Meloni al Parlamento sulla crisi in Medio Oriente: l’Italia non è in guerra e non vuole entrarci

Meloni al Parlamento sulla crisi in Medio Oriente: l’Italia non è in guerra e non vuole entrarci

La premier riferisce al Senato dopo dodici giorni dall’inizio del conflitto tra Usa-Israele e Iran: diritto internazionale violato, nessuna richiesta sulle basi militari, accise mobili in valutazione e minaccia di tassazione straordinaria sugli speculatori dei carburanti.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta mercoledì 11 marzo al Senato della Repubblica per le comunicazioni sulla crisi in Medio Oriente e in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. Un discorso lungo circa 45 minuti, atteso da settimane, in cui la premier ha tracciato la linea diplomatica del governo italiano: equidistanza dal conflitto, condanna degli interventi unilaterali fuori dal diritto internazionale, tutela degli interessi economici nazionali e difesa della sovranità parlamentare nelle decisioni di politica estera.

Un discorso atteso dodici giorni dopo l’inizio della guerra

L’intervento parlamentare di Giorgia Meloni arriva a dodici giorni dall’avvio delle operazioni militari di Stati Uniti e Israele contro il regime iraniano, scoppiato il 28 febbraio 2026. Le opposizioni avevano sollecitato con insistenza la premier a presentarsi alle Camere, accusandola di sottrarsi al confronto parlamentare e di affidare le proprie riflessioni esclusivamente a interviste televisive e comunicati sui social media. Dopo settimane di pressioni, il governo ha anticipato le comunicazioni previste inizialmente per il 18 marzo, e Meloni si è presentata prima a Palazzo Madama, dove ha tenuto il discorso principale, per poi recarsi a Montecitorio a consegnare il testo scritto, con l’intervento orale alla Camera fissato per il pomeriggio.

Al banco del governo, accanto alla premier, erano seduti i due vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, insieme ad altri otto ministri, a sottolineare il carattere collegiale dell’esposizione politica.

“L’Italia non è in guerra e non vuole entrarci”

La dichiarazione più netta e attesa del discorso ha riguardato il posizionamento dell’Italia nel conflitto. Meloni ha escluso categoricamente la partecipazione diretta del Paese alle operazioni militari, affermando con chiarezza che l’Italia non prende parte all’intervento e non intende farlo. “Noi non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra”, ha detto la premier davanti all’Aula, cercando di dissipare ogni ambiguità sulle intenzioni del governo.

Sul tema delle basi militari americane presenti in territorio italiano, Meloni ha chiarito che tali strutture dipendono da accordi storici aggiornati nel corso degli anni da governi di ogni colore politico. Ha precisato che qualsiasi eventuale richiesta da parte degli Stati Uniti di utilizzare quelle basi per operazioni belliche spetterebbe valutarla al governo, ma che la decisione finale, in quel caso, sarebbe rimessa al Parlamento. Ha poi aggiunto un dato cruciale: ad oggi non è pervenuta alcuna richiesta in questo senso da parte di Washington. Ai critici che l’avevano accusata di non schierarsi abbastanza, ha risposto con una stoccata politica: chi avrebbe voluto prendere posizione, avrebbe potuto farlo quando era al governo.

L’intervento di Usa e Israele “fuori dal diritto internazionale”

Il passaggio più significativo dal punto di vista della diplomazia internazionale è stato quello in cui Meloni ha collocato l’operazione militare congiunta Stati Uniti-Israele contro l’Iran nell’ambito di una più ampia crisi del sistema multilaterale. Secondo la premier, il mondo si trova in una fase in cui le minacce diventano sempre più gravi e in cui si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti al di fuori del perimetro del diritto internazionale. È in questo contesto, ha spiegato, che va letto anche l’attacco americano e israeliano contro il regime di Teheran.

Una presa di posizione che ha il sapore di una critica velata ma netta agli alleati storici dell’Italia, pronunciata tuttavia con l’equilibrio di chi non vuole rompere con Washington né con Tel Aviv, ma riafferma il principio della legalità internazionale come quadro di riferimento imprescindibile per l’azione diplomatica italiana ed europea.

