Nell’intervista al Corriere, la giornalista critica la premier per la mancanza di confronto con i media italiani e la strumentalizzazione politica del caso Kirk
In un’intervista al Corriere della Sera, Lilli Gruber denuncia il rapporto opaco tra Giorgia Meloni e la stampa italiana, evidenziando una strategia che elude il confronto giornalistico e privilegia la propaganda. Al centro delle critiche anche l’uso politico del caso Charlie Kirk per attaccare l’opposizione.
“Io faccio la giornalista, non la politica”: la posizione di Gruber
Lilli Gruber, volto storico dell’informazione televisiva, ha rilasciato un’intervista in cui analizza con toni severi l’attuale panorama politico-mediatico italiano, ponendo l’accento sul ruolo della premier Giorgia Meloni.
Nel corso dell’intervista, Gruber sottolinea l’importanza del giornalismo critico come elemento fondante della democrazia, tracciando una netta linea di demarcazione tra il mestiere del giornalista e quello del politico:
«Io faccio la giornalista, non la politica. E il giornalismo è critico con tutti, o non è».
Una dichiarazione che introduce un atto d’accusa verso l’attuale classe dirigente, colpevole – secondo la giornalista – di cercare l’immunità dal controllo dei media attraverso un uso sistematico della comunicazione unidirezionale.
Il fuorionda con Trump: “Non voglio mai parlare con la stampa italiana”
A rafforzare le osservazioni di Gruber è un episodio recente: durante un incontro a Washington con Donald Trump, Meloni è stata filmata mentre affermava, a microfoni apparentemente spenti:
«Io non voglio mai parlare con la stampa italiana».
La frase, pronunciata con tono confidenziale, è stata letta da molti come una conferma del disinteresse – se non dell’ostilità – della premier verso i media italiani. In quello stesso contesto, Meloni ha sconsigliato all’ex presidente USA di accettare domande dai giornalisti, affermando che “siamo troppi e andremmo troppo lunghi”.
Un atteggiamento che non è passato inosservato e che si inserisce in una prassi ormai consolidata: evitare conferenze stampa con domande libere, preferire comunicazioni registrate, rilasciare interviste selezionate a testate amiche.
“Meloni venga a Otto e mezzo. Ma non ha il coraggio”
Nell’intervista al Corriere, Gruber rilancia un invito – già fatto in passato – alla presidente del Consiglio:
«Meloni venga a Otto e mezzo».
Ma aggiunge subito una constatazione amara:
«La destra insegue Trump. Ma non ha il coraggio del confronto».
Secondo la giornalista, l’attuale governo sta adottando un modello comunicativo che privilegia la spettacolarizzazione e la polarizzazione, ispirandosi esplicitamente all’approccio populista americano. Questo stile – osserva Gruber – punta a delegittimare il giornalismo indipendente, rappresentandolo come ostile o ideologico.
Il caso Charlie Kirk: strumentalizzazione politica e retorica vittimista
Un altro episodio emblematico, secondo Gruber, è la reazione di Meloni all’uccisione dell’attivista conservatore Charlie Kirk negli Stati Uniti.
La premier ha accusato la sinistra italiana di avere un atteggiamento “disumano” nei confronti della tragedia, sostenendo che:
«Noi accusati di odio da chi festeggia l’omicidio di Kirk. Clima insostenibile. La sinistra non minimizzi».
Meloni ha anche citato le parole del matematico Piergiorgio Odifreddi, che avrebbe espresso un giudizio differenziato tra l’omicidio di Martin Luther King e quello di un attivista MAGA, come esempio di doppio standard morale.
Tuttavia, molti analisti e giornalisti hanno sottolineato come questa narrazione sia stata costruita per fini politici, forzando i fatti per alimentare un clima di polarizzazione e per trasformare ogni critica al governo in un attacco ideologico.
Giornalismo e propaganda: un confine sempre più labile
Gruber mette in guardia contro un fenomeno in crescita: l’uso distorto della comunicazione istituzionale, che da strumento di trasparenza diventa veicolo di propaganda.
Nel corso dell’intervista, la conduttrice di Otto e mezzo denuncia la progressiva sostituzione del confronto pubblico con forme di comunicazione chiuse, verticali e non verificabili, che escludono il giornalismo d’inchiesta e favoriscono la costruzione di una realtà “filtrata” e favorevole al potere.
Questa dinamica, afferma, non riguarda solo il governo, ma investe l’intero sistema informativo, in un momento storico segnato da disinformazione, frammentazione e sfiducia generalizzata.
“Con l’intelligenza artificiale, servono più giornalisti, non meno”
Gruber esprime preoccupazione anche per le nuove tecnologie:
«L’intelligenza artificiale, se lasciata senza regole, rischia di amplificare le fake news, di sostituire la competenza con l’illusione di un sapere immediato e di ridurre la qualità del dibattito pubblico».
La giornalista sottolinea come la sfida tecnologica richieda maggiore professionalità, non la sua eliminazione:
«Con l’intelligenza artificiale serviranno più giornalisti bravi e scrupolosi, non meno».
Un passaggio che ribadisce l’importanza di un’informazione basata su verifica, approfondimento e responsabilità, proprio mentre i canali ufficiali si fanno sempre più autoreferenziali.
Conclusione
L’intervista di Lilli Gruber è un atto d’accusa esplicito contro una politica che si sottrae al confronto pubblico e utilizza la comunicazione come strumento di controllo narrativo. Le sue parole tracciano un quadro preoccupante: un governo che evita le domande, che alimenta la polarizzazione e che preferisce la propaganda alla trasparenza.
Un allarme che riguarda tutti: perché senza un’informazione libera, critica e competente, la democrazia perde uno dei suoi strumenti fondamentali di equilibrio e vigilanza.
