La premier rivendica un’Italia più sicura di sé e meno subalterna. Ma il bilancio del Paese mostra un quadro più complesso: occupazione in crescita, economia ancora positiva, salari reali deboli, carburanti sopra i due euro e forti difficoltà di accesso alla sanità.
Giorgia Meloni parla di una “rivoluzione dell’orgoglio”, respinge l’immagine di un’Italia subalterna e rivendica un Paese capace di non considerarsi inferiore agli altri. A quasi quattro anni dall’insediamento del governo di centrodestra, iniziato il 22 ottobre 2022, quelle parole possono essere confrontate con i risultati economici e sociali maturati nel frattempo. Il quadro che emerge non è quello di un’Italia ferma o priva di risultati: l’occupazione è aumentata, la disoccupazione è scesa rispetto all’inizio della legislatura e il PIL continua a crescere. Ma resta altrettanto evidente la distanza tra la forza della narrazione politica e alcune condizioni materiali vissute dalle famiglie: i salari reali non hanno ancora recuperato il terreno perduto, l’inflazione è tornata vicina al 3%, benzina e gasolio hanno superato i due euro al litro e milioni di cittadini continuano a rinunciare a visite o esami sanitari.
La “rivoluzione dell’orgoglio” e il giudizio sull’Italia
Nell’intervista al New York Times, Meloni ha descritto la propria idea di governo attraverso un concetto che va oltre la politica estera. La presidente del Consiglio ha detto di non apprezzare l’immagine di “un’Italia sottomessa” e ha indicato come obiettivo una “rivoluzione dell’orgoglio”. Il messaggio è coerente con uno dei fili conduttori utilizzati dal centrodestra dalla campagna elettorale del 2022: restituire all’Italia maggiore peso nelle relazioni internazionali, difendere gli interessi nazionali e presentare il Paese come un interlocutore più autorevole nelle sedi europee e occidentali.
Nella stessa intervista la premier ha riconosciuto che il rapporto con Donald Trump si è rivelato meno semplice di quanto avesse immaginato. Le convergenze su immigrazione e battaglie culturali non hanno prodotto automaticamente una sintonia su ogni dossier. Meloni ha però ribadito che la linea italiana non può dipendere dai rapporti personali con il presidente americano e che l’unità dell’Occidente resta per lei un interesse prioritario.
Il passaggio più rilevante sul piano interno resta però quello sull’orgoglio nazionale. Perché dopo tre anni e dieci mesi di governo non è più sufficiente valutare soltanto un progetto politico nelle intenzioni: è possibile confrontarlo con i principali indicatori che descrivono la vita economica e sociale del Paese. E il risultato è molto più articolato di una semplice contrapposizione tra successo e fallimento.
| Indicatore | Situazione più recente | Lettura del dato |
|---|---|---|
| Occupazione | 24,31 milioni di occupati, tasso al 62,9% | Uno dei risultati più favorevoli della legislatura, pur con un tasso ancora basso nel confronto internazionale. |
| Salari reali | Ancora -6,1% rispetto al primo trimestre 2021 | Il recupero del potere d’acquisto resta incompleto e rappresenta una delle principali debolezze italiane. |
| Inflazione | +2,9% annuo a luglio 2026 | Dopo il forte rallentamento del 2024 e del 2025, l’energia ha riportato pressione sui prezzi. |
| Carburanti | Benzina 2,005 €/l, gasolio 2,122 €/l sulla rete stradale | Il costo della mobilità torna a incidere pesantemente sui bilanci familiari e sulle imprese. |
| Sanità | 9,9% della popolazione ha rinunciato a visite o esami nel 2024 | Liste d’attesa e costi continuano a rappresentare un problema strutturale, nonostante segnali di miglioramento nel 2026. |
| PIL | +0,2% nel secondo trimestre 2026, +1,0% su base annua | L’Italia non è in recessione, ma la crescita rimane debole. |
Lavoro, il dato più favorevole per il governo
Se si vuole valutare l’azione del centrodestra senza pregiudizi, il capitolo nel quale il governo può rivendicare i numeri più solidi è quello dell’occupazione. A giugno 2026 gli occupati sono 24 milioni e 310 mila e il tasso di occupazione è al 62,9%. Nell’ottobre 2022, quando Meloni arrivò a Palazzo Chigi, il tasso era al 60,5%. Nello stesso periodo il tasso di disoccupazione è passato dal 7,8% dell’ottobre 2022 al 5,7% del giugno 2026.
