Meloni al Senato difende i successi del governo, ma i numeri raccontano un’altra storia

Tra record di occupazione sbandierati e salari reali che valgono il 10% in meno rispetto al 2019, tra rinnovi contrattuali annunciati e un debito che nel 2026 supererà quello della Grecia, le dichiarazioni della presidente del Consiglio reggono a fatica al confronto con i dati ufficiali.

Nel corso di un’interrogazione a risposta immediata al Senato, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affrontato le critiche dell’opposizione con una narrazione incentrata su occupazione record, riduzione del cuneo fiscale e avanzamento del PNRR. Un bilancio che, alla prova dei numeri, rivela contraddizioni profonde: il PIL cresce appena dello 0,5%, i salari reali sono crollati del 10,5% in cinque anni, e nel 2026 l’Italia diventerà il Paese più indebitato dell’intera Eurozona, superando persino la Grecia.


L’economia che “tiene”: cosa dicono davvero i numeri

La presidente del Consiglio ha risposto al senatore Carlo Calenda con quella che è ormai diventata la formula standard dell’esecutivo: i dati internazionali sono difficili, ma il governo sta facendo il possibile, e i risultati si vedono. Peccato che i risultati, certificati dall’ISTAT, raccontino una storia ben diversa.

Il PIL italiano nel 2025 è cresciuto dello 0,5% in termini reali, un dato che lo stesso istituto di statistica definisce senza giri di parole come una fase di semi-stagnazione, con una dinamica dell’economia ben al di sotto della media europea. Per fare un raffronto: nello stesso periodo la Spagna ha segnato una crescita del 3,2%, la Francia dell’1,2%. La Germania, anch’essa in difficoltà, ha comunque registrato un dato simile all’Italia, ma nessuno a Berlino rivendica primati.

Nel secondo trimestre del 2025 il PIL aveva registrato addirittura una flessione dello 0,1% rispetto al trimestre precedente. Solo il quarto trimestre, trainato prevalentemente dalla domanda interna, ha evitato la cosiddetta “recessione tecnica”. Non esattamente il quadro di un’economia che “regge”.

La pressione fiscale, intanto, è salita al 43,1% nel 2025, circa due punti percentuali in più rispetto all’inizio della legislatura. Un paradosso per un governo che ha fatto della riduzione della pressione fiscale uno dei propri cavalli di battaglia elettorali. Il debito pubblico ha raggiunto il 137,1% del PIL, in aumento rispetto al 134,7% del 2024.

Indicatore Italia 2025 Media UE / confronto
Crescita PIL reale +0,5% Spagna +3,2%, Francia +1,2%
Pressione fiscale 43,1% Media Eurozona ~41%
Debito/PIL 2025 137,1% Media Eurozona 87,8%
Debito/PIL previsto 2026 138,6% Supererà la Grecia (136,8%)
Produzione industriale Sostanzialmente stabile Settori chiave in calo

Il sorpasso che Meloni non ha citato: nel 2026 più indebitati della Grecia

Calenda ha sollevato durante il dibattito il tema del sorpasso della Grecia sul rapporto debito/PIL. Un dato che il governo ha glissato. Eppure le proiezioni sono chiare e convergenti: sia il Documento di Finanza Pubblica italiano, sia le stime del Fondo Monetario Internazionale e della Public Debt Management Agency greca indicano che nel 2026 l’Italia raggiungerà un rapporto debito/PIL del 138,6%, superando la Grecia prevista al 136,8%.

Si tratta di un ribaltamento storico. La Grecia, per anni il simbolo del collasso finanziario europeo, è riuscita a ridurre il proprio rapporto debito/PIL di quasi 70 punti percentuali dal picco pandemico, grazie a riforme strutturali e a una crescita media del 7,7% tra il 2021 e il 2025. L’Italia, nello stesso periodo, ha invece visto il proprio debito consolidarsi su livelli elevatissimi, trascinato da una crescita economica troppo debole per alleggerire il peso dell’indebitamento accumulato.

Meloni non ha menzionato questo dato nel corso del dibattito. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, commentando le cifre ISTAT, ha preferito invocare il “colpo di coda del Superbonus” come spiegazione. Una lettura contestata da più parti, considerando che il meccanismo di contabilizzazione di quella misura era già stato ridefinito dallo stesso governo in corso d’opera.


Salari: i +2,9% nominali che nascondono un -10,5% reale

Tra i punti più rivendicati da Meloni vi sono i rinnovi contrattuali e l’aumento delle retribuzioni. Il governo cita con soddisfazione il +2,9% delle retribuzioni nel 2025 e il rinnovo del contratto degli insegnanti con un aumento di 412 euro mensili. Dati reali, ma che raccontano solo metà della storia.

Il Rapporto Annuale ISTAT 2025 è inequivocabile: tra il 2019 e il 2024, i lavoratori italiani hanno perso il 10,5% del potere d’acquisto in termini reali. La perdita ha raggiunto il picco del 15% a fine 2022, è poi scesa all’8,7% e a marzo 2025 era risalita al 10%. Detto in parole semplici: gli stipendi salgono in valore nominale, ma restano ben al di sotto di quanto necessario per compensare l’inflazione degli ultimi anni.

