La Russia senza benzina: Putin ammette la crisi e valuta lo stop alle esportazioni di diesel

Per la prima volta il Cremlino riconosce code ai distributori e carenze di carburante in decine di regioni, mentre i droni ucraini continuano a devastare le raffinerie. Sul tavolo un blocco totale delle esportazioni di gasolio.

Vladimir Putin ha rotto il silenzio. Per la prima volta dall’inizio dell’intensificazione della campagna ucraina contro le infrastrutture energetiche russe, il presidente del Cremlino ha ammesso pubblicamente quello che i cittadini russi già sperimentano ogni giorno alle pompe di benzina: file interminabili, carburante introvabile, razionamenti imposti in oltre cinquanta regioni della Federazione. E mentre lo zar minimizza parlando di una carenza “non critica”, sul tavolo del governo si discute una misura straordinaria: il blocco totale delle esportazioni di diesel, che colpirebbe duramente i mercati internazionali e segnalerebbe una situazione interna molto più grave di quanto Mosca voglia ammettere.

L’ammissione storica di Putin

Il 28 giugno 2026, durante il 23esimo Congresso del partito Russia Unita e in una successiva riunione di emergenza con i vertici del governo e delle principali compagnie energetiche, Vladimir Putin ha compiuto un passo inedito: riconoscere pubblicamente che la Russia soffre di una carenza di carburante. “Ci sono file alle pompe di benzina e i tipi di carburante necessari non sono sempre disponibili”, ha dichiarato il presidente, aggiungendo però che la situazione non è “critica”.

Si tratta di un’ammissione di enorme portata politica. Il Cremlino ha storicamente cercato di nascondere qualsiasi segnale di difficoltà interna, soprattutto quelle direttamente riconducibili alla guerra in Ucraina. Il fatto che Putin abbia scelto di parlarne in un contesto così pubblico — davanti ai militanti del suo stesso partito — suggerisce che la situazione sia diventata impossibile da ignorare, sia per la visibilità del fenomeno sui social media russi, sia per le implicazioni economiche che si profilano all’orizzonte.

Nella riunione serale con il governo, alla quale hanno partecipato anche il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin e i vertici delle principali compagnie petrolifere, Putin ha tracciato un quadro tecnico della situazione: le riserve di benzina ammontano a circa 1,7 milioni di tonnellate, un livello sostanzialmente in linea con quello dell’anno precedente. Il presidente ha tuttavia riconosciuto la necessità di adottare “misure sistemiche” e ha annunciato la creazione di uno staff speciale per monitorare l’approvvigionamento. Si sta valutando anche l’introduzione di un divieto totale alle esportazioni di diesel, una mossa senza precedenti per un paese che è tra i principali esportatori mondiali di prodotti petroliferi.

I droni ucraini e il collasso delle raffinerie

La radice della crisi è militare. Dal gennaio 2026, l’Ucraina ha condotto una campagna sistematica e sempre più sofisticata contro le infrastrutture energetiche russe, raddoppiando il numero di raffinerie attaccate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Secondo i calcoli di Reuters, tra gennaio e maggio 2026 i droni ucraini hanno disabilitato circa 700.000 barili di capacità di raffinazione al giorno, distribuiti su sedici impianti, alcuni dei quali colpiti più volte.

I numeri sono devastanti. All’inizio di giugno 2026, le raffinerie ancora operative producevano circa 85.000 tonnellate di benzina al giorno, a fronte di un fabbisogno estivo di circa 110.000 tonnellate al giorno. Il deficit strutturale quotidiano supera quindi le 25.000 tonnellate, una lacuna che la Bielorussia — che esporta in Russia dalle 3.000 alle 5.000 tonnellate al giorno — è del tutto incapace di colmare.

Tra gli obiettivi più simbolicamente rilevanti colpiti da Kiev spicca la raffineria di Mosca nel distretto di Kapotnya, a soli quindici chilometri dal Cremlino. L’impianto, colpito almeno due volte nel mese di giugno, forniva oltre un terzo del fabbisogno di carburante della capitale e della regione circostante. Secondo fonti industriali, potrebbe restare inattivo per almeno sei mesi. Il 28 giugno stesso un nuovo attacco con droni ha provocato un incendio nella raffineria di Slavjansk-na-Kubani, nella regione meridionale di Krasnodar, a circa 120 chilometri dalla Crimea, causando almeno una vittima.

