Con il trionfo di Péter Magyar alle elezioni ungheresi del 12 aprile 2026, si chiude un capitolo durato sedici anni e si apre una nuova stagione per gli equilibri europei, la guerra in Ucraina e i rapporti con Mosca e Washington.
Il 12 aprile 2026 resterà nella storia come il giorno in cui l’Ungheria ha voltato pagina. Dopo sedici anni di dominio quasi incontrastato, Viktor Orbán ha ammesso la sconfitta davanti ai suoi sostenitori: “Il risultato è chiaro e doloroso”. A spodestarlo è stato Péter Magyar, leader del partito Tisza, che ha conquistato la supermaggioranza dei due terzi del Parlamento di Budapest con il 53,6% dei voti, contro il 37,7% di Fidesz. Una valanga che nessun gerrymandering elettorale ha potuto fermare.
Un risultato senza precedenti
A spoglio quasi concluso, con il 97,74% delle schede scrutinate, Tisza si è aggiudicato 138 seggi, oltre i due terzi dei 199 in palio. Viktor Orbán, con il suo Fidesz, si è fermato a 55. L’unica altra forza entrata in Parlamento è l’ultradestra di Mi Hazánk (Nostra Patria), con 6 seggi.
Ma ancora più significativo del risultato è stato il numero degli ungheresi che ha scelto di partecipare. L’affluenza ha toccato il 77,8%, il dato più alto nella storia elettorale ungherese, superiore al record del 2002 e di otto punti rispetto al 69,5% del 2022. Una mobilitazione che ha travolto ogni previsione: già alle 17 aveva votato il 74,2% degli aventi diritto, superando l’affluenza complessiva del 2022, e perfino il precedente storico del 1990, quando alle prime elezioni libere dopo la caduta del Muro di Berlino si recò alle urne il 65,1% degli ungheresi. ansa
Il sistema elettorale ungherese, ridisegnato dopo il 2010 per favorire chi governa le circoscrizioni rurali, non è riuscito a compensare un distacco di tale ampiezza. Nei collegi meno popolosi, spesso rurali e tradizionalmente favorevoli a Orbán, bastano 50-60 mila elettori per eleggere un deputato. Nelle aree urbane, dove l’opposizione è più forte, possono servire fino a 90-100 mila voti per ottenere lo stesso seggio. Eppure Magyar ha vinto anche lì, con un margine tale da rendere inutile ogni meccanismo di amplificazione del vantaggio governativo.
Chi è Péter Magyar: il figlio ribelle del sistema
Magyar non è un outsider venuto dal basso. È, al contrario, un uomo cresciuto dentro il sistema di Orbán, un ex membro dell’establishment di Fidesz che ha scelto di rompere con il partito e trasformare la sua rottura personale in un movimento politico. Il duello è stato tra due ex alleati: da una parte Orbán, che dal 2010 ha plasmato l’Ungheria su valori sovranisti e un ferreo controllo mediatico; dall’altra Magyar, l’ex insider che ha trasformato il suo movimento, Tisza, nel catalizzatore del malcontento popolare.
La sua posizione politica è difficile da etichettare. La vittoria di Magyar non rappresenta un ritorno al liberalismo progressista ma l’affermazione di un conservatorismo alternativo, critico della corruzione del sistema Fidesz ma allineato su molte posizioni sovraniste, come l’opposizione all’adesione rapida dell’Ucraina, il rifiuto del patto migratorio e la critica al quadro finanziario pluriennale europeo.
Eppure, nonostante queste sfumature, il messaggio della vittoria è stato netto. Dal palco di piazza Batthyany a Budapest, Magyar ha dichiarato ai sostenitori: “Abbiamo liberato l’Ungheria, abbiamo fatto cadere il regime di Orbán.” E ha aggiunto con semplicità: “Gli ungheresi hanno scelto l’Europa.”
Anche un sindaco del partito di Orbán, Mihaly Szoke-Toth, primo cittadino di Bocsa, ha pubblicamente dichiarato di aver votato per Magyar: “Voto contro l’influenza russa e a favore dei valori europei.” Un segnale che la diserzione non è venuta solo dai delusi della sinistra, ma anche dall’interno dello stesso campo che Orbán aveva costruito.
Perché è una buona notizia per l’Europa
L’impatto della vittoria di Magyar va ben oltre i confini dell’Ungheria. Per capirlo, bisogna ricordare il ruolo che Budapest ha svolto negli ultimi anni dentro le istituzioni europee.
I veti di Budapest, negli ultimi mesi, erano accresciuti in numero e importanza, raggiungendo l’apice nel “no” al prestito da 90 miliardi per Kiev, nonostante lo stesso Orbán lo avesse concordato nel Consiglio europeo di dicembre. La pazienza dei leader europei stava raggiungendo un punto di non ritorno.
Con la sconfitta di Orbán, tre grandi nodi europei possono sbloccarsi contemporaneamente:
- I fondi Ue all’Ungheria. Magyar ha annunciato che il suo primo viaggio ufficiale sarà a Varsavia e il secondo a Bruxelles, con una sola priorità: sbloccare i fondi Ue congelati per la disputa con Budapest sullo stato di diritto. “L’Ungheria sarà un alleato forte dell’Ue e della Nato”, ha ribadito.
