Il sondaggio Swg del 8 giugno consegna un Carroccio ai minimi storici al 5,6%, mentre Futuro Nazionale di Roberto Vannacci si attesta al 4,8%. Domani il Consiglio federale proverà a invertire la rotta con la nomina di Luca Zaia a vicesegretario
La Lega non ha mai vissuto una crisi identitaria così profonda nell’era Salvini. I numeri parlano chiaro: il Carroccio è scivolato al 5,6% nell’ultimo sondaggio Swg per il Tg La7, diffuso l’8 giugno, mentre il partito fondato da Roberto Vannacci — Futuro Nazionale — è arrivato al 4,8%, a meno di un punto di distanza. Non è più un’erosione silenziosa: è una corsa al sorpasso che si svolge sotto gli occhi di tutti, e che Matteo Salvini tenta di fermare convocando per il 10 giugno un Consiglio federale destinato a ridisegnare i vertici del partito.
I sondaggi: una crisi strutturale, non congiunturale
La fotografia scattata da Swg per il Tg La7 l’8 giugno 2026 è impietosa per la Lega. Il partito di Salvini cede lo 0,2% rispetto alla rilevazione precedente e si ferma al 5,6%, il risultato più basso registrato in questa fase della legislatura. Dall’altra parte della barricata — quella interna al centrodestra — Futuro Nazionale di Vannacci guadagna lo 0,2% e raggiunge il 4,8%. La distanza si è ridotta a meno di un punto percentuale.
Ma il sondaggio di ieri sera non è un caso isolato. È la conferma di una tendenza consolidata da settimane. La Supermedia Youtrend-Agi del 4 giugno già collocava la Lega al 5,9% (con un calo di 0,4 punti) e Futuro Nazionale in ascesa al 4,4%, in crescita di 0,7 punti. Un rilevamento Ipsos, citato da fonti attendibili, dava addirittura i due partiti ancora più vicini, con Futuro Nazionale al 4,8% e il Carroccio appena sopra. La direzione di marcia è inequivocabile: Vannacci cannibalizza la Lega, sottraendole consensi in quella platea di elettori delusi, sovranisti intransigenti e militanti ex leghisti che non si riconoscono più nel partito di Via Bellerio.
Va sottolineato che nel medesimo sondaggio Swg dell’8 giugno, Fratelli d’Italia cresce dello 0,1% e si attesta al 28,3%, confermandosi nettamente il primo partito della coalizione e del paese. Il Partito Democratico di Elly Schlein cede invece lo 0,3% e scende al 22%, mentre il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte guadagna lo 0,1% e sale al 13,1%. Forza Italia, anch’essa in calo dello 0,2%, si attesta al 7%, seguita da Verdi e Sinistra al 6,5%.
| Partito | % (8 giugno) | Variazione |
|---|---|---|
| Fratelli d’Italia | 28,3% | +0,1% |
| Partito Democratico | 22,0% | -0,3% |
| Movimento 5 Stelle | 13,1% | +0,1% |
| Forza Italia | 7,0% | -0,2% |
| Verdi e Sinistra | 6,5% | -0,2% |
| Lega | 5,6% | -0,2% |
| Futuro Nazionale (Vannacci) | 4,8% | +0,2% |
| Azione | 3,6% | — |
| Italia Viva | 2,4% | — |
| +Europa | 1,5% | — |
| Noi Moderati | 1,2% | — |
Chi è Futuro Nazionale e perché fa paura alla Lega
Roberto Vannacci ha fondato Futuro Nazionale il 6 febbraio 2026, dopo aver lasciato la Lega il 3 febbraio, ponendo fine a mesi di tensioni interne sempre più laceranti. L’ex generale dei paracadutisti, già eurodeputato con il Carroccio, ha costruito in pochi mesi una struttura politica che ha sorpreso molti osservatori per la velocità della crescita. Il partito conta già centinaia di comitati locali sparsi in tutta Italia, oltre 94mila iscritti (dato rivendicato dallo stesso Vannacci), e ha attirato nelle proprie fila deputati, consiglieri regionali e amministratori comunali provenienti tanto dalla Lega quanto da Fratelli d’Italia e Forza Italia.
