La tv di Stato iraniana diffonde i dettagli della “Dichiarazione di Islamabad”: Washington ritira le forze militari e revoca il blocco ai porti iraniani, Teheran garantisce la libera navigazione. Intanto a Gaza viene eliminato Mohammed Odeh, quindicesimo alto ufficiale delle Brigate al-Qassam caduto dall’inizio del conflitto.
Un accordo che potrebbe ridisegnare gli equilibri geopolitici del Medio Oriente si fa sempre più concreto. La tv di Stato iraniana ha illustrato nelle ultime ore i contenuti dell’ultima bozza del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, ribattezzato “Memorandum di Islamabad” o “Dichiarazione di Islamabad”: gli Stati Uniti si impegnano a ritirare le forze militari dalla zona e a revocare il blocco navale ai porti iraniani, mentre l’Iran garantisce il ripristino del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz entro trenta giorni. Se un accordo definitivo dovesse essere raggiunto entro sessanta giorni, l’intesa dovrà ottenere il via libera come risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Sullo sfondo, a Gaza, l’esercito israeliano ha eliminato Mohammed Odeh, il nuovo comandante dell’ala militare di Hamas, nominato appena undici giorni fa.
Il Memorandum di Islamabad: i punti chiave della bozza
La televisione ufficiale della Repubblica Islamica ha diffuso oggi i dettagli di quello che potrebbe diventare il documento storico che pone fine a uno dei conflitti più destabilizzanti degli ultimi decenni. Secondo il testo della bozza ripreso dai media internazionali, l’accordo si fonderebbe su un meccanismo di reciprocità: gli Stati Uniti revocano il blocco navale ai porti iraniani e ritirano le forze militari dislocate nelle aree vicine al territorio dell’Iran, mentre Teheran si impegna a riportare il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz ai livelli prebellici entro un mese dalla firma.
Un elemento cruciale riguarda la gestione operativa dello Stretto: il transito delle navi sarà supervisionato in collaborazione con l’Oman, il Paese che ha svolto un ruolo di mediazione silenziosa in molte fasi della crisi. La scelta di Mascate come partner nella gestione della via d’acqua più strategica del mondo non è casuale: l’Oman ha mantenuto canali diplomatici aperti sia con Washington che con Teheran anche nei momenti di massima tensione, posizionandosi come garante neutrale accettato da entrambe le parti.
Il documento si chiama “Memorandum di Islamabad” perché la mediazione pakistana ha svolto un ruolo fondamentale nel cucire il testo. Secondo quanto riferito dalla piattaforma media saudita Al Arabiya, l’annuncio formale dell’intesa dovrebbe avvenire tramite il Pakistan, “senza necessità della presenza delle parti coinvolte”. Un nuovo round di colloqui più approfonditi potrebbe tenersi il 5 giugno.
La bozza prevede inoltre che, qualora le trattative per un accordo definitivo si concludessero con successo entro i sessanta giorni stabiliti, l’intesa dovrà essere approvata come una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, conferendole così un peso giuridico internazionale che renderebbe molto più difficile per qualsiasi delle parti tirarsi indietro unilateralmente.
Hormuz: il nodo strategico al centro di tutto
Lo Stretto di Hormuz è la vera posta in gioco di questa crisi. Per questa via d’acqua larga appena trentaquattro chilometri nel punto più stretto transita circa il venti per cento del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto globale. Quando il conflitto tra Iran e Stati Uniti è degenerato militarmente, la chiusura o la destabilizzazione dello Stretto ha provocato un’impennata immediata dei prezzi dell’energia sui mercati internazionali, con conseguenze a catena su filiere alimentari e costi industriali in tutto il mondo.
Le agenzie di stampa iraniane Tasnim e Fars hanno tuttavia introdotto alcune precisazioni rispetto alla lettura più ottimistica diffusa dai media occidentali. Secondo Tasnim, la riapertura di Hormuz sarebbe subordinata non solo al ritiro delle forze americane ma anche all’esecuzione di altri impegni degli Stati Uniti contenuti nel memorandum. Fars ha sottolineato che, sulla base dell’ultimo testo scambiato, in caso di accordo lo Stretto rimarrebbe comunque sotto la gestione iraniana. Tasnim ha anche precisato che l’impegno riguarderebbe non un ritorno assoluto allo status precedente la guerra, ma più precisamente il ripristino del volume di navi in transito ai livelli prebellici entro trenta giorni.
Ali Akbar Velayati, consigliere per gli Affari internazionali della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, ha chiarito su X la posizione di Teheran con un linguaggio inequivocabile: “Questa volta la linea rossa dell’Iran è chiara: documenti e firme da soli non sono una garanzia. Il garante concreto della sopravvivenza dell’accordo è lo Stretto di Hormuz”. Velayati ha ricordato che “la geografia non mente ed è il giudice finale dei trattati scritti su carta”, richiamando la centralità strategica permanente di quella via d’acqua come leva di pressione nelle mani di Teheran indipendentemente da qualsiasi accordo formale.