La Banca Centrale Europea ha certificato nello stesso periodo che il potere d’acquisto delle buste paga italiane è sceso del 5,8% dalla fine del 2021 alla primavera del 2025, collocando l’Italia come il principale Paese dell’Eurozona in cui i salari reali hanno perso maggiormente valore. Il rapporto OCSE 2025 parla addirittura di una contrazione del 7,5% dal 2021, definendola la peggiore tra tutti gli Stati membri.

Anche il confronto storico è impietoso: il reddito reale da lavoro per occupato è più basso del 7,3% rispetto al 2004, secondo ISTAT. Vent’anni di progressiva erosione del potere d’acquisto dei lavoratori italiani che nessun rinnovo contrattuale puntuale riesce, da solo, a colmare.

Ulteriore paradosso: la crescita dell’occupazione, pure citata da Meloni come fiore all’occhiello, nel 2025 è avvenuta interamente tra i lavoratori indipendenti (liberi professionisti, partite IVA), mentre tra i dipendenti si è osservato un lieve calo. I contratti a tempo determinato sono diminuiti di 119mila unità, quelli a tempo indeterminato sono aumentati di 115mila. E il miglioramento ha riguardato quasi esclusivamente gli over 50: nelle fasce giovanili (15-34 anni) l’occupazione è invece diminuita.


Il modello del “salario giusto” e il rifiuto del salario minimo

Su questo fronte, il confronto tra Meloni e il senatore Matteo Renzi ha toccato uno dei nodi politici più rilevanti. La presidente del Consiglio ha difeso il modello del cosiddetto “salario giusto”, fondato sulla contrattazione collettiva, respingendo la proposta di introdurre un salario minimo legale.

La posizione è ideologicamente coerente con l’impostazione di centrodestra, ma incontra una difficoltà empirica: la contrattazione collettiva funziona quando i sindacati hanno forza negoziale e i contratti vengono rinnovati puntualmente. ISTAT segnala che a dicembre 2025 5,5 milioni di lavoratori erano ancora in attesa di rinnovo contrattuale, di cui oltre la metà dipendenti pubblici — tutti i contratti della Pubblica Amministrazione erano scaduti a fine 2024. Lo Stato si conferma, nei fatti, tra i peggiori datori di lavoro del Paese.

Nel settore privato, la situazione è più variegata. Alcuni contratti sono stati rinnovati con aumenti significativi, come rivendicato dal governo. Ma il dato aggregato resta quello certificato dall’ISTAT: retribuzioni contrattuali in termini reali a settembre 2025 ancora al di sotto dell’8,8% rispetto ai livelli di gennaio 2021.


La “fuga dei giovani” e la risposta che non convince

Il senatore Peppe De Cristoforo ha sollevato uno dei temi più drammatici della seduta: l’esodo dei giovani italiani. I dati ISTAT parlano di 156mila espatri nel 2024, con un saldo netto di oltre 100mila persone, il 70% delle quali tra i 18 e i 39 anni. Nel corso del triennio 2022-2024, oltre mezzo milione di italiani ha scelto di trasferirsi all’estero.

La Fondazione Migrantes ha certificato nel Rapporto Italiani nel Mondo 2025 un aumento del 38% degli espatri rispetto al 2023. Le destinazioni preferite sono Germania, Regno Unito, Spagna e Svizzera. Un dato su tutti: tra il 2022 e il 2023, il 51% degli espatriati netti tra i 25 e i 39 anni era laureato — contro il 32% del periodo 2013-2021 — a conferma che a partire oggi sono soprattutto i profili più qualificati.

Di fronte a questo scenario, Meloni ha riconosciuto il fenomeno come “strutturale” e ha richiamato gli interventi già in atto: ZES Unica per il Mezzogiorno, incentivi alle assunzioni, sostegno alle imprese family friendly. Misure di per sé apprezzabili, ma che non affrontano le cause profonde dell’emorragia: stipendi tra i più bassi d’Europa, precarietà lavorativa diffusa, costo degli affitti insostenibile per chi inizia a lavorare, assenza di un sistema meritocratico percepito come credibile.

Il presidente dell’ISTAT, Francesco Maria Chelli, ha osservato che nel decennio 2013-2022 i giovani italiani che hanno trasferito all’estero la residenza sono costantemente aumentati, mentre i rientri sono stati molto inferiori. Una tendenza che non mostra segni di inversione strutturale.


La produzione industriale: il punto debole della narrazione

La sentatrice Michaela Biancofiore (maggioranza) ha contribuito a costruire la difesa governativa, citando i dati sull’occupazione e i rinnovi contrattuali. Ma nessuno dei difensori del governo ha toccato un tema che avrebbe reso il dibattito più scomodo: l’andamento della produzione industriale.