L’Ucraina ha progressivamente ampliato la tipologia degli obiettivi, colpendo non solo le raffinerie ma anche terminal petroliferi, stazioni di pompaggio e unità secondarie di lavorazione. Questi ultimi sono considerati particolarmente difficili da riparare a causa delle sanzioni occidentali, che limitano l’accesso alle componenti tecnologiche necessarie. Nel marzo 2026 erano stati colpiti i principali porti di esportazione sul Mar Baltico di Ust-Luga e Primorsk; ad aprile era toccato al terminal petrolifero di Novorossiysk sul Mar Nero. Il Centro per l’analisi macroeconomica affiliato al Cremlino ha stimato un calo della capacità di esportazione di circa un milione di barili al giorno, pari a quasi il 20% del totale.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky rivendica apertamente i risultati della campagna: dall’inizio dell’anno sarebbero state messe fuori uso quindici raffinerie e quasi il 40% della capacità di raffinazione primaria della Russia risulterebbe attualmente inattiva. Zelensky ha definito gli attacchi “una risposta pienamente giustificata” ai bombardamenti russi contro le infrastrutture civili ucraine.

La mappa del razionamento: dall’Artico alla Crimea

Le conseguenze sulla vita quotidiana dei russi sono concrete e in rapida espansione. In almeno 53 regioni della Federazione e dei territori ucraini occupati — incluse aree remote come l’Artico e la Siberia — sono state introdotte restrizioni alla vendita di carburante. La situazione varia da regione a regione, ma il quadro complessivo è quello di un sistema sotto pressione crescente.

Nella regione di Mosca, le stazioni di servizio delle reti Lukoil, Gazprom e ORTK hanno fissato limiti compresi tra 100 e 150 litri per cliente. A San Pietroburgo alcune reti hanno introdotto tetti tra 50 e 95 litri per rifornimento. Nella regione di Belgorod, al confine con l’Ucraina, distributori della rete Rosneft hanno smesso di riempire taniche e vietato ai veicoli di effettuare il pieno completo. La rete Tatneft ha imposto a livello nazionale un massimo di 20 litri di benzina e 40 litri di diesel per veicolo. In alcune regioni come quella di Vladimir, le autorità parlano di “difficoltà logistiche temporanee”, con vendite limitate tra 30 e 60 litri per veicolo.

Il caso più grave rimane quello della Crimea, la penisola annessa illegalmente dalla Russia nel 2014. A seguito degli intensi attacchi ucraini contro le catene logistiche e gli impianti petroliferi locali, le autorità nominate da Mosca hanno dichiarato lo stato di emergenza energetica, sospendendo la vendita di carburante ai privati e riservando l’accesso ai soli servizi governativi essenziali. Le attività turistiche e i campi estivi per bambini sono stati sospesi fino a settembre. In precedenza erano già stati introdotti buoni di acquisto con un limite di 20 litri per cittadino. La Crimea rappresenta il caso estremo di come la strategia ucraina stia riuscendo a portare la guerra nel cuore della vita quotidiana dei territori controllati da Mosca.

Sui social media russi il malcontento è palpabile. Video di code interminabili ai distributori circolano liberamente. Un’applicazione chiamata “Dove posso trovare la benzina?” mappa in tempo reale i distributori aperti e riforniti. Battute amare sulla carenza di carburante si moltiplicano anche nei territori ucraini occupati.

La paradossale umiliazione energetica: la Russia riacquista benzina dall’India

Lo scenario che si è venuto a creare è di una paradossalità storica difficile da sottovalutare. La Russia, terzo produttore mondiale di petrolio e per decenni esportatore netto di energia come strumento di pressione geopolitica, si trova ora nella posizione di dover riacquistare prodotti petroliferi raffinati dall’India — lo stesso petrolio greggio che Mosca esportava a prezzi fortemente scontati.

Il meccanismo è il seguente: le compagnie statali indiane — tra cui IOC, BPCL, Nayara Energy e il colosso privato Reliance Industries, gestore del più grande complesso di raffinerie al mondo — hanno acquistato su vasta scala petrolio greggio russo a sconti fino a 20-30 dollari al barile rispetto ai prezzi di mercato. Queste spedizioni vengono raffinate in India e i prodotti finiti — gasolio, benzina, carburante per aerei — vengono poi rivenduti sul mercato internazionale. Nel giugno 2026 le importazioni indiane di greggio russo hanno raggiunto il record di 2,66 milioni di barili al giorno. Le esportazioni indiane di benzina hanno toccato i 400.000 barili al giorno. Ora Mosca è costretta a riacquistare una parte di questi prodotti raffinati per tamponare il deficit interno, distruggendo i propri margini economici e accumulando costi di trasporto elevatissimi.

Le sanzioni occidentali rendono ancora più difficile uscire da questa trappola strutturale: le riparazioni delle raffinerie danneggiate richiedono componenti tecnologiche non più accessibili, e molti impianti resteranno indeboliti a lungo termine.

