Con sei voti contro tre, i giudici dichiarano illegittime le tariffe imposte senza l’autorizzazione del Congresso. Tre giudici conservatori votano contro il presidente
In una decisione destinata a cambiare gli equilibri del commercio globale, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi i dazi doganali imposti dal presidente Donald Trump, stabilendo che il tycoon ha oltrepassato i limiti della sua autorità. La sentenza, approvata con sei voti favorevoli e tre contrari, rappresenta un duro colpo per una delle politiche economiche centrali della Casa Bianca e segna la prima volta che l’alta Corte boccia definitivamente una misura del secondo mandato Trump.
La sentenza: un voto bipartisan inatteso
La decisione della Corte Suprema, redatta dal giudice capo John Roberts in un documento di 170 pagine, ha sorpreso molti osservatori per la composizione della maggioranza. Tre giudici conservatori – Amy Coney Barrett, Neil Gorsuch e lo stesso Roberts – hanno votato insieme ai tre giudici progressisti Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson per bloccare i dazi.
I tre giudici conservatori che hanno votato a favore delle tariffe sono stati Clarence Thomas, Samuel Alito e Brett Kavanaugh. Quest’ultimo, nel suo parere dissenziente, ha sostenuto che “i dazi in questione possono essere o meno una politica saggia, ma alla luce del testo, della storia e dei precedenti, sono chiaramente legittimi”.
La sentenza ha stabilito che Trump non può imporre dazi utilizzando l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977, la legge che il presidente aveva invocato per giustificare le sue tariffe doganali. Come ha scritto Roberts: “Se il Congresso avesse voluto conferire il potere straordinario di imporre dazi, lo avrebbe fatto espressamente”.
Quali dazi vengono colpiti dalla sentenza
La decisione della Corte riguarda due categorie principali di tariffe. La prima include i dazi “reciproci” imposti praticamente a tutti i paesi del mondo, con aliquote che vanno dal 34% per la Cina a un livello base del 10% per il resto del mondo. Questi dazi erano stati annunciati il 2 aprile 2025, in quello che Trump aveva definito il “Liberation Day“.
La seconda categoria comprende le tariffe del 25% imposte su alcuni beni provenienti da Canada, Cina e Messico, che secondo Trump non stavano facendo abbastanza per impedire il flusso di fentanyl e altre droghe illegali negli Stati Uniti. Il presidente aveva dichiarato sia i decessi per overdose da fentanyl che i deficit commerciali annuali persistenti come emergenze nazionali che giustificavano la nuova politica commerciale.
Secondo il Congressional Budget Office, l’impatto economico complessivo dei dazi di Trump era stato stimato in circa 3.000 miliardi di dollari nel prossimo decennio. Il Tesoro americano aveva già incassato oltre 133 miliardi di dollari dalle imposte sulle importazioni imposte dal presidente in base alla legge sui poteri d’emergenza, secondo i dati federali di dicembre. Altri economisti del Penn-Wharton Budget Model hanno stimato che l’importo totale raccolto sui dazi basati sull’IEEPA era superiore a 175 miliardi di dollari.
La questione costituzionale: chi ha il potere di tassare
Il cuore della controversia riguarda un principio fondamentale della Costituzione americana: il potere di imporre tasse e dazi spetta al Congresso, non al presidente. Come ha sottolineato la giudice Sotomayor durante le udienze: “Non capisco proprio questa argomentazione. Vorreste dire che i dazi non sono tasse, ma è esattamente quello che sono”.
L’IEEPA del 1977 era stata progettata per affrontare minacce alla sicurezza nazionale e autorizza il presidente a rispondere a “minacce straordinarie” in caso di emergenza nazionale, inclusa la possibilità di “regolare l’importazione” di “beni esteri”. Tuttavia, la legge non menziona mai esplicitamente le parole “dazio” o “tariffa”.
Roberts ha invocato la “major questions doctrine” (dottrina delle questioni importanti), un principio giuridico secondo cui il Congresso deve usare un linguaggio eccezionalmente chiaro se vuole delegare nuovi poteri all’esecutivo su questioni politiche o economiche rilevanti. “Accettare gli argomenti legali dell’amministrazione”, ha scritto Roberts, “significherebbe sostituire la collaborazione esecutivo-legislativa di lunga data sulla politica commerciale con una politica presidenziale senza controlli”.
Le reazioni immediate: da Washington ai mercati
La reazione di Donald Trump alla sentenza è stata immediata e furente. Quando ha ricevuto la notizia durante un incontro con i governatori alla Casa Bianca, il presidente ha interrotto la riunione e, secondo quanto riportato dalla CNN, avrebbe esclamato riferendosi alle “fottute” Corti, commentando che doveva “fare qualcosa per questa Corte”.
In una conferenza stampa successiva, Trump ha definito la sentenza “una vergogna” e ha dichiarato: “Mi vergogno per alcuni giudici che non hanno avuto il coraggio di fare la cosa giusta per l’America”. Ha poi aggiunto minacciosamente: “I Paesi che ci truffano sono in estasi dopo la decisione della Corte Suprema sui dazi: ballano per strada, ma non per molto”.