Nel 2024 la produzione industriale italiana era già calata del 4% in volume rispetto al 2023, che a sua volta aveva segnato un -2%. Il settore manifatturiero — storicamente il motore dell’export italiano — è in crisi strutturale, con flessioni particolarmente marcate nei prodotti chimici (-6,6%), nel tessile-abbigliamento (-5%) e nella raffinazione (-4,6%). Nel 2025 la produzione industriale si è sostanzialmente stabilizzata senza tuttavia invertire la tendenza.

Meloni ha preferito non entrare in questo territorio, concentrandosi sui dati occupazionali e sui rinnovi contrattuali. Una scelta comprensibile sul piano comunicativo, ma che lascia senza risposta alcune delle domande più urgenti: come si intende rilanciare il manifatturiero? Con quale politica industriale? Il solo richiamo al nucleare — pur rilevante come prospettiva energetica a lungo termine — non basta a rispondere a una crisi che è già presente.


Il Piano Casa e la questione della trasparenza

Nel corso del dibattito, Renzi ha sollevato critiche sulla gestione del Piano Casa, citando pagamenti non concorsuali, tra cui una cosiddetta “management fee” corrisposta a Mario Abadessa. Meloni ha difeso la misura come strumento economico e sociale per rendere accessibili le case popolari e il mercato immobiliare.

Sul merito delle politiche abitative, il quadro è critico indipendentemente dalle polemiche sui compensi. Il costo degli affitti nelle grandi città italiane ha raggiunto livelli storicamente elevati, con aumenti che in alcune aree metropolitane hanno superato il 20-30% negli ultimi tre anni. Per i giovani lavoratori con stipendi da 1.200-1.400 euro mensili — la realtà di molti neo-assunti — la prospettiva di un affitto a mercato diventa di fatto insostenibile, contribuendo direttamente alla fuga verso l’estero.


Il nodo energetico: nucleare come soluzione futura, problema presente

Meloni ha annunciato l’approvazione entro l’estate della legge delega per la ripresa del nucleare in Italia, inserita in una strategia di diversificazione delle fonti energetiche. Si tratta di un annuncio politicamente rilevante, che ribalta una tendenza consolidata da decenni.

Tuttavia, il nucleare è per definizione una prospettiva di medio-lungo termine: anche nell’ipotesi più ottimistica, i primi reattori di nuova generazione non potrebbero entrare in funzione prima del 2035-2040. Nel frattempo, il costo dell’energia in Italia resta tra i più elevati d’Europa, un fattore che pesa direttamente sulla competitività delle imprese manifatturiere e contribuisce al declino industriale già documentato.

La risposta al caro-energia nel breve periodo — il “decreto bollette” richiamato da Meloni — è una misura tampone, non strutturale. Calenda, che ha posto la questione energetica al centro del suo intervento, ha chiesto una “cabina di regia” condivisa proprio perché la questione è troppo complessa e urgente per essere gestita con strumenti emergenziali e dichiarazioni di intenti.


Il paradosso comunicativo: dati usati selettivamente

La dinamica emersa dal dibattito al Senato fotografa bene il meccanismo comunicativo del governo. Meloni usa i dati in modo selettivo: cita l’occupazione record (reale), i rinnovi contrattuali (reali), la riduzione del cuneo fiscale (parzialmente reale), senza mai menzionare i salari reali in calo, il debito in ascesa, la produzione industriale in crisi o l’emigrazione giovanile senza precedenti.

Non si tratta di dati inventati, ma di una narrativa costruita per omissione. Ogni singolo dato citato è verificabile, ma il quadro complessivo che ne risulta è distorto rispetto alla realtà che vivono milioni di lavoratori italiani.

Il confronto è facile: il governo rivendica il +2,9% delle retribuzioni nominali nel 2025 senza citare che le stesse retribuzioni sono in termini reali ancora inferiori dell’8,8% rispetto a quattro anni fa. Rivendica record di occupazione senza dire che la crescita riguarda quasi esclusivamente gli over 50 e i lavoratori autonomi. Rivendica la riduzione del cuneo fiscale senza citare che la pressione fiscale complessiva è salita al 43,1%.

Nel 2025, secondo i dati ISTAT, un quarto della popolazione italiana è a rischio povertà. Un dato che non trova spazio nella narrazione del governo.


Conclusione: la distanza tra palazzo e realtà

Il dibattito al Senato ha confermato una frattura che va ben oltre le consuete dinamiche maggioranza-opposizione. Da un lato, un governo che costruisce la propria narrazione intorno a indicatori reali ma selezionati; dall’altro, un’opposizione che agita dati altrettanto reali ma che, come ha sottolineato la stessa Meloni, troppo spesso li usa come strumento di opposizione frontale piuttosto che come base per proposte costruttive.

La verità è che l’Italia del 2025 ha un problema strutturale di crescita, che nessun rinnovo contrattuale puntuale o decreto emergenziale è in grado di risolvere. Un problema di produttività ferma da vent’anni, di salari tra i più bassi d’Europa, di un debito che nel 2026 renderà il Paese formalmente più indebitato della Grecia. Problemi che richiedono risposte di sistema, non solo rassicurazioni da conferenza stampa.