni ha occupato per ore i banchi della Camera e poi del Senato il 9 aprile 2026, rivendicando i risultati del suo esecutivo, attaccando le opposizioni e annunciando nuove misure. Eppure, al netto della grinta e della sicurezza ostentata, ciò che è rimasto nell’aria dopo il suo intervento è la sensazione di un governo che risponde più ai propri guai che a una prospettiva di futuro.
Il contesto: perché Meloni è andata in Parlamento
L’informativa sull’azione di governo non era un appuntamento di routine. Giorgia Meloni si è presentata alle Camere in uno dei momenti più complicati del suo mandato. Nei mesi precedenti, il governo aveva incassato una sconfitta significativa al referendum sulla riforma della giustizia, che aveva visto prevalere il No con una partecipazione al voto superiore alle aspettative. Poi erano arrivate le dimissioni di Daniela Santanchè e Andrea Delmastro, due ministri travolti da vicende giudiziarie e polemiche che avevano alimentato settimane di pressioni sulla premier affinché procedesse a un rimpasto o, nelle aspettative più ottimistiche dell’opposizione, a rassegnare le dimissioni. Sullo sfondo, il conflitto in Iran — operazione militare guidata dagli Stati Uniti a cui l’Italia non ha partecipato — e le tensioni sui dazi imposti dall’amministrazione Trump che stanno ridisegnando gli equilibri dell’economia globale.
In questo contesto, l’informativa del 9 aprile è diventata qualcosa di più di un semplice aggiornamento al Parlamento: si è trasformata in un atto politico di sopravvivenza, un tentativo di ribaltare il frame e tornare all’offensiva.
La retorica del “no ti riaccende”: resistenza o spin?
La frase più ricercata del discorso di Meloni alla Camera è stata quella con cui ha tentato di metabolizzare la sconfitta referendaria: “Un sì ti conferma, ma un no ti riaccende.” Una formulazione elaborata, quasi aforistica, che suonava più da copywriter motivazionale che da statista alle prese con una cocente sconfitta democratica. Non è passata inosservata: Matteo Renzi, dal Senato, ha stroncato l’immagine paragonandola a uno slogan dei Baci Perugina, aggiungendo che il “no rimbomba” e non riaccende nulla.
Il punto è rilevante. Il referendum sulla riforma della giustizia — voluto fortemente dalla premier, presentato come uno degli impegni fondamentali del mandato — si è concluso con una bocciatura netta. Meloni ha scelto di non fare ammissioni politiche di rilievo, anzi ha ribadito che la riforma della giustizia rimane una necessità e che il “cantiere non deve essere abbandonato”. Un’interpretazione del risultato referendario che l’opposizione ha bollato come irricevibile: il popolo si è espresso, e per le opposizioni quella pronuncia chiude la partita, non la riapre.
La postura della premier è comunque comprensibile: cedere sull’impostazione significherebbe ammettere un errore politico di proporzioni significative. Ma il rischio di questa linea è quello di apparire scollegata dal paese reale, aggrappata a una narrativa che il corpo elettorale ha già respinto.
Né dimissioni né rimpasto: la solidità come argomento
La parte più attesa dell’intervento era quella sulle sorti del governo. Meloni ha parlato chiaro: “Niente dimissioni, né rimpasto, governeremo per cinque anni come ci siamo impegnati a fare.” Ha poi aggiunto che non servono nuove linee programmatiche perché quelle del governo sono “da sempre scritte nel programma” e ha garantito che l’esecutivo è “nel pieno delle sue funzioni, determinato a fare del suo meglio, ancora meglio, fino all’ultimo giorno del mandato.”
Il messaggio è stato accompagnato da un riferimento alla solidità della maggioranza e da un esplicito ringraziamento ai vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini. Una dichiarazione di compattezza che serve anche a rispondere alle voci — mai del tutto sopite — di tensioni interne alla coalizione di centrodestra.
Il problema è che la solidità, quando diventa l’argomento principale di un’informativa, segnala che qualcosa nel discorso pubblico è andato storto. Non si governa rivendicando la propria sopravvivenza. E l’opposizione, con diversi registri e toni, ha colto questo paradosso.
Il rilancio sulle politiche: Piano casa, sicurezza, giustizia
Meloni ha anche annunciato alcune misure concrete, cercando di spostare il dibattito su temi di merito. In vista del Primo Maggio, ha anticipato che il Consiglio dei Ministri approverà il tanto atteso Piano Casa: un programma che si pone come obiettivo rendere disponibili oltre 100.000 alloggi nei prossimi dieci anni, tra case popolari e appartamenti a prezzi calmierati. Ha anche parlato di nuove misure contro il lavoro povero, da definire attraverso il rafforzamento della contrattazione collettiva.
Sul fronte della sicurezza, la premier ha ammesso di non essere soddisfatta dei risultati ottenuti finora, annunciando l’istituzione di una nuova figura: gli ausiliari dei Carabinieri e delle forze di polizia, per un totale di diecimila volontari in ferma prefissata destinati ad attività di controllo del territorio. Una misura che risponde alla percezione di insicurezza diffusa tra i cittadini, ma che resta nel campo delle promesse annunciate.
Sul tema della sanità, Meloni ha riconosciuto che i tempi delle liste di attesa restano inaccettabili per molti italiani e ha rilanciato un appello alle Regioni perché facciano “squadra” con il governo. È uno dei temi su cui il centrodestra è più vulnerabile: dopo anni di promesse, la situazione dei servizi sanitari nelle aree più deboli del paese è rimasta critica.