I mercati finanziari hanno reagito positivamente alla notizia. Gli indici azionari americani S&P 500 e Nasdaq hanno registrato lievi rialzi, mentre in Europa le Borse hanno festeggiato con particolare entusiasmo. L’indice Stoxx 600 ha guadagnato lo 0,8%, con Milano in testa (+1,4%), trainata dai settori che erano stati maggiormente penalizzati dalle tariffe commerciali americane. Il dollaro si è indebolito sulle principali valute, mentre i rendimenti dei Treasury sono aumentati leggermente.
Il piano B di Trump: altre vie per imporre dazi
Nonostante la battuta d’arresto, Trump ha assicurato di avere un “piano di riserva”. Secondo quanto riportato dal New York Times citando fonti dell’amministrazione, il presidente e la sua squadra si erano preparati per mesi all’eventualità che le tariffe fossero ritenute illegali.
Tra le misure allo studio ci sono diverse leggi alternative che potrebbero essere invocate per reintrodurre i dazi:
- Section 301 del Trade Act del 1974: utilizzata da Trump nel suo primo mandato contro la Cina, consente al presidente di imporre dazi al termine di un’indagine per accertare se un paese ha adottato pratiche commerciali sleali e in violazione degli accordi commerciali firmati in precedenza.
- Section 122 del Trade Act del 1974: permette l’introduzione di dazi globali fino al 15% ma per un periodo di soli 150 giorni in caso di ampi deficit della bilancia dei pagamenti.
- Section 232 del Trade Expansion Act: citata dal giudice Kavanaugh nella sua opinione dissenziente, potrebbe fornire un’altra base legale.
- Section 338 del Tariff Act del 1930 e Section 201 del Trade Act del 1974: altre possibili alternative secondo gli esperti legali.
Come ha sottolineato Everett Eissenstat, vice direttore del National Economic Council nel primo mandato di Trump: “La legge economica d’emergenza invocata da Trump era progettata per affrontare questioni di sicurezza nazionale ed era quindi progettata per flessibilità e velocità. Altre autorità statutarie non sono altrettanto flessibili”.
Il presidente potrebbe anche cercare un’autorizzazione esplicita dal Congresso per reimporre i dazi, anche se questa strada appare politicamente improbabile. Altri dazi più limitati che Trump ha emanato in base a leggi diverse rimangono in vigore.
La questione dei rimborsi: un potenziale caos finanziario
Una delle domande più urgenti riguarda se l’amministrazione dovrà rimborsare le aziende che hanno pagato dazi per mesi. La maggioranza della Corte Suprema non ha affrontato esplicitamente questa questione, che sarà probabilmente risolta nei tribunali di grado inferiore.
Kavanaugh, nel suo parere dissenziente, ha avvertito che il rimborso dei dazi già raccolti potrebbe essere “un disastro” con “conseguenze significative per il Tesoro degli Stati Uniti”. Le aziende hanno già presentato centinaia di cause legali preventive per preservare la loro capacità di richiedere rimborsi dal governo per i dazi che hanno già pagato. Tra queste, la catena di magazzini all’ingrosso Costco si è già rivolta ai tribunali.
Gli economisti stimano che la somma totale da rimborsare potrebbe superare i 175 miliardi di dollari, una cifra che creerebbe un enorme buco nel bilancio federale.
Le reazioni internazionali: dall’Europa al Canada
La Commissione Europea ha reagito con cautela alla sentenza. Un portavoce ha dichiarato: “Prendiamo atto della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti e la stiamo analizzando attentamente. Restiamo in stretto contatto con l’amministrazione statunitense per chiarire quali misure intende adottare in risposta a tale sentenza”.
Il portavoce ha aggiunto: “Le imprese su entrambe le sponde dell’Atlantico dipendono dalla stabilità e dalla prevedibilità delle relazioni commerciali. Continuiamo quindi a sostenere tariffe basse e a lavorare per ridurle”.
L’Europarlamento si prepara ora a rinviare il voto sulla possibile ratifica dell’intesa commerciale USA-UE in programma per il 24 febbraio. L’eurodeputato socialista tedesco Bernd Lange, relatore del Parlamento europeo per l’attuazione dell’accordo commerciale tra UE e USA, ha convocato una riunione straordinaria del team negoziale per lunedì.
Il Canada, uno dei paesi più colpiti dalla politica tariffaria di Trump, ha espresso soddisfazione. Un portavoce del governo canadese ha affermato che la decisione della Corte Suprema dimostra che i dazi imposti da Trump erano “ingiustificati”.
La Gran Bretagna ha dichiarato che intende lavorare insieme agli Stati Uniti per valutare in che modo l’annullamento dei dazi influenzerà l’accordo commerciale tra i due Paesi. Un portavoce del governo ha affermato: “Collaboreremo con l’amministrazione per capire in che modo la sentenza inciderà sui dazi per il Regno Unito e il resto del mondo”, aggiungendo che il Regno Unito si aspetta che la sua “posizione commerciale privilegiata con gli Stati Uniti continui”.