Il profilo ideologico di Futuro Nazionale è riconducibile a un mix di nazionalismo italiano, populismo di destra, sovranismo e posizioni nette su immigrazione, sicurezza, identità nazionale e struttura familiare. Vannacci ha tracciato linee rosse definite: nessuna ambiguità sulla gestione dei flussi migratori, posizionamento contrario all’assistenzialismo verso l’Ucraina, insistenza sulla preferenza elettorale come strumento di democrazia diretta. Un programma semplice, diretto, capace di attrarre chi ritiene che la Lega si sia “ammorbidita” nel governo Meloni.
Il partito conta oggi otto deputati alla Camera — tra cui Furgiuele e Bof provenienti dalla Lega, e Pierro e Bergamini da Forza Italia — e un europarlamentare. Vannacci ha annunciato l’intenzione di raddoppiare ulteriormente la pattuglia parlamentare, sfruttando il meccanismo dei passaggi di gruppo. Il convegno costituente è fissato per il 13 e 14 giugno: un segnale che il partito intende dotarsi di strutture organizzative permanenti in vista delle elezioni politiche del 2027.
L’analisi dei flussi di consenso è eloquente: Futuro Nazionale non pesca soltanto dagli ex elettori leghisti. Una quota del suo crescente bacino viene da ex astenuti e da elettori di FdI che si sentono più a proprio agio con una forza politicamente più “pura” e meno vincolata alle responsabilità di governo. Questo rende la sfida ancora più complessa per il centrodestra nel suo complesso, ma è la Lega a subire il danno maggiore.
Il Consiglio federale del 10 giugno: la carta Zaia
Di fronte a questa crisi, Matteo Salvini ha deciso di muovere le sue pedine più preziose. Il Consiglio federale convocato per il 10 giugno nella sala Bruno Salvadori di Montecitorio è ufficialmente dedicato all’approvazione del rendiconto 2025 e alle “comunicazioni del segretario federale”. Ma è proprio quell’ultimo punto che concentra tutta l’attenzione degli osservatori interni ed esterni al partito.
Il piano che circola negli ambienti leghisti è chiaro: Luca Zaia, il “Doge”, sarà nominato vicesegretario con una delega specifica per il Nord. Una mossa che servirebbe a fare tre cose contemporaneamente: ricucire con l’ala nordista del partito, spendere il capitale di popolarità dell’ex governatore del Veneto — il cui podcast “Il Fienile” supera 90 milioni di visualizzazioni mensili — e mandare un segnale di discontinuità operativa senza intaccare la leadership formale di Salvini.
L’attuale squadra dei vice è composta dal senatore Claudio Durigon, dall’eurodeputata Silvia Sardone e dal presidente della Regione Veneto Alberto Stefani. Con l’eventuale ingresso di Zaia, Stefani dovrebbe cedere il passo — lo statuto vieta la presenza contemporanea di due figure apicali provenienti dalla stessa regione. Per Durigon si prospetterebbe invece una ricollocazione strategica come coordinatore per il Sud, replicando specularmente il ruolo che Zaia avrebbe al Nord.
Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di un coinvolgimento di Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia e della Conferenza Stato-Regioni, e di Attilio Fontana, governatore della Lombardia. Il modello auspicato da alcune correnti interne sarebbe quello della Cdu-Csu bavarese: una holding chiamata Lega con due anime operative distinte — una per il Nord in stile partito autonomista, una per il Centro-Sud affidata alla gestione di Durigon. Una proposta ambiziosa, ma che richiederebbe una modifica dello statuto e quindi la convocazione di un congresso: tempi lunghi che mal si conciliano con l’urgenza politica.
Zaia, secondo le ricostruzioni circolate nei giorni scorsi, avrebbe posto condizioni precise per il suo nuovo ruolo: mani libere nella gestione finanziaria, contenutistica e politica, incluso il peso nella definizione delle candidature alle prossime politiche. Il presidente del Consiglio regionale veneto Alberto Stefani ha già espresso sostegno pubblico all’operazione: «Il modello bavarese è stato più volte stimolato in Veneto e il nostro statuto già ammette una struttura autonoma. Quello che è doveroso affermare è che è importante che Luca Zaia abbia un ruolo importante».