“Qui non c’è un governo complice di decisioni altrui”, ha ribadito Meloni, rispondendo implicitamente a chi nei giorni precedenti aveva accusato l’esecutivo di complicità passiva con gli alleati. Ha aggiunto di non essere nemmeno un governo isolato in Europa, né responsabile delle conseguenze economiche della crisi su cittadini e imprese.

La strage delle bambine di Minab: l’unico applauso bipartisan

Uno dei momenti più toccanti del discorso è stato dedicato alla strage nella scuola femminile di Minab, nel sud dell’Iran, in cui hanno perso la vita oltre un centinaio di persone, in gran parte bambine. La premier ha espresso ferma condanna per l’accaduto e ha chiesto che vengano accertate le responsabilità. Ha ribadito che va preservata in ogni circostanza l’incolumità dei civili e dei bambini, indipendentemente da chi conduce le operazioni militari.

Questo passaggio è stato l’unico dell’intero discorso a raccogliere un applauso condiviso sia dalla maggioranza che dall’opposizione, segno che sulla protezione dei civili esiste, almeno formalmente, una convergenza trasversale in Parlamento.

Tre linee d’azione: diplomazia, italiani all’estero, impatto economico

Meloni ha delineato tre linee principali di intervento del governo italiano nella crisi:

  1. Piano diplomatico. L’obiettivo è verificare se e quando esistano margini per un ritorno alla diplomazia, lavorando in stretto coordinamento con i partner europei e mantenendo i contatti con i leader della regione mediorientale e del Golfo. Tuttavia, ha avvertito la premier, questo obiettivo rimane impossibile finché l’Iran continuerà ad attaccare i Paesi del Golfo e altri stati della regione.
  2. Sicurezza degli italiani all’estero. Il governo sta lavorando alla messa in sicurezza delle decine di migliaia di italiani presenti nell’area del conflitto e all’assistenza a coloro che sono rimasti bloccati dalla crisi.
  3. Ricadute economiche. Piena attenzione alle conseguenze sul territorio nazionale, con particolare riguardo ai prezzi dell’energia e al sostegno alle imprese esportatrici, settore particolarmente esposto alla crisi dello Stretto di Hormuz.

Carburanti: minaccia di tassazione straordinaria per chi specula

Sul capitolo dei prezzi dei carburanti, saliti in modo significativo a causa dell’impatto del conflitto sui mercati energetici, Meloni ha lanciato un avvertimento esplicito a chi dovesse pensare di approfittare della situazione per arricchirsi a spese dei cittadini e delle imprese. Il messaggio è stato diretto: chi specula sulla crisi rischia una tassazione straordinaria. Il governo si è detto pronto a recuperare i proventi della speculazione aumentando il carico fiscale sulle aziende che ne fossero responsabili.

Sul fronte degli strumenti concreti, la premier ha annunciato la valutazione in corso del meccanismo delle cosiddette accise mobili — una misura già richiesta dalle stesse opposizioni — da attivare qualora i prezzi dovessero aumentare in modo stabile nel tempo. La decisione finale dipenderà dall’evoluzione del conflitto nelle prossime settimane.

Libano, Unifil e il fronte meridionale della difesa europea

Meloni ha dedicato uno spazio significativo alla situazione in Libano, definita delicata, dove l’Italia schiera oltre mille soldati nell’ambito della missione Onu Unifil. La premier ha definito la scelta di Hezbollah di trascinare nuovamente il Libano in guerra con Israele una decisione “scellerata”, e ha comunicato di aver sentito il premier israeliano Benjamin Netanyahu, al quale ha ribadito la contrarietà dell’Italia a qualsiasi escalation, pur riconoscendo il diritto di Israele a difendersi dagli attacchi di Hezbollah.

Ha quindi chiesto esplicitamente a Israele di garantire la sicurezza del personale Unifil, ribadendo che l’incolumità dei soldati italiani è una priorità assoluta e non negoziabile.

