Khamenei ucciso nell’attacco congiunto di Usa e Israele: il Medio Oriente sull’orlo del baratro

La guida suprema dell’Iran è morta il 28 febbraio 2026 sotto le bombe dell’operazione “Epic Fury”. Teheran annuncia vendetta, i pasdaran chiudono lo Stretto di Hormuz. Il mondo trattiene il fiato.

La notizia che ha sconvolto il mondo è arrivata nelle primissime ore del 28 febbraio 2026: l’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran da trentasei anni, è stato ucciso in un attacco militare coordinato tra Stati Uniti e Israele. La tv di Stato iraniana ha confermato la morte, mentre a Teheran le esplosioni si susseguivano ininterrotte, le colonne di fumo tingevano il cielo di nero e migliaia di persone scendevano per le strade — chi per piangere, chi, nelle ore successive, per festeggiare. È l’evento che rischia di riscrivere la mappa geopolitica del Medio Oriente.


L’operazione: intelligence, bombe e precisione chirurgica

Tutto è cominciato nelle prime ore del mattino del 28 febbraio, quando Donald Trump ha diffuso un videomessaggio annunciando l’avvio dell’operazione denominata “Epic Fury” da parte americana, e “Ruggito del Leone” da parte israeliana. L’obiettivo dichiarato: smantellare l’industria missilistica e nucleare iraniana, con la priorità — non dichiarata ma evidente — di colpire la leadership del regime.

Secondo quanto emerso nei giorni successivi, la CIA aveva identificato la posizione precisa di Khamenei grazie a informazioni di intelligence ad alta affidabilità. La svolta era arrivata quando l’agenzia aveva appreso che la Guida Suprema avrebbe partecipato a una riunione mattutina di alti funzionari nel cuore di Teheran. Una finestra temporale breve, sfruttata con precisione millimetrica. Sul complesso residenziale dove si trovava la Guida Suprema sono state sganciate decine di bombe — le fonti parlano di un numero compreso tra 30 e 80 — che hanno raso al suolo l’intera struttura. Il corpo di Khamenei è stato recuperato dalle macerie e, secondo i media israeliani, le immagini sono state mostrate al premier Benjamin Netanyahu.

Il portavoce dell’IDF, Efi Defrin, ha confermato che nell’attacco iniziale sono stati eliminati 40 comandanti chiave dei pasdaran in un solo minuto, tra cui Ali Shamkhani, consigliere per la sicurezza nazionale, e Mohammad Pakpour, comandante delle Guardie della Rivoluzione. Uccisi anche il capo di Stato maggiore delle forze armate iraniane, Abdolrahim Mousavi, e il capo dell’intelligence della polizia, Gholamreza Rezaian. Con Khamenei sono morti anche sua figlia, suo genero e sua nipote.


Chi era Ali Khamenei, il “custode della Rivoluzione”

Ali Hosseini Khamenei era nato il 19 aprile 1939 a Mashhad, città santa per gli sciiti. Da giovane studioso religioso, aveva frequentato le lezioni dei grandi ayatollah Borujerdi e Khomeini, ed era stato una figura chiave durante la Rivoluzione islamica del 1979. Membro del Consiglio della Rivoluzione e tra i fondatori del Partito della Repubblica Islamica, era stato presidente dell’Iran dall’1981 con una percentuale di consenso bulgara, prima di ascendere alla guida suprema nel 1989 alla morte di Khomeini.

Nel giugno 1981 era sopravvissuto a un attentato: una bomba nascosta in un registratore lo aveva ferito permanentemente a un braccio, rendendolo — agli occhi dei suoi sostenitori — un “martire di vita”. Per 36 anni aveva retto le redini della Repubblica islamica con pugno di ferro, orientando la politica estera iraniana verso una sistematica opposizione all’Occidente e a Israele, sostenendo economicamente e militarmente organizzazioni come Hezbollah e Hamas, e portando avanti il programma nucleare nazionale nonostante sanzioni internazionali sempre più stringenti. Molti lo hanno accusato di essere il mandante dell’assassinio di oltre 160 dissidenti in esilio e di violente repressioni interne.


