Secondo Banca d’Italia e Istat, la legge di bilancio non riduce le disuguaglianze: i vantaggi del taglio Irpef si concentrano sulle fasce di reddito più alte.
La nuova manovra economica 2026, pur presentandosi come intervento a favore delle famiglie, mostra effetti molto limitati sulla reale distribuzione dei redditi in Italia.
Le analisi di Banca d’Italia e Istat evidenziano che la riduzione dell’Irpef e le misure di sostegno non comportano variazioni significative della disuguaglianza. Anzi, la maggior parte dei benefici fiscali si concentra sui nuclei con redditi medio-alti, lasciando pressoché invariata la situazione delle famiglie con minori disponibilità economiche.
La posizione della Banca d’Italia
Durante l’audizione alle commissioni Bilancio, il vice capo del Dipartimento Economia e Statistica di Bankitalia, Fabrizio Balassone, ha sottolineato che le misure della manovra “non comportano variazioni significative nella disuguaglianza della distribuzione del reddito disponibile tra le famiglie”.
Secondo l’istituto centrale:
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La riduzione dell’aliquota Irpef per il secondo scaglione favorisce soprattutto i nuclei appartenenti ai due quinti più alti della distribuzione dei redditi.
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Gli interventi in materia di assistenza sociale, destinati ai redditi più bassi, hanno un impatto definito “modesto”.
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Le misure complessive non incidono in modo strutturale sulla redistribuzione: il vantaggio economico netto per i redditi bassi rimane marginale, mentre le fasce più alte beneficiano maggiormente del taglio fiscale.
Il nodo evasione e rottamazione
Bankitalia ha anche richiamato l’attenzione sul rischio che la nuova rottamazione delle cartelle si riveli controproducente.
Balassone ha ricordato che in passato le definizioni agevolate non hanno aumentato il recupero effettivo di gettito, generando invece una perdita per l’erario stimata in 1,5 miliardi di euro nel 2026 e 0,5 miliardi in media nei due anni successivi.
L’evasione, ha ribadito, rappresenta un danno per la crescita e una fonte di iniquità, poiché penalizza imprese e cittadini che rispettano le regole.
In questo senso, la manovra non introduce elementi nuovi per rafforzare la compliance fiscale né per ridurre concretamente il sommerso.
I dati dell’Istat: l’85% delle risorse ai redditi più alti
Il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, ha presentato un quadro dettagliato dell’impatto redistributivo della manovra.
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Il taglio dell’Irpef interessa poco più di 14 milioni di contribuenti, per un beneficio medio di 230 euro annui.
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Le famiglie beneficiarie sono circa 11 milioni, pari al 44% del totale, con un beneficio medio di 276 euro per nucleo familiare.
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Ordinando le famiglie in cinque gruppi di uguale numerosità (i cosiddetti “quinti”), oltre l’85% delle risorse è destinato ai due quinti più ricchi della popolazione.
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Oltre il 90% delle famiglie del quinto più ricco e più dei due terzi di quelle del penultimo quinto traggono vantaggio dalla misura.
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Il guadagno medio varia dai 102 euro per le famiglie del primo quinto (quelle con redditi più bassi) ai 411 euro per quelle dell’ultimo quinto.
In tutti i casi, la variazione sul reddito familiare disponibile resta inferiore all’1%, un segnale della scarsa efficacia delle misure nel ridurre la disuguaglianza.
