Il direttore del National Counterterrorism Center lascia l’incarico in polemica con la politica bellica di Trump: “L’Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente per la nostra nazione”
Il primo alto funzionario dell’amministrazione Trump a dimettersi in segno di protesta contro la guerra in Iran è Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center. In una lettera pubblicata martedì 17 marzo su X (ex Twitter), Kent accusa Israele e la sua potente lobby americana di aver manipolato il presidente per trascinare gli Stati Uniti in un conflitto che definisce inutile, pericoloso e contrario ai valori dell'”America First” su cui Trump ha costruito la sua carriera politica.
La rottura con Trump
Joe Kent, nominato da Trump come direttore del National Counterterrorism Center nel febbraio 2025 e confermato dal Senato nel luglio dello stesso anno, ha annunciato le dimissioni immediate nella mattinata di martedì, citando la decisione di iniziare una guerra contro l’Iran quando, a suo dire, il paese non rappresentava alcuna minaccia imminente per gli Stati Uniti.
È la prima dimissione di alto profilo del secondo mandato presidenziale di Trump su una questione politica di rilievo. Un fatto che ha immediatamente scosso Washington, aprendo un dibattito interno al campo conservatore sul senso e sulla legittimità del conflitto iraniano.
Nella lettera indirizzata direttamente al presidente, Kent non usa mezzi termini: sostiene di non poter in buona coscienza appoggiare la guerra in corso, e che l’Iran non poneva alcuna minaccia imminente alla nazione americana, aggiungendo che il conflitto è stato avviato sotto pressione di Israele e della sua potente lobby americana.
Chi è Joe Kent
Per comprendere il peso politico di questa dimissione, è fondamentale capire chi sia Joe Kent e quale traiettoria abbia percorso fino a occupare uno dei ruoli più delicati nell’apparato di sicurezza americano.
Kent ha una lunga esperienza in antiterrorismo e nel settore militare: ha servito per 11 missioni di combattimento nel corso di una carriera ventennale nell’Esercito, prima di diventare ufficiale della CIA. Ha anche una vicenda personale segnata dal lutto: sua moglie Shannon, crittologa della Marina, è morta nel 2019 in un attentato suicida in Siria.
Come direttore del National Counterterrorism Center, Kent guidava gli sforzi americani in materia di antiterrorismo e contrasto al narcotraffico internazionale, ed era il principale consigliere antiterrorismo del presidente.
Nonostante le sue credenziali, il percorso di Kent verso la conferma non è stato privo di ostacoli. Prima della nomina, erano emersi i suoi legami con figure estremiste, tra cui persone affiliate ai Proud Boys e a Patriot Prayer, entrambi gruppi di estrema destra. Nel 2021, Kent aveva avuto contatti con Nick Fuentes, un neonazista diventato influente nelle frange più giovani del Partito Repubblicano, riguardo alla possibilità di supportare la sua strategia di comunicazione per la campagna congressuale. Kent aveva in seguito cercato di prendere le distanze da quell’episodio.
Il Senato lo aveva confermato con 52 voti a favore e 44 contrari, senza alcun sostegno democratico.
L’accusa: Israele ha ingannato Trump
Il nucleo più esplosivo della lettera di dimissioni di Kent riguarda la responsabilità di Israele nell’avvio del conflitto. Un’accusa che rimanda direttamente alle teorie care all’ala più isolazionista del movimento MAGA, e che rischia di alimentare ulteriori tensioni all’interno della coalizione trumpiana.
After much reflection, I have decided to resign from my position as Director of the National Counterterrorism Center, effective today.
I cannot in good conscience support the ongoing war in Iran. Iran posed no imminent threat to our nation, and it is clear that we started this… pic.twitter.com/prtu86DpEr
— Joe Kent (@joekent16jan19) March 17, 2026
Nella lettera, Kent scrive che funzionari israeliani di alto rango e membri influenti dei media americani avrebbero dispiegato una campagna di disinformazione che ha minato completamente la piattaforma America First, seminando sentimenti a favore della guerra per incoraggiare un conflitto con l’Iran. Questa “camera d’eco” sarebbe stata usata per ingannare Trump, facendogli credere che l’Iran rappresentasse una minaccia imminente per gli Stati Uniti e che ci fosse una via rapida verso la vittoria. Una bugia, secondo Kent, analoga a quella usata per trascinare l’America nella disastrosa guerra in Iraq.