Il miglioramento è significativo e sarebbe scorretto ignorarlo. Allo stesso tempo, la crescita dell’occupazione era già iniziata prima dell’insediamento del governo Meloni: nell’ottobre 2022 il tasso di occupazione aveva già raggiunto un record nella serie storica disponibile e gli occupati erano aumentati di quasi mezzo milione rispetto all’anno precedente. Il governo ha quindi governato e accompagnato una tendenza positiva già in corso, che negli anni successivi si è consolidata.
Resta inoltre un limite strutturale. Nonostante i record nazionali, il tasso di occupazione italiano continua a essere molto distante da quello delle principali economie avanzate. Nel primo trimestre 2026 era inferiore di oltre nove punti alla media dei Paesi OCSE, con divari particolarmente marcati per donne e giovani. Dire che il mercato del lavoro è migliorato è quindi corretto; sostenere che il problema occupazionale italiano sia risolto sarebbe invece eccessivo.
Più occupati, ma gli stipendi restano il grande problema italiano
È sul terreno dei salari che la distanza tra il racconto di un’Italia rafforzata e la condizione economica di molte famiglie diventa più evidente. Nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani sono aumentati dell’1,3% rispetto a un anno prima, ma risultavano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021. Tra le grandi economie avanzate è uno dei recuperi più deboli.
Questo dato va interpretato correttamente. La perdita di potere d’acquisto non nasce con il governo Meloni. La grande impennata inflazionistica è cominciata nel 2021 ed è esplosa nel 2022, prima che il centrodestra si insediasse. Alla fine del 2022 la perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni aveva già raggiunto livelli molto elevati. Sarebbe quindi scorretto attribuire al governo attuale l’intero arretramento.
Ma dopo quasi quattro anni di legislatura resta un dato politico difficilmente aggirabile: il recupero non è stato completato. La crescita dell’occupazione non si è tradotta in un analogo recupero della capacità di spesa dei lavoratori. Nel primo semestre 2026 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate mediamente del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2025, ma nel secondo trimestre si è nuovamente verificata un’inversione: dopo dieci trimestri nei quali le retribuzioni contrattuali avevano corso più dell’inflazione, i prezzi sono tornati a crescere più velocemente.
È questa una delle contraddizioni più concrete del sistema italiano: si lavora di più, ma non necessariamente si vive meglio in proporzione. L’Italia continua inoltre ad avere retribuzioni medie inferiori alla media dell’Unione europea. Non è corretto dire che gli stipendi italiani siano in assoluto “i più bassi d’Europa”, perché diversi Paesi presentano valori inferiori. È però corretto dire che l’Italia resta sotto la media europea e che il problema più grave è la stagnazione di lungo periodo dei salari reali.
Inflazione, il picco è alle spalle ma il costo della vita torna a salire
Quando il governo Meloni si insediò, l’Italia era nel pieno dello shock inflazionistico più grave degli ultimi decenni. Nel 2022 l’inflazione media fu dell’8,1% e a dicembre il tasso annuo era ancora all’11,6%. Gran parte di quella fiammata derivava dalla crisi energetica internazionale e dalla guerra in Ucraina ed era quindi già in corso prima dell’arrivo del centrodestra.
Negli anni successivi l’inflazione è scesa nettamente: 5,7% nella media del 2023, 1,0% nel 2024 e 1,5% nel 2025. Questa discesa rappresenta un miglioramento reale per le famiglie, anche se una minore inflazione non significa un ritorno dei prezzi ai livelli precedenti. Significa soltanto che i prezzi continuano a salire più lentamente.
Nel 2026 il quadro è tornato a complicarsi. A luglio l’inflazione è al 2,9% su base annua. Il dato resta lontano dai picchi del 2022, ma è quasi doppio rispetto alla media del 2025. A pesare sono soprattutto gli energetici: quelli regolamentati registrano un aumento annuo del 14,8%, quelli non regolamentati dell’11,4%. Per una famiglia che ha già assorbito gli aumenti degli anni precedenti, il ritorno dell’inflazione vicino al 3% si traduce in un’ulteriore erosione del reddito disponibile.
Il punto politico è quindi duplice. Il governo può legittimamente rivendicare che l’inflazione sia stata riportata molto al di sotto dei livelli del 2022, anche se la discesa è dipesa in larga parte dal normalizzarsi delle condizioni energetiche internazionali e dalla politica monetaria europea. Ma non può essere ignorato che nel 2026 la pressione sui prezzi è tornata a salire proprio mentre il recupero dei salari resta incompleto.
