La portaerei Nimitz nei Caraibi: Trump stringe la morsa su Cuba con l’arsenale militare e le armi della giustizia

Dopo il Venezuela e l’Iran, l’amministrazione americana punta sull’isola caraibica con una strategia a tutto campo: flotta nucleare, sanzioni economiche e incriminazione di Raúl Castro. E c’è chi, in Italia, voleva dargli il Nobel per la pace.

Il gruppo d’attacco della portaerei nucleare USS Nimitz è entrato nei Caraibi il 20 maggio 2026, mentre a Washington veniva depositata l’incriminazione per omicidio dell’ex presidente cubano Raúl Castro, 94 anni. Due mosse distinte ma perfettamente sincronizzate, parte di una campagna di pressione che l’amministrazione di Donald Trump ha intensificato nelle ultime settimane e che porta la firma inconfondibile del Segretario di Stato Marco Rubio: figlio dell’esilio cubano, sostenitore di lungo corso del “regime change” a L’Avana.

La flotta nucleare a 90 miglia da Miami

Il Comando Sud degli Stati Uniti (Southcom), responsabile delle operazioni militari in America Latina e nei Caraibi (con l’eccezione del Messico), ha annunciato l’arrivo della formazione navale pubblicando un messaggio sibillino su X: “Benvenuti nei Caraibi, Gruppo d’Attacco del Nimitz”. Non è un saluto di cortesia. È un messaggio politico indirizzato direttamente a L’Avana.

Il gruppo da combattimento è composto dalla portaerei USS Nimitz (CVN 68), a propulsione nucleare, con a bordo il Carrier Air Wing 17 (CVW-17) — l’ala aerea imbarcata con i cacciabombardieri F/A-18E Super Hornet, gli aerei da guerra elettronica EA-18G Growler e i velivoli da trasporto C-2A Greyhound —, dal cacciatorpediniere USS Gridley (DDG 101), della classe Arleigh Burke, e dalla nave da rifornimento in mare USNS Patuxent (T-AO 201).

Southcom ha specificato che la presenza della Nimitz rientra nell’ambito dell’operazione Southern Seas 2026, una campagna di dispiegamento navale progettata per rafforzare la presenza strategica di Washington in America Latina, che prevede esercitazioni navali, visite portuali e manovre congiunte con le forze militari di diversi Paesi della regione. Tuttavia, il contesto politico in cui avviene il dispiegamento rende difficile separare il piano militare da quello di pressione politica.

Non è la prima volta che gli Stati Uniti ricorrono a questo strumento nei Caraibi. Alla fine del 2025, Washington aveva già inviato nella stessa area la portaerei USS Gerald Ford, che ha poi partecipato all’operazione di cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro il 3 gennaio 2026, prima di spostarsi verso il Medio Oriente per le operazioni militari contro l’Iran. Lo stesso modello operativo — forza navale, pressione politica, operazione militare — sembra essere stato replicato ora in funzione anti-cubana.

Raúl Castro incriminato: giustizia o pretesto?

In parallelo con l’arrivo della Nimitz, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha reso pubblica l’incriminazione dell’ex presidente cubano Raúl Castro per omicidio, cospirazione per uccidere cittadini americani e distruzione di aeromobili. Le accuse riguardano un episodio di trent’anni fa: il 24 febbraio 1996, due piccoli aerei Cessna dell’organizzazione cubano-americana “Brothers to the Rescue” (Hermanos al Rescate), partiti da Miami, vennero abbattuti da caccia MiG dell’aeronautica cubana in quello che i tribunali americani hanno stabilito essere acque internazionali. Nell’attacco morirono quattro persone, tra cui i cittadini statunitensi Armando Alejandro Andrade Jr., Carlos Costa, Mario de la Peña e Pablo Morales.

All’epoca dei fatti, Raúl Castro ricopriva la carica di ministro delle Forze Armate. Secondo l’accusa americana, avrebbe avuto un ruolo diretto nella catena di comando che portò all’ordine di abbattimento. Insieme a lui sono stati incriminati altri cinque funzionari cubani, tra cui i piloti che aprirono il fuoco.

L’annuncio è stato fatto in modo deliberatamente simbolico: il procuratore generale ad interim Todd Blanche ha parlato alla Freedom Tower di Miami, luogo iconico della storia dell’esilio cubano negli Stati Uniti. La scelta della location è tutt’altro che casuale: è un messaggio alla comunità cubana della Florida, bacino elettorale fondamentale per il Partito Repubblicano.

La reazione di L’Avana è stata immediata e dura. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha definito l’incriminazione “una manovra politica senza nessun fondamento legale”, accusando Washington di stare costruendo un dossier per “giustificare la follia di un’aggressione militare contro Cuba”. Il governo cubano ha ribadito che il 1996 fu un atto di “legittima difesa” contro ripetute violazioni dello spazio aereo nazionale da parte di un’organizzazione che, secondo L’Avana, aveva già compiuto in precedenza lanci di volantini antigovernativi su L’Avana.

Lo schema Venezuela, replicato su Cuba

Per molti analisti internazionali, ciò che si sta consumando nei Caraibi è la replica quasi esatta di quanto avvenne con il Venezuela prima del colpo di mano del 3 gennaio. Lo schema è sempre lo stesso:

  • Incriminazione penale del leader: Trump aveva incriminato Maduro per narcoterrorismo prima di procedere alla sua cattura. Ora Castro viene incriminato per omicidio.
  • Dispiegamento militare navale: prima la USS Gerald Ford in supporto all’operazione venezuelana, ora la USS Nimitz nei Caraibi in direzione di Cuba.
  • Sanzioni economiche massicce: l’ordine esecutivo 14380, firmato il 29 gennaio 2026, ha autorizzato nuove sanzioni contro i Paesi che forniscono petrolio a Cuba e ha allargato le restrizioni a settori strategici come energia, difesa, miniere, finanza e sicurezza. Grandi compagnie di shipping hanno già sospeso le prenotazioni da e per l’isola.
  • Dichiarazioni esplicite di “regime change”: Trump aveva già detto a inizio maggio, durante una cena privata al Raymond F. Kravis Center for the Performing Arts di West Palm Beach, che avrebbe preso il controllo di Cuba “quasi immediatamente”, appena terminato il “lavoro” in Iran.