Le misure d’emergenza e il possibile stop al diesel

Il governo russo ha già adottato una serie di misure straordinarie. A partire da maggio 2026 è in vigore un divieto totale di esportazione di benzina. Al divieto si è aggiunto quello sul cherosene per l’aviazione, prolungato fino al 30 novembre 2026. Ora sul tavolo del vice primo ministro Alexander Novak c’è la proposta di estendere il blocco anche al diesel, un passo che avrebbe ripercussioni significative sui mercati europei e asiatici, ancora dipendenti in misura variabile dalle forniture russe di gasolio.

Sul fronte della produzione, Putin ha assicurato che luglio dovrebbe registrare volumi superiori a giugno. Le raffinerie ancora operative stanno girando al massimo della loro capacità. Uno staff governativo lavora senza interruzione per aumentare le quantità disponibili, contenere i prezzi e garantire le forniture alle attività prioritarie. Al centro delle preoccupazioni del Cremlino c’è in particolare il settore agricolo: la stagione dei raccolti estivi dipende criticamente dal gasolio, e un’interruzione delle forniture durante questo periodo potrebbe avere conseguenze gravi sull’intera filiera alimentare russa, già sotto pressione per il quarto anno di guerra.

Putin al congresso: la narrazione della resistenza

Sul piano della comunicazione politica, Putin ha scelto di incorniciare la crisi energetica come l’ennesimo tentativo dell’Occidente di destabilizzare la Russia, destinato come tutti i precedenti al fallimento. “Volevano imporci una sconfitta strategica sul campo di battaglia. Volevano destabilizzare la nostra società ma falliscono sempre”, ha dichiarato al congresso di Russia Unita, convocato in vista delle elezioni parlamentari di settembre 2026.

“Vogliono indebolirci con ogni mezzo, sbarazzarsi di noi come fattore mondiale che si è sempre frapposto al male. Nessuno ci è mai riuscito, non funzionerà ora e non funzionerà mai”, ha aggiunto Putin, in un discorso che mescola la retorica della fortezza assediata con la promessa di sicurezza e stabilità. “La Russia può essere solo una potenza forte e indipendente, altrimenti non ci sarà più la Russia”, ha concluso.

Allo stesso tempo, il presidente russo ha lanciato segnali in direzione di Washington sul dossier ucraino: ha dichiarato di attendere l’arrivo a Mosca dei negoziatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner, dopo che la “fase calda” della crisi iraniana si sarà conclusa. Russia e Stati Uniti avevano già avviato colloqui ad Anchorage nell’agosto 2025, e Putin si è detto disposto a riprendere le trattative. Sul fronte militare, il presidente ha respinto le richieste ucraine di limitare i combattimenti a quattro soli territori — Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia — e ha ribadito che l’Ucraina “sta perdendo posizioni su tutti i settori della linea del fronte” e che per questo ricorre al “terrorismo” contro le infrastrutture civili russe.

Le implicazioni strategiche della crisi

Al di là della narrativa ufficiale, la crisi del carburante mette in luce alcune vulnerabilità strutturali che la Russia fatica ad affrontare in condizioni di guerra e sanzioni. La campagna ucraina contro le raffinerie ha dimostrato che è possibile portare il conflitto nel cuore dell’economia russa senza truppe sul terreno, sfruttando droni a medio e lungo raggio relativamente economici contro infrastrutture difficilmente sostituibili nel breve termine.

Le sanzioni occidentali svolgono un ruolo moltiplicatore: impedendo l’accesso a tecnologie di raffinazione avanzate e ai pezzi di ricambio necessari, rendono le riparazioni più lente, costose e spesso parziali. Alcune raffinerie gravemente danneggiate potrebbero restare fuori servizio per mesi se non anni. L’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) ha registrato un calo della produzione di greggio russo di 460.000 barili al giorno su base annua, attestatasi a circa 8,8 milioni di barili al giorno nell’aprile 2026.

La crisi arriva in un momento politicamente delicato: le elezioni parlamentari di settembre richiedono a Putin di presentarsi come garante della stabilità. Le code ai distributori e il razionamento della benzina sono segnali visibili e quotidiani di un conflitto che non è più possibile confinare “là fuori”, ai margini del territorio nazionale. La sfida per il Cremlino è duplice: contenere la crisi tecnica attraverso misure di emergenza, e contenere quella politica attraverso la narrazione di una Russia che resiste e vince.

Resta da vedere se la macchina propagandistica sarà in grado di convincere i russi in coda alla stazione di servizio che la loro attesa è, in fondo, un atto di patriottismo.