Iran, Trump e la politica estera: il difficile equilibrismo
L’altro grande tema dell’informativa è stato la crisi in Iran. Meloni ha ricordato che nella notte tra martedì e mercoledì è stato concordato un cessate il fuoco temporaneo tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati, nel conflitto iniziato il 28 febbraio scorso. Ha definito l’Italia “a un passo dal punto di non ritorno” e ha espresso la speranza che i negoziati di pace ad Islamabad possano rafforzare l’accordo.
Sul piano economico, ha sottolineato che la piena libertà di circolazione nello Stretto di Hormuz è prioritaria, e che se la crisi dovesse peggiorare, non dovrebbe essere un tabù ragionare su una sospensione temporanea del Patto di Stabilità europeo — non come deroga per singolo Stato, ma come misura generalizzata. Una posizione che indica la consapevolezza degli effetti potenzialmente devastanti di una nuova escalation energetica sull’economia italiana ed europea.
Sull’accusa di subalternità verso Donald Trump, Meloni ha usato una linea difensiva consolidata: la collocazione internazionale dell’Italia è “la stessa da circa 80 anni” e non è una sua invenzione. Ha poi ironizzato citando una frase della segretaria Elly Schlein sul “testardamente unitari”, ribaltandola: l’Italia sarebbe “testardamente occidentale”, perché solo un Occidente unito può contare sul palcoscenico globale.
È una posizione coerente con la dottrina della premier, ma che schiva sistematicamente le critiche più puntuali: nelle ultime settimane, l’Italia ha dovuto gestire la questione Sigonella — dove ha rispettato i trattati senza poter opporre resistenza all’uso della base da parte statunitense — e si è trovata in una posizione scomoda tra Washington e Bruxelles in diversi dossier, dai dazi alle politiche energetiche.
Il duello con l’opposizione: toni alti, contenuti scarsi
Lo scontro dialettico con le opposizioni ha riempito la giornata di dichiarazioni ad alto impatto retorico ma povere di contenuti concreti.
Elly Schlein ha attaccato frontalmente: “Avete sfidato la Costituzione e il popolo sovrano vi ha battuto nelle urne. La sfida l’avete già persa.” Ha ricordato il calo degli stipendi reali nell’arco del mandato e ha accusato il governo di non aver saputo dire no né a Trump né a Netanyahu. Meloni ha risposto accusando la segretaria del Pd di diffondere “falsità” sulla precarietà del lavoro, sostenendo che i dati smentirebbero le sue affermazioni.
Giuseppe Conte ha parlato di “realtà mitologica” e ha sintetizzato il suo giudizio con una formula secca: “quattro anni, zero riforme.” Il leader del M5S ha dichiarato che i 5 Stelle sono pronti alla “sfida progressista” e che il governo sarà mandato a casa.
Matteo Renzi ha colpito con la battuta più efficace della giornata, definendo l’esecutivo il “governo Vinavil” — che tiene insieme per inerzia — e ha fissato una data di scadenza: il 2027. La sua analisi è stata che il “no” referendario non riaccende nulla, ma “rimbomba” come monito politico per i prossimi quindici mesi.
Angelo Bonelli di Avs ha puntato sulla vicenda Delmastro e sulle infiltrazioni della criminalità organizzata in FdI, tasti dolenti su cui Meloni ha reagito in modo visibile, alzandosi e lasciando l’aula durante uno dei passaggi più accesi del dibattito.
Matteo Richetti di Azione ha usato un registro diverso, pungendo sia la premier che la Schlein: “Liberate il fidanzamento giallo-verde”, ha detto, suggerendo che la vera anomalia politica era il governo M5S-Lega, non quello attuale. E ha criticato Meloni per aver trasformato l’informativa in un comizio elettorale anziché in un confronto serio.
L’Antimafia, Delmastro e la questione morale
Uno dei passaggi più inattesi del discorso di Meloni è stato quello in cui ha invitato la Commissione parlamentare Antimafia a indagare sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nei partiti, “Fratelli d’Italia compreso“. Un gesto che mira a presentare la premier come immune da doppi standard, ma che arriva in un momento in cui il caso Delmastro — le quote nella società “Le 5 Forchette” in relazione a esponenti del clan Senese — non è ancora archiviato nell’opinione pubblica.
La richiesta è formalmente coraggiosa. Ma la tempistica — fatta nel pieno dello scudo difensivo di un’informativa parlamentare — ha il sapore di una mossa tattica più che di un atto di trasparenza istituzionale.
Quando la narrazione si stanca
C’è un elemento che percorre tutta la giornata del 9 aprile e che nessun discorso, per quanto ben costruito, riesce a nascondere del tutto: la sensazione che la narrazione del governo Meloni stia girando su se stessa.
Quattro anni di governo hanno prodotto risultati su alcuni fronti — crescita del Pil, occupazione, politica estera attivista — ma anche rimandato o fallito su molti degli impegni più identitari: la riforma della giustizia è caduta, il blocco navale è rimasto una metafora, la flat tax per tutti è ancora un’aspirazione lontana, la sanità resta in affanno, il costo della vita pesa sulle famiglie.
Meloni rimane un comunicatore politico di primo livello. Sa come stare in scena, come costruire un’immagine di determinazione e come trasformare le sconfitte in opportunità retoriche. Ma la distanza tra il racconto e la realtà si allarga, e le opposizioni — frammentate, litigiose, incapaci di proporre un’alternativa credibile — non riescono comunque a nasconderla.
Il rischio vero per la premier non è che qualcuno la mandi a casa nei prossimi mesi. È che la sua narrazione, a forza di essere ripetuta senza aggiornamenti sostanziali, smetta di convincere anche quella parte di elettorato che l’ha sostenuta con fiducia nel 2022.

