Lavoro, il record dell’occupazione è trainato dagli over 50

L’aumento del tasso di occupazione registrato dall’Istat nasconde un mercato del lavoro che invecchia e penalizza i giovani: crescono gli occupati anziani, calano i 25-34enni

Dietro il nuovo record dell’occupazione si nasconde una realtà più complessa di quanto le cifre lascino intendere. I dati Istat di ottobre 2025 mostrano un tasso di occupazione salito al 62,7%, il livello più alto da vent’anni, con 24 milioni e 208 mila lavoratori attivi. Ma a trainare la crescita non sono nuovi posti di lavoro: sono soprattutto gli over 50 che restano o rientrano nel mercato del lavoro, spinti da pensioni più tardive e necessità economiche.


Un “record” che nasconde uno squilibrio generazionale

Secondo il rapporto mensile dell’Istat, gli occupati aumentano di 75mila unità rispetto a settembre, ma la crescita riguarda quasi esclusivamente la fascia over 50, che segna un +0,7% su base mensile e addirittura +4,9% rispetto all’anno precedente.
Al contrario, tra i 25-34enni si registra un calo del -0,7% mensile e del -1,2% annuo, mentre tra i giovani 15-24 anni l’occupazione scende del -9,5% su base annua, con un tasso che resta fermo al 17,5%.

In sostanza, mentre cresce il numero di persone che restano più a lungo al lavoro, il numero di nuovi ingressi nel mercato occupazionale diminuisce. La stessa Istat rileva che “l’aumento dell’occupazione riguarda gli uomini, le donne e chi ha almeno 50 anni, a fronte della diminuzione nelle altre classi d’età”.


Perché aumentano gli occupati anziani

Dietro l’espansione della fascia over 50 c’è una combinazione di fattori demografici e normativi.

  • L’allungamento dell’età pensionabile ha spinto molti lavoratori a restare in attività più a lungo.

  • L’aumento del costo della vita e l’erosione del potere d’acquisto hanno reso necessario integrare le pensioni future o sostenere figli ancora dipendenti.

  • La struttura demografica italiana, con una popolazione in forte invecchiamento, fa sì che il peso relativo degli over 50 sul totale degli occupati sia sempre maggiore.

Nel 2025, gli occupati con almeno 50 anni superano i 10,2 milioni, quasi la metà del totale, in crescita di 483mila unità in un anno. È un balzo che da solo spiega interamente la variazione positiva complessiva dell’occupazione.


Giovani: meno lavoro, più inattività

La situazione opposta riguarda i giovani under 35, che faticano a trovare spazio nel mercato del lavoro.
Il tasso di disoccupazione giovanile scende al 19,8%, ma questo calo – avverte l’Istat – va letto insieme alla crescita del tasso di inattività, salita al 78,1% tra i 15-24enni e al 25,6% tra i 25-34enni.

In altre parole, diminuiscono sì i disoccupati, ma perché aumenta chi smette di cercare lavoro. Una parte crescente di giovani, scoraggiata, non figura più né tra gli occupati né tra chi cerca un impiego.
Il calo dei contratti a termine, che in un anno segnano -7%, aggrava il quadro per le generazioni più giovani, tradizionalmente più coinvolte in forme di occupazione precaria.


I numeri nel dettaglio

  • Tasso di occupazione (15-64 anni): 62,7% (+0,1 punti su settembre, +0,4 su ottobre 2024)

  • Tasso di disoccupazione: 6,0% (-0,2 punti)

  • Tasso di inattività: 33,2% (stabile)

  • Disoccupazione giovanile (15-24 anni): 19,8% (-1,9 punti)

  • Occupati totali: 24,208 milioni

  • Over 50: +72mila occupati su base mensile

  • 25-34 anni: -30mila occupati su base mensile


L’effetto statistico: più occupati, ma non più lavoro nuovo

L’Istat stessa riconosce che la crescita dell’occupazione va interpretata “al netto della componente demografica”. Ciò significa che l’aumento non deriva da nuovi posti di lavoro, ma dal diverso peso delle fasce di età nella popolazione attiva.
Nel prospetto 6 del rapporto, infatti, l’Istat calcola che al netto dei fattori demografici, la variazione effettiva dell’occupazione sarebbe quasi nulla tra i 15-64enni (+0,8% contro lo 0,4% apparente).
L’espansione, quindi, è più un riflesso dell’invecchiamento della forza lavoro che di una reale espansione del numero di impieghi.


Un Paese che invecchia anche nel lavoro

L’Italia, già tra i Paesi più anziani d’Europa, sta trasferendo la propria struttura demografica anche nel mercato del lavoro.
Mentre cresce la partecipazione degli over 50, le classi più giovani si riducono numericamente e faticano a inserirsi in maniera stabile.
Il risultato è un mercato polarizzato, dove l’età media degli occupati continua a salire e le opportunità per i neolaureati o i giovani diplomati restano scarse.

Le politiche di incentivo all’occupazione giovanile, finora frammentate, non sembrano sufficienti a invertire la tendenza, mentre la produttività resta ferma e la transizione tecnologica rischia di accentuare le disuguaglianze generazionali.


Conclusione

Il nuovo record dell’occupazione, dunque, va interpretato con cautela.
Dietro l’aumento complessivo degli occupati si cela un ricambio generazionale mancato, con un sistema economico che trattiene i lavoratori più anziani ma non riesce a offrire prospettive concrete ai giovani.
Un paradosso che rende il “record” meno entusiasmante: più persone al lavoro, ma non più lavoro per tutti.