Kent invoca anche la coerenza con la traiettoria politica di Trump: nella lettera sottolinea come il presidente avesse compreso meglio di chiunque altro che le guerre in Medio Oriente erano una trappola che aveva derubato l’America delle vite dei suoi patrioti e prosciugato la ricchezza e la prosperità della nazione.
La reazione dell’amministrazione Trump
La Casa Bianca ha risposto con durezza alle accuse contenute nella lettera. La portavoce Karoline Leavitt ha pubblicato una lunga dichiarazione respingendo le affermazioni di Kent, definendo “insultante e ridicola” l’idea che Israele avesse spinto Trump ad agire.
Secondo fonti governative, funzionari della Casa Bianca avevano ripetutamente chiesto a Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence nazionale, di licenziare Kent, ma lei si era rifiutata. Un dettaglio che aggiunge un ulteriore livello di complessità a questa vicenda: Gabbard, storicamente contraria a una guerra con l’Iran, ha mantenuto il silenzio sulle azioni militari dell’attuale amministrazione.
Il giorno stesso delle dimissioni, Gabbard era attesa a testimoniare davanti alla Commissione Intelligence della Camera, ma l’udienza è stata rinviata a giovedì.
Le reazioni politiche
Le dimissioni di Kent hanno suscitato reazioni trasversali, che attraversano i confini tradizionali tra partiti.
Il vicepresidente della Commissione Intelligence del Senato, il democratico Mark Warner, ha dichiarato che il percorso di Kent è stato profondamente problematico e che, a suo avviso, non avrebbe mai dovuto essere confermato alla guida del National Counterterrorism Center. Tuttavia, ha aggiunto che su questo punto Kent ha ragione: non vi era alcuna prova credibile di una minaccia imminente da parte dell’Iran che potesse giustificare il trascinamento degli Stati Uniti in un’altra guerra di scelta in Medio Oriente.
Dall’altra parte, chi sostiene la guerra ha respinto le critiche. Ilan Goldenberg, vicepresidente senior di J Street, un’organizzazione politica filo-israeliana, ha affermato che gli avvertimenti di Kent su una presunta cospirazione israeliana si basano sui peggiori stereotipi antisemiti.
Le dimissioni di Kent sono le più clamorose dall’inizio del conflitto con l’Iran, e rispecchiano il disagio diffuso nel campo “America First” nei confronti di una guerra che contraddice le promesse elettorali di Trump di porre fine all’interventismo militare americano.
Il precedente venezuelano
Questa non è la prima volta che Joe Kent finisce al centro di polemiche per il suo ruolo nella gestione dell’intelligence. Nel maggio 2025, era emerso che Kent aveva fatto pressioni sugli analisti dell’intelligence affinché modificassero una valutazione sui legami del governo venezuelano con la banda criminale Tren de Aragua, che contraddiceva le affermazioni della Casa Bianca circa una collaborazione diretta tra il gruppo e il regime di Nicolás Maduro.
Il suo inserimento al National Counterterrorism Center faceva parte di un più ampio sforzo dell’amministrazione Trump di collocare fedeli lealisti e militanti politici in posizioni chiave nell’intelligence, nelle forze dell’ordine e nella diplomazia.
Cosa succede adesso
L’amministrazione Trump è al lavoro per contenere le ripercussioni delle dimissioni di Kent. Nel mondo MAGA si attende una sua intervista a Tucker Carlson, uno dei critici più accaniti della guerra e di Israele.
Trump e i suoi funzionari hanno ripetutamente sostenuto che il conflitto si concluderà in poche settimane, sebbene gli analisti abbiano avvertito che potrebbe trascinarsi molto più a lungo.
Le dimissioni di Kent pongono ora una domanda scomoda al cuore del trumpismo: può un movimento che si definisce “America First” giustificare una guerra nel Medio Oriente che i suoi stessi esponenti considerano inutile, costosa e frutto di manipolazioni esterne? La risposta potrebbe definire il futuro dell’ala più isolazionista della destra americana.