Il contesto storico: dazi e presidenza imperiale
La sentenza della Corte Suprema si inserisce in un dibattito più ampio sui limiti del potere presidenziale. L’IEEPA era stata approvata negli anni ’70 proprio per limitare i poteri presidenziali in materia di sicurezza nazionale, dopo che il presidente Richard Nixon aveva imposto dazi per affrontare la crisi della bilancia dei pagamenti seguita al crollo del sistema monetario di Bretton Woods.
È ironico che Trump abbia cercato di utilizzare una legge nata per limitare il potere presidenziale come giustificazione per espanderlo. La sentenza riafferma il principio costituzionale fondamentale secondo cui il potere di tassare appartiene al Congresso, non al presidente.
La decisione è stata portata davanti alla Corte Suprema attraverso cause intentate da dodici stati americani, la maggior parte governati da democratici, e da gruppi di piccoli imprenditori. Tra i ricorrenti c’erano un produttore di giocattoli educativi e un importatore di vino, che sostenevano che i dazi avevano danneggiato i loro affari e che il presidente aveva violato illegalmente il potere costituzionale del Congresso.
Le implicazioni future: cosa significa per il commercio globale
La sentenza ha implicazioni profonde non solo per l’economia americana, ma per l’intero sistema del commercio globale. Per mesi, i dazi di Trump hanno causato caos e incertezza nei mercati internazionali, spingendo le aziende a riorganizzare le loro catene di approvvigionamento e i paesi a cercare accordi bilaterali con Washington.
La decisione della Corte toglie a Trump quello che era diventato il suo strumento negoziale più potente: la capacità di imporre dazi da un giorno all’altro come minaccia per ottenere concessioni dai partner commerciali. Anche se il presidente troverà modi alternativi per reintrodurre alcune tariffe, questi metodi richiederanno più tempo e saranno soggetti a maggiori vincoli procedurali.
Dal punto di vista politico, la sentenza rappresenta un segnale importante. Nonostante la Corte Suprema abbia una maggioranza conservatrice (sei giudici su nove), ha scelto di smantellare una delle politiche più importanti di Trump, dimostrando una certa indipendenza dall’influenza politica.
La reazione dei mercati finanziari, positiva alla notizia, suggerisce che gli investitori vedono nell’annullamento dei dazi una riduzione dell’incertezza e dei costi per le imprese. Tuttavia, l’incognita rimane su come il governo intenda coprire i buchi di bilancio precedentemente garantiti dalle entrate doganali, stimati in circa 300 miliardi di dollari all’anno per il prossimo decennio se tutti i dazi attuali fossero rimasti in vigore.
Trump e la Corte: una relazione complicata
La sentenza è particolarmente significativa considerando che tre dei giudici che hanno votato contro i dazi – Gorsuch, Barrett e Kavanaugh (quest’ultimo però ha votato a favore) – furono nominati dallo stesso Trump durante il suo primo mandato. Il fatto che Gorsuch e Barrett abbiano votato contro la politica del presidente che li ha nominati sottolinea l’indipendenza della magistratura americana.
Durante il periodo in cui la Corte stava valutando il caso, Trump aveva montato una straordinaria campagna di pressione pubblica, affermando che una decisione contro i dazi sarebbe stata “la più grande minaccia nella storia” alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti e “avrebbe letteralmente distrutto gli Stati Uniti d’America”. Queste pressioni non hanno però influenzato la decisione finale della Corte.
Alla conferenza stampa dopo la sentenza, Trump ha dichiarato che la decisione della Corte Suprema lo rende “più potente”: “Volevo fare il bravo ragazzo ma adesso intraprenderò un’altra strada”. Ha anche affermato che la Corte Suprema americana è stata influenzata dagli “interessi stranieri”, un’accusa seria che non è stata accompagnata da prove.
Conclusioni: un momento di svolta
La decisione della Corte Suprema rappresenta un momento di svolta per la presidenza Trump e per la politica commerciale americana. Mentre l’amministrazione cercherà sicuramente di trovare vie alternative per reintrodurre i dazi, questa sentenza stabilisce un limite chiaro al potere presidenziale unilaterale in materia commerciale.
Il messaggio della Corte è inequivocabile: anche in un’era di presidenza sempre più “imperiale”, esistono ancora limiti costituzionali che non possono essere oltrepassati. Come ha scritto Roberts: “La Costituzione assegna al Congresso il potere di regolare il commercio”, e questo potere non può essere usurpato dall’esecutivo, nemmeno invocando emergenze nazionali.
Per i partner commerciali degli Stati Uniti, la sentenza offre un momento di respiro, anche se temporaneo. L’incertezza continuerà fino a quando non sarà chiaro quali alternative Trump sceglierà di perseguire e se riuscirà effettivamente a reintrodurre dazi attraverso altre vie legali.
Una cosa è certa: la battaglia sui dazi è tutt’altro che finita. È solo cambiato il campo di battaglia.