Il nodo dell’uranio: Teheran esclude la questione dal tavolo
Uno dei punti più delicati riguarda il programma nucleare iraniano. Il vice capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, Ali Bagheri, ha dichiarato senza ambiguità che “la questione delle scorte iraniane di uranio altamente arricchito non dovrebbe essere all’ordine del giorno dei colloqui” per raggiungere un accordo sulla fine della guerra. Bagheri, che si trovava in visita in Russia al momento della dichiarazione, ha aggiunto che qualora gli Stati Uniti volessero discutere i dettagli della questione nucleare, non si raggiungerebbe alcuna conclusione, poiché “le divergenze sono molto ampie”.
Le agenzie iraniane Tasnim hanno ribadito che, almeno in questa fase, “l’Iran non ha assunto alcun impegno e la questione nucleare non è stata affatto discussa”. Questa posizione rappresenta un punto di attrito significativo con Washington, che secondo le bozze precedentemente trapelate avrebbe voluto includere nell’accordo almeno un impegno iraniano a non sviluppare armi nucleari e a negoziare la sospensione del programma di arricchimento dell’uranio, con la possibile rimozione delle scorte: una parte delle riserve di uranio arricchito potrebbe essere diluita, mentre il resto verrebbe trasferito in un paese terzo, potenzialmente la Russia.
Se l’accordo viene firmato, i cargo Usa lascerebbero Tel Aviv entro 72 ore
Un’ulteriore indicazione della concretezza delle trattative arriva da Israele. Secondo quanto riferito dall’emittente Channel 12, le autorità israeliane sono state informate che dal momento della firma di un eventuale accordo tra Stati Uniti e Iran, tutti gli aerei di supporto dell’esercito americano lasceranno l’aeroporto internazionale di Ben Gurion entro settantadue ore. La flotta verrebbe trasferita verso basi in Europa, ma rimarrebbe “in stato di pronta chiamata” per rientrare qualora i combattimenti con l’Iran dovessero riprendere.
La questione della presenza militare americana nello scalo civile di Tel Aviv era già diventata un tema di attrito interno in Israele. La ministra dei Trasporti, Miri Regev, aveva inviato una lettera urgente al premier Benjamin Netanyahu, al ministro della Difesa Israel Katz e al capo del Consiglio di sicurezza nazionale Gil Reich, chiedendo la rimozione immediata degli aerei cisterna americani dall’area aeroportuale. Secondo Regev, la loro presenza stava causando gravi danni alle operazioni civili dello scalo, proprio nel momento in cui le compagnie aeree straniere stavano ricominciando a operare voli verso Israele.
Gaza: ucciso Mohammed Odeh, quindicesimo alto ufficiale di Hamas eliminato dall’Idf
Mentre si negozia la pace sul fronte Iran-Usa, a Gaza la guerra continua senza sosta. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato questa mattina che Mohammed Odeh, il nuovo comandante dell’ala militare di Hamas, è stato ucciso in un attacco condotto ieri sera dall’esercito israeliano (Idf) a Gaza City. L’operazione si è consumata nel quartiere di Rimal, nel centro di Gaza, dove un raid aereo ha colpito un appartamento.
Fonti di Hamas nella Striscia hanno confermato al quotidiano Asharq Al-Awsat la morte di Odeh. Secondo le stesse fonti, nell’attacco sono rimasti uccisi anche la moglie e i figli del comandante. L’agenzia palestinese Wafa ha riportato che tre palestinesi, tra cui una donna, sono stati uccisi e molti altri feriti nell’edificio residenziale preso di mira dall’Idf.
La figura di Mohammed Odeh era considerata strategicamente cruciale per la sopravvivenza operativa di Hamas. Odeh era al vertice dell’ala militare dell’organizzazione da soli undici giorni: era stato nominato in sostituzione di Izz al-Din al-Haddad, a sua volta eliminato dall’Idf pochi giorni prima. Si tratta del quindicesimo alto ufficiale delle Brigate al-Qassam ucciso dall’inizio del conflitto. L’unico alto funzionario di Hamas-Gaza sopravvissuto al massacro del 7 ottobre rimane Imad Akel, capo del quartier generale della protezione civile dell’organizzazione.
Odeh aveva svolto un ruolo centrale nell’intelligence di Hamas durante la pianificazione e l’esecuzione dell’attacco del 7 ottobre 2023. Era considerato uno degli architetti della rete clandestina di tunnel e uno degli ultimi dirigenti ancora in possesso di una conoscenza completa della struttura militare e delle reti sotterranee del movimento. In un precedente attacco nel 2025, Israele aveva già tentato di eliminarlo, uccidendo invece suo figlio Amr.