👥 Dati Generali
| Indicatore | Valore |
|---|---|
| Contribuenti interessati | 14 milioni |
| Famiglie beneficiarie | 11 milioni (44% del totale) |
| Beneficio medio per contribuente | 230 € annui |
| Beneficio medio per famiglia | 276 € annui |
📉 Distribuzione dei Benefici per Fasce di Reddito
| Quinto di Reddito | Beneficio Medio | % Famiglie Beneficiarie | Impatto |
|---|---|---|---|
| 1° Quinto (più poveri) | 102 € | Bassa | < 1% sul reddito |
| 2° Quinto | ~180 € | Media | < 1% sul reddito |
| 3° Quinto | ~250 € | Media-alta | < 1% sul reddito |
| 4° Quinto | ~330 € | > 67% | < 1% sul reddito |
| 5° Quinto (più ricchi) | 411 € | > 90% | < 1% sul reddito |
Oltre l'85% delle risorse va ai due quinti più ricchi
💶 Conclusioni degli Istituti
| Tema | Valutazione |
|---|---|
| Disuguaglianza | Nessuna variazione significativa |
| Redistribuzione | Scarsa efficacia, benefici concentrati su redditi medio-alti |
| Interventi sociali | Impatto modesto sui redditi bassi |
| Rottamazione cartelle | Perdita stimata: 1,5 mld € (2026), 0,5 mld € media anni successivi |
| Evasione fiscale | Nessuna misura strutturale per ridurla |
Le cause della scarsa efficacia redistributiva
1. Benefici fiscali concentrati sui redditi medio-alti
La manovra agisce su scaglioni di reddito che comprendono principalmente lavoratori dipendenti e autonomi con redditi medio-alti. In questo modo, la riduzione dell’aliquota produce un effetto più marcato proprio tra chi già dispone di un reddito superiore.
2. Effetti minimi per le fasce più deboli
Per i redditi bassi, l’alleggerimento fiscale è limitato a poche decine di euro al mese.
Ciò significa che la misura non contribuisce in modo significativo a migliorare la capacità di spesa delle famiglie più fragili, né a sostenere i consumi.
3. Interventi assistenziali non strutturali
Le misure sociali, pur presenti, non hanno un carattere permanente né un peso finanziario sufficiente a colmare il divario economico tra i diversi gruppi sociali.
La manovra appare quindi più orientata alla riduzione del carico fiscale generale che a una redistribuzione mirata.
4. Evasione e gettito fiscale
Le difficoltà croniche di riscossione e la persistenza dell’evasione impediscono allo Stato di ampliare la base fiscale.
Senza un miglioramento della compliance, il rischio è che i tagli alle imposte producano minori entrate senza generare un vero sostegno ai redditi bassi.
Impatti sulle famiglie
Famiglie a reddito basso
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Ricevono un beneficio medio di poco superiore ai 100 euro annui, cifra insufficiente a incidere sulla qualità della vita o sulla capacità di risparmio.
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Restano più esposte agli effetti dell’inflazione e ai costi crescenti di beni essenziali e abitazioni.
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Non beneficiano in modo significativo dei tagli fiscali, che si concentrano altrove.
Famiglie a reddito medio e alto
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Ottengono vantaggi più consistenti (oltre 400 euro in media per i redditi più alti), pur restando variazioni modeste in rapporto al reddito complessivo.
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Tuttavia, la concentrazione delle risorse su questi segmenti rafforza una distribuzione asimmetrica dei benefici, che non contribuisce alla coesione sociale.
La prospettiva macroeconomica
La Banca d’Italia ha evidenziato come la manovra possa avere effetti positivi sul breve periodo in termini di consumo e fiducia, ma non rappresenta una leva strutturale per ridurre le disuguaglianze.
Il divario di reddito in Italia, tra Nord e Sud, tra lavoratori stabili e precari, tra occupati e inattivi, resta elevato.
Per incidere davvero sulla disuguaglianza servono:
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politiche salariali che sostengano la contrattazione collettiva e la crescita dei salari reali;
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incentivi all’occupazione stabile, in particolare per giovani e donne;
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una riforma fiscale più progressiva, capace di ridistribuire in modo più equilibrato le risorse;
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misure strutturali contro l’evasione, che liberino risorse per politiche sociali durature.
Conclusione
La manovra 2026 segna un passo prudente sul fronte fiscale, ma non incide in modo sostanziale sulla disuguaglianza dei redditi.
Le analisi di Banca d’Italia e Istat convergono: i benefici si concentrano sulle fasce più ricche, mentre gli effetti per i redditi bassi sono minimi.
In assenza di riforme strutturali sul lavoro, sulla produttività e sulla progressività fiscale, la distanza economica tra le famiglie italiane rischia di restare pressoché invariata, alimentando una percezione di squilibrio e ingiustizia sociale.