Sul piano europeo, Meloni ha affermato che la crisi ha dimostrato la necessità di sviluppare la difesa europea a 360 gradi, tutelando sia il fianco orientale — già al centro dell’attenzione per il conflitto ucraino — sia quello meridionale, che rischia di essere trascurato nonostante la sua rilevanza strategica per la sicurezza del continente.

Ucraina, Ets e la questione dei CPR in Albania

Il discorso ha toccato anche altri temi di politica estera ed europea. Sulla crisi ucraina, Meloni ha avvertito che un eventuale collasso finanziario di Kyiv causerebbe danni incalcolabili per la stabilità dell’intera Unione europea, pur riconoscendo l’esistenza di uno stallo negoziale che crea difficoltà sul campo. Ha richiamato la necessità di rispettare il principio dell’unanimità per le modifiche al bilancio Ue, ritenendo non praticabile l’idea di aggirarlo in nome dell’urgenza.

Sul fronte energetico europeo, il governo italiano ha avanzato la richiesta di sospendere urgentemente l’applicazione dell’ETS (Emission Trading Scheme) alla produzione di elettricità da fonti termiche, almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti fossili non torneranno ai livelli precedenti alla crisi. Una posizione che si inserisce nel più ampio dibattito europeo sulla compatibilità tra transizione ecologica e sicurezza energetica in tempo di guerra.

Sulla questione dei CPR in Albania, Meloni ha rivendicato la piena legittimità del meccanismo adottato dall’Italia, citando il recente avallo europeo, pur ammettendo di temere che le ordinanze giudiziarie contrarie ai trasferimenti non cesseranno neanche di fronte al via libera di Bruxelles.

Lo sfondo della crisi: lo Stretto di Hormuz e i mercati energetici

Il contesto in cui si inserisce il discorso di Meloni è quello di una crisi internazionale di vasta portata. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita tradizionalmente una quota significativa del commercio petrolifero mondiale, è stato teatro di tensioni crescenti: nelle ultime ore, un’agenzia britannica ha riferito di almeno tre navi colpite nella zona. Il prezzo del petrolio Brent ha ripreso a salire, superando la soglia dei 91 dollari al barile con un rialzo del 4%, mentre la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha stimato che i dieci giorni di guerra abbiano già costato all’Unione europea circa 3 miliardi di euro per le sole spese energetiche.

Nel frattempo, da Teheran sono arrivate ulteriori minacce: il regime iraniano ha dichiarato di essere pronto a colpire banche e centri economici di Stati Uniti e Israele, mentre il bilancio delle vittime nel solo Libano ha toccato quota 588 morti e oltre 753.000 sfollati in dieci giorni di guerra.

Indicatore Dato
Giorni di conflitto alla data del discorso 12
Vittime in Libano 588
Sfollati in Libano 753.000+
Soldati italiani Unifil in Libano Oltre 1.000
Prezzo Brent al momento del discorso Oltre 91 $/barile (+4%)
Costo energetico della crisi per l’UE (10 giorni) ~3 miliardi di euro
Navi colpite nello Stretto di Hormuz (11 marzo) Almeno 3

Applauso costruttivo o opposizione critica

Meloni ha chiuso il suo intervento con un appello alla coesione politica interna, chiedendo di sottrarre la discussione a una polarizzazione che, a suo avviso, banalizza e non aiuta a ragionare con profondità. Ha ribadito che il governo non si sottrae al confronto parlamentare, e ha auspicato uno spirito costruttivo nell’affrontare una crisi definita tra le più complesse degli ultimi decenni.

Le opposizioni, pur avendo apprezzato il richiamo alla protezione dei civili e la condanna della strage di Minab, hanno mantenuto una posizione critica sull’insieme del discorso, contestando in particolare i ritardi nel riferire al Parlamento e chiedendo maggiore chiarezza sulle intenzioni del governo in merito alle basi militari americane presenti in Italia e sull’effettiva disponibilità a sostenere un cessate il fuoco per via diplomatica.