La pressione interna: tra riformismo e rischio congresso
Il rischio per Salvini non è solo quello elettorale. È anche quello di una ribellione interna dei governatori. Secondo alcune indiscrezioni raccolte da fonti interne al partito, Zaia, Fedriga e Fontana starebbero valutando la possibilità di richiedere un congresso straordinario, adducendo come motivazione il crollo nei sondaggi e il dibattito sulla linea politica del Carroccio. Un congresso straordinario sarebbe potenzialmente letale per la segreteria Salvini: i tre presidenti di regione godono di un consenso popolare misurato nelle urne, con percentuali che il leader nazionale fatica a eguagliare.
Per scongiurare questo scenario, Salvini ha scelto la via dell’inclusione: coinvolgere i governatori nel nuovo assetto di vertice, dare loro un ruolo visibile e riconoscibile, e poi blindare il tutto con il ritiro di partito fissato a Treviso il 4 e 5 luglio. Un’adunata che riunirà deputati, senatori, ministri e presidenti di regione — tutti convocati — per ridefinire la strategia in vista del 2027.
Va ricordato che il declino della Lega non è un fenomeno recente. Alle elezioni politiche del 2022 il Carroccio aveva ottenuto l’8,9%, già in forte calo rispetto al 34,3% del 2019 (europee) e al 17,4% delle politiche del 2018. La traiettoria discendente è strutturale, aggravata dalla doppia pressione di FdI che assorbe l’elettorato nazionalista da destra e di Futuro Nazionale che attira i delusi della linea governativa. Il rischio concreto, alle elezioni politiche del 2027, è quello di scendere sotto la soglia psicologica del 5%, il che avrebbe ricadute pesanti anche sulla rappresentanza parlamentare a seconda della legge elettorale in vigore.
È davvero finita l’epoca Salvini?
La domanda è legittima, ma la risposta è più sfumata di quanto i sondaggi suggeriscano. Matteo Salvini resta vicepremier, ministro delle Infrastrutture e leader formale di un partito che alle ultime elezioni regionali — dove contano i nomi dei governatori, non il brand nazionale — ha ancora dimostrato un radicamento territoriale significativo. Zaia in Veneto, Fedriga in Friuli-Venezia Giulia, Fontana in Lombardia: i presidenti leghisti governano alcune tra le regioni più ricche e produttive d’Italia.
Il problema è che questo consenso territoriale non si trasferisce automaticamente al livello nazionale, e che Salvini non riesce a capitalizzarlo. La leadership nazionale del vicepremier è sempre più percepita come un freno piuttosto che come una risorsa. L’associazione con l’agenda trumpiana e le posizioni di Breitbart, gradita a una parte dell’elettorato, fa invece storcere il naso ai moderati del Nord che guardano ai governatori come a interlocutori più affidabili per le questioni concrete: infrastrutture, autonomia, rapporti con Bruxelles.
La mossa del Consiglio federale del 10 giugno è quindi leggibile come un tentativo di sopravvivenza controllata: Salvini mantiene la segreteria, ma distribuisce potere ai baroni del Nord per comprare tempo. Se questa operazione riuscirà a fermare l’emorragia di consensi verso Vannacci è tutt’altro che scontato. Il generale ex paracadutista non smette di crescere, e la sua assemblea costituente del 13-14 giugno è programmata per dare al suo partito una struttura stabile, destinata non a raccogliere voti di protesta ma a costruire un’alternativa permanente alla Lega nell’area della destra identitaria.
Il rischio concreto, per Salvini, è quello di ritrovarsi nel 2027 alla guida di un partito ridimensionato a forza regionale, con i governatori che pesano più del segretario e Vannacci che ha già conquistato lo spazio elettorale che fu il nucleo originario del leghismo padano. Un paradosso della storia: la Lega di Bossi nacque contro Roma ladrona; quella di Salvini rischia di essere salvata dalle grandi capitali regionali del Nord.
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