Benzina e gasolio sopra i due euro, il conto arriva direttamente alle famiglie
Il dato più immediatamente percepibile è quello dei carburanti. Il 21 agosto 2026 la media nazionale self sulla rete stradale è di 2,005 euro al litro per la benzina e 2,122 euro per il gasolio. In autostrada si arriva a 2,080 euro per la benzina e 2,194 euro per il diesel.
Sono livelli che incidono direttamente sui bilanci di milioni di famiglie, pendolari, artigiani e imprese. E incidono anche indirettamente, perché un Paese nel quale gran parte delle merci viaggia su gomma subisce l’aumento del gasolio lungo l’intera catena dei costi.
Anche su questo fronte è necessario separare la responsabilità politica dalle cause internazionali. Le tensioni energetiche e geopolitiche hanno un ruolo decisivo nella formazione dei prezzi. Il governo è intervenuto con misure per ridurre temporaneamente il peso del caro carburante, ma il risultato finale per il consumatore resta un prezzo superiore ai due euro. È questa la realtà con la quale si confronta la comunicazione politica: gli interventi possono esserci, ma per chi fa rifornimento conta soprattutto la cifra che compare sulla colonnina.
Sanità, parlare di “collasso” è eccessivo ma la difficoltà di accesso è reale
Il tema della sanità pubblica richiede la stessa precisione. Definire l’intero Servizio sanitario nazionale “al collasso” è una semplificazione, perché il sistema continua a garantire milioni di prestazioni e presenta situazioni molto diverse tra Regioni e territori. Tuttavia i dati sulla rinuncia alle cure mostrano una criticità che non può essere minimizzata.
Nel 2024 il 9,9% della popolazione, circa 5,8 milioni di persone, ha dichiarato di aver rinunciato a una visita specialistica o a un esame pur avendone bisogno. Nel 2023 la quota era del 7,6%. Le lunghe liste d’attesa sono state indicate come motivo di rinuncia dal 6,8% della popolazione, mentre il 5,3% ha segnalato problemi economici. Il ricorso al privato è aumentato, segnale che una parte dei cittadini sceglie di pagare direttamente pur di ottenere una prestazione in tempi compatibili con le proprie necessità.
Il dato è particolarmente delicato perché tocca uno dei principi fondamentali del sistema italiano: l’accesso alle cure indipendentemente dal reddito. Se una persona rinuncia perché non riesce a ottenere una prestazione in tempo oppure perché non può permettersi di pagarla privatamente, il problema non è solo organizzativo ma sociale.
Nel 2026 sono però comparsi anche segnali di miglioramento che devono essere inclusi nel bilancio. Nel primo semestre le prenotazioni monitorate sono salite da 13,3 a 14,9 milioni rispetto allo stesso periodo del 2025 e sono state garantite oltre 1,6 milioni di visite ed esami in più entro i tempi previsti. Il miglioramento riguarda soprattutto le priorità urgenti e brevi. Questo impedisce di descrivere la situazione come un peggioramento uniforme, ma non cancella la dimensione del problema accumulato negli anni.
Crescita economica, l’Italia non è in recessione ma procede lentamente
Anche il PIL restituisce un’immagine fatta di luci e ombre. Nel 2025 l’economia italiana è cresciuta dello 0,5%. Nel secondo trimestre 2026 il PIL è aumentato dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1,0% rispetto allo stesso periodo del 2025. La crescita acquisita per l’intero 2026 è dello 0,8%.
Non sono numeri da recessione. L’economia continua a espandersi e la domanda interna fornisce un contributo positivo. Ma il ritmo resta modesto e nel secondo trimestre 2026 il valore aggiunto dell’industria è diminuito. La crescita italiana rimane quindi troppo debole per produrre rapidamente un aumento consistente dei redditi e della produttività, due problemi che accompagnano il Paese da molto prima dell’attuale legislatura.
È importante sottolinearlo perché il giudizio su quasi quattro anni di governo non può trasformarsi in un processo nel quale ogni debolezza storica italiana viene caricata sull’esecutivo in carica. Bassa produttività, salari stagnanti, divari territoriali, denatalità, fragilità del sistema sanitario e ridotta partecipazione al lavoro sono problemi accumulati in decenni. Ma più passa il tempo, più un governo viene inevitabilmente giudicato non soltanto per ciò che ha ereditato, ma per quanto è riuscito a correggere ciò che aveva promesso di cambiare.