Katz, nell’annuncio dell’operazione, ha ribadito anche l’intenzione israeliana di procedere con il cosiddetto “piano di emigrazione volontaria” da Gaza: “Anche il piano di emigrazione volontaria da Gaza sarà attuato, tutto nei tempi e nei modi appropriati”, ha scritto, confermando una linea politica che continua a suscitare polemiche internazionali.
Hezbollah e Libano: scontri a nord del Litani, bombardamenti su Nabatieh
Il fronte libanese non conosce tregua. Hezbollah ha dichiarato in un comunicato che i suoi miliziani si sono scontrati a distanza ravvicinata con le forze israeliane nella città di Zawtar al-Sharqiyah, situata a nord del fiume Litani, al margine della cosiddetta “linea gialla” imposta da Israele nel sud del Libano, dove l’Idf sta conducendo operazioni terrestri intensive.
Nel nord di Israele, diversi droni esplosivi di Hezbollah si sono schiantati nella località di Shlomi. L’esercito israeliano ha riferito che non ci sarebbero feriti. Parallelamente, l’Idf ha emesso un ordine di evacuazione per i residenti di Nabatieh, nel sud del Libano, invitandoli a spostarsi a nord del fiume Zahrani. Il portavoce dell’esercito in lingua araba Avichay Adraee ha motivato la misura con “la violazione del cessate il fuoco da parte di Hezbollah”.
Subito dopo l’ordine di evacuazione, i bombardamenti israeliani hanno interessato la periferia di Nabatieh. Le forze israeliane hanno colpito con artiglieria l’area intorno all’ospedale Nabih Berri, mentre un drone ha preso di mira le vicinanze dell’ospedale Ghandour. Attacchi aerei hanno inoltre colpito diverse abitazioni nel distretto di Bint Jbeil. Il tutto mentre l’Idf ha dichiarato di stare “intensificando le operazioni in Libano”, con ingenti forze sul terreno impegnate a prendere il controllo di aree per “consolidare la fascia di sicurezza” nel nord di Israele.
Iran accusa: “Usa e Israele pianificano il rovesciamento della Repubblica Islamica”
In questo contesto diplomatico complesso, il ministero dell’Intelligence iraniano ha diffuso una dichiarazione ufficiale in cui accusa Stati Uniti e Israele di continuare a pianificare il rovesciamento della Repubblica Islamica attraverso quella che viene definita “guerra soft, guerra cognitiva e operazioni ibride”. Il documento, citato dall’agenzia Irna, afferma che “il nemico mira anche a disintegrare l’Iran, sfruttando i problemi economici e incitando disordini nel Paese”.
La nota ministeriale descrive una gerarchia del fronte avversario in cui Israele “domina gli Stati Uniti”, affiancato dalla Gran Bretagna, seguita dagli europei e “finanziata dai Paesi schiavi del Golfo Persico meridionale”. Un linguaggio che rivela quanto le trattative per la pace convivano con una propaganda interna di segno opposto, confermando la complessità di un processo negoziale in cui le pressioni interne a Teheran giocano un ruolo non secondario.
Il contesto geopolitico: chi vuole davvero la pace
A spingere con più forza per una soluzione diplomatica sarebbero gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e l’Arabiaa Saudita, che hanno fatto pressione direttamente su Donald Trump affinché non riprenda la guerra con l’Iran. Secondo Bloomberg, i leader dei tre Paesi hanno comunicato al presidente americano — in telefonate separate — che un’azione militare non riuscirebbe a centrare gli obiettivi di Washington. La posizione dei Paesi del Golfo riflette una preoccupazione concreta: qualsiasi escalation militare nello Stretto di Hormuz avrebbe effetti devastanti sulle loro economie, profondamente dipendenti dalle esportazioni petrolifere e dagli scambi commerciali marittimi.
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha espresso preoccupazione in una telefonata con Trump riguardo alla clausola sull’accordo tra Israele e Hezbollah in Libano inclusa nella bozza. Israele teme che una pace separata tra Usa e Iran privi lo Stato ebraico della copertura militare americana proprio nel momento in cui continua a combattere su più fronti, da Gaza al Libano.
La sequenza degli eventi di oggi — la diffusione della bozza del memorandum da parte della tv iraniana, l’eliminazione del capo militare di Hamas e i nuovi scontri in Libano — fotografa con precisione la fase attuale: un conflitto a molte velocità, in cui la diplomazia e le operazioni militari procedono in parallelo, spesso in contraddizione, in un teatro regionale dove ogni mossa rischia di scompaginare un equilibrio già fragilissimo.