La stessa ammissione esplicita di voler abbattere il governo dell’Avana è un elemento che distingue questa crisi dal normale gioco della diplomazia coercitiva. Washington ha confermato pubblicamente che il “regime change” a Cuba è un obiettivo dichiarato entro la fine del 2026.

Le ragioni economiche: non un bottino, ma una leva

Sarebbe semplicistico ridurre la strategia di Trump a pura espansione territoriale. Dietro la pressione militare e giudiziaria su Cuba esistono ragioni economiche strutturali, anche se vengono dopo quelle strategiche e politiche nella scala delle priorità.

Cuba, se si aprisse al capitale americano, rappresenterebbe un enorme mercato turistico a meno di 200 chilometri dalla Florida: hotel, resort, crociere, porti, aeroporti, telecomunicazioni. Le potenzialità sono immense, anche se attualmente il turismo cubano è in crisi profonda per mancanza di carburante, blackout energetici e assenza di investimenti. L’isola possiede inoltre riserve di nichel e cobalto, materie prime critiche nella competizione tecnologica tra USA e Cina, indispensabili per batterie, acciaio e industria high-tech. Il cobalto cubano, in una logica geopolitica di contenimento della Cina, vale molto più del suo prezzo di mercato.

Ma la ragione economica più potente è un’altra: togliere Cuba dall’orbita economica dei rivali americani. L’isola dipende da petrolio venezuelano, credito cinese, navi europee, investimenti russi. Se Washington riesce a tagliare questi legami — con sanzioni, pressioni sui vettori marittimi, isolamento finanziario — può costringere L’Avana a scegliere tra riforme e apertura al mercato americano oppure implosione economica. Non è una conquista coloniale: è una partita geoeconomica in cui Cuba vale come pedone strategico nello scacchiere di contenimento della proiezione cinese e russa in America Latina.

Trump, il Nobel e il revisionismo della pace

La crisi cubana del 2026 impone una riflessione scomoda sul piano politico interno italiano. Nel corso del 2024 e dei primi mesi del 2025, alcuni esponenti di governo della maggioranza di centrodestra avevano promosso pubblicamente l’idea di candidare Donald Trump al Premio Nobel per la Pace, lodando la sua presunta capacità di disinnescare i conflitti e avviare negoziati.

A distanza di pochi mesi, il bilancio di quella narrativa appare difficile da sostenere. Trump ha sostenuto — materialmente o politicamente — l’operazione militare in Venezuela che si è conclusa con decine di morti e il rapimento del presidente eletto Maduro; ha condotto e poi sospeso una campagna militare contro l’Iran; ha rivendicato mire espansionistiche sulla Groenlandia, territorio danese e dunque membro della NATO; e ora avanza apertamente verso quello che appare a tutti gli effetti come un tentativo di destabilizzazione e rovesciamento del governo di Cuba, combinando flotta nucleare, sanzioni economiche strangolanti e armi giudiziarie.

La storia dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba è lunga e complessa, costellata di torti da entrambe le parti. Il regime castrista ha oppresso il suo popolo per decenni, negato diritti fondamentali, soffocato il dissenso. Nessuno storico serio può assolvere le colpe di quella rivoluzione diventata autocrazia. Ma la campagna attuale di Trump non assomiglia a una politica di promozione della democrazia: assomiglia molto di più — nel metodo, nella tempistica e negli strumenti — a una campagna di destabilizzazione programmata finalizzata al controllo di un’area geografica che Washington considera il proprio cortile di casa.

Vale la pena ricordarlo la prossima volta che qualcuno, da Roma o da altrove, tornerà a parlare di Nobel.

La reazione internazionale e il contesto più ampio

La crisi cubana non si sviluppa nel vuoto. L’annuncio della Nimitz arriva mentre gli Stati Uniti sono impegnati in trattative con l’Iran su un possibile accordo nucleare, mentre il Senato americano ha respinto una proposta di limitare le possibili operazioni militari contro Cuba, e mentre il Segretario di Stato Rubio continua ad accusare L’Avana di ospitare intelligence straniera — russa, cinese e iraniana — nell’isola.

Intanto, nonostante le tensioni, i due Paesi mantengono alcuni contatti diplomatici: il 10 aprile 2026 si erano tenuti incontri ad alto livello a L’Avana, con la presenza di un funzionario statunitense e di un nipote di Raúl Castro. Un filo sottilissimo, che la portaerei Nimitz rischia di spezzare definitivamente.

Dal punto di vista militare, alcuni analisti sottolineano che gli USA non dispongono attualmente delle risorse necessarie per un’operazione di cambio di regime a Cuba su larga scala, date le risorse già impegnate in Medio Oriente e nel Pacifico occidentale in chiave anti-cinese. Tuttavia, come ha dimostrato il caso Venezuela, il cambio di regime non richiede necessariamente un’invasione in piena regola: può avvenire attraverso una combinazione calibrata di pressione economica, isolamento diplomatico, forza navale e operazioni speciali.

La USS Nimitz, ormeggiata nei Caraibi con i suoi F/A-18 pronti sui ponti di volo, è in questo momento molto più di una nave da guerra. È un argomento.