- Il sostegno all’Ucraina. La sconfitta di Orbán toglie dal tavolo il più chiaro ostacolo interno all’Ue per l’allargamento all’Ucraina, così come la possibilità di proseguire sulla strada delle sanzioni contro la Russia. I vertici Ue torneranno a premere sull’acceleratore per attuare la prima tranche del prestito a Kiev. Il via libera politico potrebbe arrivare già al Consiglio europeo di Cipro il 23 e 24 aprile.
- L’effetto domino sui populismi dell’Est. A Bruxelles sono da tempo convinti che con l’addio di Orbán il potere contrattuale dello slovacco Robert Fico, così come quello del ceco Andrej Babiš, sia destinato a ridimensionarsi. Il fronte sovranista che ha paralizzato più di un Consiglio europeo rischia di perdere la sua coesione.
La sconfitta di Putin e di Trump
La notte del 12 aprile ha prodotto più sconfitti del previsto.
La sconfitta di Orbán è anche la sconfitta di Vladimir Putin, che negli ultimi anni ha reso Budapest un proxy di Mosca, sfruttando il suo fedele alleato magiaro per entrare nelle stanze del potere europeo. Per anni, attraverso Orbán, il Cremlino ha avuto un punto di ascolto permanente dentro il Consiglio europeo, capace di bloccare sanzioni, rallentare aiuti militari, seminare dubbi sull’unità atlantica. Quel canale si è chiuso la notte del 12 aprile.
C’è un altro sconfitto: Donald Trump. Il presidente americano si è speso fino all’ultimo per il suo fedelissimo. JD Vance è perfino volato a Budapest per dare l’ultima volata al premier uscente. Non è bastato.
La reazione dell’Europa è stata immediata e calorosa. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha scritto su X: “Stasera il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria.” Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha commentato: “L’Ungheria ha deciso, collaboriamo per un’Europa forte e soprattutto unita.” Il primo ministro polacco Donald Tusk ha festeggiato la vittoria con un messaggio in ungherese: “Russi, andate a casa!” — una frecciata diretta ai legami tra Orbán e Mosca.
Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha commentato la vittoria, parlando di una “schiacciante vittoria” e ribadendo che Kiev è “pronta ad avanzare nella cooperazione con l’Ungheria”.
Una vittoria conservatrice, non progressista
È importante non fraintendere il significato del voto ungherese. La vittoria di Magyar non è soltanto l’alternanza al potere dopo sedici anni di dominio di Orbán: è la rottura di un paradigma che ha inciso profondamente sugli equilibri europei, sul rapporto tra democrazia liberale e sovranismo.
Ma Magyar non ha vinto proponendo una svolta a sinistra. Ha vinto promettendo legalità, lotta alla corruzione e rientro nel perimetro europeo, mantenendo un profilo conservatore su molte questioni culturali e sociali. La sua vittoria segnala che una parte significativa dell’elettorato ungherese ha scelto di rientrare pienamente nel perimetro europeo, non solo istituzionalmente ma anche politicamente e culturalmente.
Questo dettaglio è cruciale per leggere correttamente la traiettoria dei prossimi mesi. Magyar sarà un premier più pragmatico, più affidabile per Bruxelles, ma non necessariamente un sostenitore entusiasta di ogni politica comunitaria. Le conseguenze geopolitiche includono l’interruzione dell’asse Trump-Budapest, la rimozione del veto ungherese in sede Ue e l’indebolimento dei Patrioti per l’Europa al Parlamento Europeo.
La reazione italiana
In Italia, la vittoria di Magyar ha diviso il campo politico con una chiarezza rivelatrice.
La premier Giorgia Meloni ha calibrato ogni parola con cura: ha scritto sui social le sue congratulazioni a Magyar per la “chiara vittoria elettorale”, augurandogli buon lavoro, ma allo stesso tempo ha ringraziato “il mio amico Viktor Orbán per l’intensa collaborazione di questi anni”, con la certezza che “anche dall’opposizione continuerà a servire la sua nazione”. ansa
Dal versante dell’opposizione, la lettura è stata diversa. Matteo Renzi ha parlato di “effetto Trump” e di “tocco magico di Meloni, re Mida al contrario”, ricordando come la premier avesse sostenuto forze anti-europeiste in Polonia, Spagna e ora in Ungheria, con lo stesso risultato: la sconfitta dei suoi alleati.
Cosa succede ora
I prossimi appuntamenti saranno decisivi. Il Consiglio europeo di Cipro del 23-24 aprile sarà il primo banco di prova: con il veto ungherese potenzialmente rimosso, la prima tranche del prestito da 90 miliardi per l’Ucraina potrebbe finalmente sbloccarsi.
Magyar dovrà anche affrontare la sfida più difficile: smantellare le istituzioni costruite da Orbán in sedici anni di governo, dal sistema mediatico al controllo della magistratura, senza che l’Ungheria sprofondasse nell’instabilità. Per questo, la supermaggioranza dei due terzi è fondamentale: consente di modificare la Costituzione, riscrivere le leggi sul sistema elettorale e ristabilire l’indipendenza delle istituzioni.
Il presidente della Repubblica ungherese Tamas Sulyok ha affermato che le elezioni si sono svolte regolarmente, sottolineando che l’affluenza record del 77,8% conferma in modo incontestabile il forte funzionamento della democrazia nel Paese.
L’Ungheria, per la prima volta in sedici anni, ha scelto se stessa. E scegliendo se stessa, ha scelto l’Europa.

