Leonardo, i lavoratori di Taranto chiedono lo stop alle forniture militari a Israele

La petizione “Non in mio nome, non col mio lavoro” supera le 15mila firme. La Fiom-Cgil di Taranto sostiene l’iniziativa: “Puntare sul civile e sul Mezzogiorno”

I lavoratori pugliesi di Leonardo S.p.A. lanciano un appello nazionale per la sospensione immediata delle forniture militari destinate a Israele. Con la petizione “Non in mio nome, non col mio lavoro”, promossa dai dipendenti degli stabilimenti di Taranto e Grottaglie, cresce la mobilitazione per una riconversione civile dell’industria e per il rispetto dei diritti umani. L’iniziativa ha già raccolto oltre 15mila firme su Change.org ed è sostenuta ufficialmente dalla Fiom-Cgil.


“Non in mio nome, non col mio lavoro”: l’appello dei lavoratori

La petizione, lanciata da un gruppo di lavoratrici e lavoratori di Leonardo, chiede all’azienda e al governo italiano di interrompere ogni fornitura bellica e collaborazione con Israele, comprese le forniture di componenti “dual use” (a doppio uso civile e militare).
Il documento chiede inoltre la sospensione di tutti gli accordi commerciali e di investimento con istituzioni, università e imprese israeliane “direttamente o indirettamente coinvolte nelle operazioni militari contro la popolazione palestinese”.

Nell’appello si legge: «Non vogliamo essere complici di violazioni dei diritti umani e crimini internazionali. Non accettiamo che il nostro lavoro contribuisca, anche indirettamente, a sostenere la guerra».
Un messaggio chiaro, che collega la dimensione etica del lavoro con la responsabilità sociale delle imprese nel settore della difesa.


La posizione della Fiom-Cgil: “Serve un piano industriale civile”

A sostenere pubblicamente la petizione è la Fiom-Cgil di Taranto, guidata da Francesco Brigati, che rilancia da tempo la necessità di investire nel settore civile dell’aeronautica e ridurre la dipendenza di Leonardo dal comparto militare.
Il sindacato, in linea con quanto espresso anche a livello nazionale, sottolinea che “i primi a pagare il prezzo di un’economia di guerra sono i lavoratori”, stretti tra inflazione, riduzione del potere d’acquisto e incertezza produttiva.

Brigati afferma che è “fondamentale dare prospettive all’asset civile di Leonardo, localizzato nel Mezzogiorno, rafforzando le collaborazioni con le università e i centri di ricerca”.
La Fiom chiede inoltre che la Business Unit Aerostrutture resti nel perimetro della “One Company” e non venga ceduta a fondi finanziari o partner privati, per evitare una progressiva perdita di controllo e occupazione sul territorio.


Un segnale dal Mezzogiorno industriale

L’iniziativa dei lavoratori di Taranto e Grottaglie rappresenta una voce forte dal Sud Italia, dove gli stabilimenti Leonardo occupano centinaia di addetti.
La Puglia, in particolare, è un polo aeronautico strategico del gruppo, con produzioni che spaziano dalle componenti per velivoli civili (come la sezione di fusoliera del Boeing 787) a quelle militari.

La scelta dei lavoratori di esporsi pubblicamente in una vertenza che intreccia etica, economia e politica industriale assume così un valore simbolico.
Molti vedono in questa petizione non solo una richiesta di pace, ma anche una proposta di politica industriale alternativa, capace di creare lavoro sostenibile e innovazione civile nel Mezzogiorno.


Le reazioni e la posizione dell’azienda

Fonti aziendali ricordano che Leonardo opera nel pieno rispetto della legge italiana 185/1990, che vieta la vendita di armamenti a paesi coinvolti in conflitti o accusati di gravi violazioni dei diritti umani.
La società ha dichiarato che non ha in corso nuove autorizzazioni per esportazioni militari verso Israele, e che eventuali commesse risalenti ad anni precedenti sono oggetto di verifica da parte delle autorità competenti.

Tuttavia, le proteste e la petizione riflettono un crescente disagio sociale verso il ruolo dell’industria bellica italiana nel contesto internazionale.
Negli ultimi mesi si sono registrate manifestazioni di studenti, attivisti e sindacati davanti a sedi Leonardo in varie città, da Torino a Roma, chiedendo trasparenza e riconversione civile della produzione.


Tra etica e futuro industriale

La petizione “Non in mio nome, non col mio lavoro” pone al centro un tema che va oltre la singola vertenza: può l’industria italiana della difesa riconvertire parte della sua produzione in direzione civile senza compromettere l’occupazione?

I firmatari ritengono che ciò sia possibile e necessario. Le competenze tecnologiche e professionali maturate in Leonardo potrebbero essere impiegate in settori come:

  • aeronautica civile e sostenibile,

  • tecnologie per la sicurezza civile,

  • ricerca ambientale e spaziale,

  • innovazione energetica e infrastrutturale.

Un percorso di riconversione, spiegano, non significherebbe smantellare ma rilanciare Leonardo come azienda integrata nel tessuto produttivo europeo e al servizio della pace.


Una spinta dal basso

I lavoratori sottolineano che “la partecipazione attiva, il coinvolgimento e il contributo concreto di tutte le lavoratrici e i lavoratori sono fondamentali per il futuro dello stabilimento e dell’azienda”.
Il messaggio è quello di una nuova consapevolezza collettiva: il lavoro, per essere dignitoso, non può essere separato dai valori di solidarietà e giustizia internazionale.

La petizione, che in pochi giorni ha superato le 15mila adesioni, continua a raccogliere firme in tutta Italia e ha già ottenuto l’attenzione di diversi sindacati e associazioni pacifiste.


Conclusione

L’iniziativa dei lavoratori di Leonardo in Puglia segna un punto di svolta nel dibattito nazionale sull’industria della difesa.
Da Taranto e Grottaglie arriva un messaggio che unisce coscienza civile, diritti umani e visione industriale, chiedendo che il lavoro italiano non sia complice di guerra ma motore di innovazione e pace.

Resta ora da capire se l’azienda e le istituzioni sapranno ascoltare questa richiesta di cambiamento che, partita da una fabbrica del Sud, sta facendo il giro del Paese.