La risposta iraniana: i pasdaran promettono “offensiva feroce”

Nelle ore immediatamente successive alla conferma della morte, la Repubblica Islamica ha risposto con una intensità che ha allarmato l’intera comunità internazionale. Le Guardie della Rivoluzione (Pasdaran) hanno annunciato su Telegram il lancio dell’operazione offensiva “più feroce nella storia delle forze armate della Repubblica Islamica”. E non si è trattato di parole vane.

L’Iran ha colpito le basi statunitensi in Iraq e nella regione del Golfo Persico, rivendicando di aver bombardato con successo installazioni americane nel Kurdistan iracheno e negli Emirati. Esplosioni sono state udite a Dubai, Doha e Manama, le capitali dei paesi del Golfo che ospitano basi americane. Il Qatar ha dichiarato di essere stato colpito da 65 missili e 12 droni iraniani in una sola giornata. Missili sono stati lanciati anche verso Tel Aviv e Haifa: una donna è morta nell’impatto diretto su un condominio nel centro della capitale israeliana. Secondo il segretario alla Difesa britannico John Healey, due missili iraniani sarebbero stati diretti verso Cipro, sede di truppe britanniche e presidenza di turno del semestre europeo.

Segnale di una escalation che rischia di diventare incontrollabile: i pasdaran hanno chiuso lo Stretto di Hormuz, la rotta strategica attraverso cui transita circa un quinto del greggio consumato a livello globale. Una mossa che ha fatto schizzare le quotazioni del petrolio e ha mandato segnali d’allarme ai mercati finanziari internazionali.


Trump, Netanyahu e il sogno del regime change

Sul fronte americano e israeliano, i toni sono stati trionfalistici. Donald Trump ha scritto su Truth: “Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto. Questa non è solo giustizia per il popolo iraniano, ma per tutti i grandi americani e le persone di molti Paesi nel mondo che sono state uccise o mutilate da Khamenei e dalla sua banda di criminali”. Il presidente americano ha invitato apertamente i soldati iraniani — pasdaran, militari e forze di polizia — a non combattere più, promettendo loro immunità in caso di resa pacifica.

Trump ha poi dichiarato di sapere già chi sta guidando l’Iran dopo la morte di Khamenei, aggiungendo — con il misto di ironia e serietà che lo contraddistingue — di avere in mente “alcuni buoni candidati” per la successione. In un’intervista a CBS, ha definito una soluzione diplomatica “facilmente raggiungibile ora, molto più che un giorno fa”. Washington ha anche comunicato che il Segretario di Stato Marco Rubio ha annullato il viaggio previsto in Israele per tenere invece un punto con i partner del G7.

Benjamin Netanyahu ha pubblicato un video in lingua farsi rivolto direttamente ai cittadini iraniani: “Creeremo le condizioni affinché i coraggiosi cittadini iraniani possano liberarsi dalle catene della tirannia. Non perdete questa opportunità, che si presenta solo una volta per generazione. Scendete in piazza a milioni”. Il portavoce dell’IDF ha confermato che l’obiettivo dichiarato dell’operazione è “creare le condizioni per la caduta del regime”.

Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto nel 1979 e aspirante leader dell’Iran post-islamico, ha ringraziato Trump su X, scrivendo che “l’ora della liberazione è vicina” e di aver già elaborato un piano “per una transizione ordinata e trasparente verso un Iran democratico”.


Le vittime civili e la scuola di Minab

Dietro i comunicati dei generali, le dichiarazioni dei presidenti e le mappe strategiche dei commentatori, ci sono i corpi. Tanti corpi. La Mezzaluna Rossa della provincia di Teheran ha riferito di almeno 57 morti nella capitale nelle prime 24 ore, frutto di 60 attacchi distinti. Il bilancio complessivo supera i 200 morti solo sul suolo iraniano, secondo le stime di Euronews.

Ma l’episodio più agghiacciante è quello che ha riguardato la scuola elementare femminile di Minab, nel sud dell’Iran: un raid ha colpito l’edificio in pieno giorno, quando era gremito di alunne. La Mezzaluna Rossa ha aggiornato il bilancio a 108 morti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato di un crimine di guerra. L’esercito israeliano non ha rilasciato commenti in merito.