Povertà e condizioni delle famiglie, miglioramenti limitati dentro un problema ancora enorme
Anche gli indicatori sociali invitano a evitare sia il trionfalismo sia il catastrofismo. Nel 2025 la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa al 22,6%, dal 23,1% dell’anno precedente. È un miglioramento, ma significa comunque che oltre 13 milioni di persone rientrano in almeno una delle condizioni di rischio considerate.
La povertà assoluta resta inoltre su livelli elevati. Il quadro è particolarmente duro per le famiglie con figli, i minori, gli stranieri e una parte del Mezzogiorno. Il dato sociale aiuta a comprendere perché la crescita dell’occupazione, da sola, non sia sufficiente a cambiare la percezione economica del Paese: un posto di lavoro non garantisce automaticamente una condizione di sicurezza economica se il reddito è basso, il costo della casa cresce e i servizi essenziali diventano più difficili da ottenere.
Dove si misura davvero la distanza tra le parole di Meloni e l’Italia reale
Le parole di Meloni sull’orgoglio nazionale non vengono smentite da un singolo indicatore economico. Orgoglio, autonomia e peso internazionale sono concetti politici, non grandezze che possano essere misurate con l’inflazione o con il prezzo della benzina. La contraddizione, se c’è, è quindi di natura politica e riguarda il divario tra il racconto di un Paese che avrebbe ritrovato sicurezza e la vita quotidiana di una parte della popolazione.
Dopo quasi quattro anni di governo di centrodestra, l’Italia presenta alcuni risultati difficili da negare: più occupati, meno disoccupazione rispetto al 2022, una crescita economica ancora positiva e segnali recenti di miglioramento sulle liste d’attesa. Allo stesso tempo, resta un Paese nel quale i salari reali sono ancora molto sotto i livelli precedenti alla crisi inflazionistica, il tasso di occupazione resta basso nel confronto internazionale, il costo dell’energia è tornato a pesare, i carburanti superano i due euro e milioni di cittadini hanno sperimentato difficoltà nell’accesso alle cure.
È proprio qui che la “rivoluzione dell’orgoglio” incontra il suo banco di prova. L’autorevolezza internazionale può rafforzare il prestigio di un governo, ma la valutazione dei cittadini passa inevitabilmente da stipendio, bollette, benzina, casa, tasse, scuola e sanità. Se quei problemi restano percepiti come irrisolti, la narrazione di un’Italia più forte rischia di apparire distante dalla condizione materiale di chi vive con un reddito che ha perso potere d’acquisto.
Quasi quattro anni dopo, il bilancio non consente slogan
Il governo Meloni arriverà ai quattro anni pieni soltanto il 22 ottobre 2026. A due mesi da quella scadenza, il confronto tra promesse, rivendicazioni e numeri restituisce un quadro che non si presta agli slogan. Il mercato del lavoro è migliorato, ma i salari restano deboli. L’inflazione è molto più bassa rispetto all’emergenza del 2022, ma è tornata a salire. Il PIL cresce, ma lentamente. La sanità mostra alcuni segnali di recupero, ma milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni. Il governo interviene sui rincari energetici, ma benzina e diesel restano oltre i due euro.
È questa l’Italia con cui deve confrontarsi la rivendicazione di Meloni: un Paese che ha mostrato capacità di tenuta e alcuni progressi, ma che continua a trascinarsi problemi strutturali pesanti. La vera misura dell’orgoglio nazionale, dopo quasi quattro anni di governo, non sarà quindi soltanto la posizione dell’Italia nei vertici internazionali o la capacità della premier di ottenere visibilità politica. Sarà soprattutto la capacità di trasformare quella centralità in redditi più alti, maggiore potere d’acquisto, servizi pubblici accessibili e prospettive economiche più solide.
Il punto non è stabilire se l’Italia debba sentirsi orgogliosa o meno. Il punto è capire se, alla fine della legislatura, gli italiani potranno dire di vivere concretamente meglio rispetto a quando il centrodestra è arrivato al governo. Su occupazione e stabilità alcuni segnali sono favorevoli. Su salari, costo della vita, produttività e accesso alla sanità il percorso resta invece incompleto. Ed è su questa distanza tra orgoglio dichiarato e benessere percepito che si giocherà una parte decisiva del giudizio politico sul governo Meloni.