In Pakistan, a Karachi, centinaia di manifestanti filo-iraniani hanno tentato di assaltare il consolato statunitense: almeno 8 persone sono rimaste uccise negli scontri con le forze di sicurezza.


Le reazioni internazionali: dall’Onu all’Europa, da Putin agli Emirati

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è riunito in sessione straordinaria. Il segretario generale Antonio Guterres ha evocato il rischio di “una catena di eventi incontrollabili” e ha condannato l’escalation di violenza.

Vladimir Putin ha inviato un messaggio di condoglianze al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, condannando quello che ha definito “l’assassinio” di Khamenei, “commesso in cinica violazione di tutte le norme della moralità umana e del diritto internazionale”.

Il presidente francese Emmanuel Macron, il premier britannico Keir Starmer e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno firmato una dichiarazione congiunta di condanna degli attacchi iraniani contro i paesi del Golfo, chiedendo “la ripresa dei negoziati” e sollecitando Teheran a “cercare una soluzione negoziata”.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno avvertito l’Iran attraverso il consigliere presidenziale Anwar Gargash: “L’aggressione iraniana contro gli stati del Golfo è stata un errore di calcolo e ha isolato l’Iran in un momento critico. Tornate in voi stessi e trattate i vostri vicini in modo razionale”.

In Italia, la Farnesina ha istituito una “Task Force Golfo” per assistere i cittadini italiani presenti nella regione. Un gruppo di 204 studenti italiani impegnati in un progetto scolastico è rimasto bloccato a Dubai a causa della chiusura dello spazio aereo.


Il rebus della successione

Con la morte di Khamenei si apre un vuoto di potere senza precedenti nella storia della Repubblica Islamica. Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ha cercato di tenere unito il fronte interno, mettendo in guardia contro “ogni tentativo di dividere il Paese” e dichiarando: “Le forze armate iraniane agiranno con più forza di prima”.

Il presidente Masoud Pezeshkian ha definito l’uccisione di Khamenei “una dichiarazione di guerra a tutti i musulmani”, aggiungendo che vendicarne la morte “è un diritto e anche un dovere legittimo”.

Secondo le valutazioni della CIA, a prendere il posto di Khamenei sarebbe destinata a essere una figura radicale legata ai pasdaran. Le Guardie della Rivoluzione, ancora potenti e in grado di mobilitare risorse militari ed economiche enormi, sembrano il principale attore nel gioco della successione. Ma nessuno, in questo momento, può prevedere con certezza l’esito di una transizione che si sta compiendo non in modo ordinato, ma sotto le bombe.

L’Iran ha intanto annunciato 40 giorni di lutto nazionale per la morte della Guida Suprema, seguiti da 7 giorni di festività. Due tempi che fotografano perfettamente la frattura profonda che attraversa il paese: milioni di iraniani piangono il loro leader, milioni di altri — sia dentro che fuori dai confini — attendevano da decenni questo momento.


Un mondo che cambia

Quello che si è aperto il 28 febbraio 2026 è uno scenario che le cancellerie di mezzo mondo si trovano a fronteggiare senza strumenti adeguati. Il Medio Oriente è già da anni una polveriera; la morte di Khamenei e la risposta militare iraniana potrebbero innescare un’escalation difficilmente governabile.

La chiusura dello Stretto di Hormuz è un segnale economicamente devastante: il prezzo del greggio è destinato a subire pressioni enormi, con ricadute su tutta l’economia globale, a partire dall’Europa. La presenza di missili iraniani in volo verso paesi alleati degli Stati Uniti — Qatar, Bahrein, Emirati, forse Cipro — allarga geograficamente il conflitto in modo preoccupante.

La domanda che nessuno sa ancora rispondere è: dopo Khamenei, l’Iran è davvero più vicino a un cambiamento di regime democratico, come sperano le diaspora e l’Occidente? O il vuoto di potere alimenterà un caos ancora più pericoloso, consegnando il paese a una fazione dei pasdaran ancora più radicale e meno disposta al compromesso?

La risposta, nelle prossime settimane, dipenderà da scelte politiche e militari che si prendono in queste ore. Con il Medio Oriente ancora in fiamme, il mondo trattiene il fiato