Italia faccia a faccia col presente: tra età selvaggia, grande debito e febbre del ceto medio

Il 59° Rapporto Censis racconta un Paese che resiste e si adatta, ma deve trasformare la capacità di “stare nel presente” in una politica ibrida capace di governare debito, demografia, industria e lavoro

L’Italia entra nel 2025 con un profilo duplice: da un lato la straordinaria capacità di “resistere, adattarsi, stare dentro le crisi”; dall’altro i limiti di un modello che senza riforme rischia di cronicizzare crescita debole, deindustrializzazione e senilizzazione del lavoro. È la fotografia che emerge dal 59° Rapporto Censis, che definisce il nostro tempo “età selvaggia”, segnata dal ritorno della forza nella politica internazionale e da un Grande Debito che spinge verso società post-welfare. In mezzo, la febbre del ceto medio: pilastro storico che oggi fatica, mentre consumi e aspettative si rimodellano al ribasso.

L’età selvaggia e la postura italiana

“Saper stare nel presente” è l’attitudine italiana che il Rapporto mette al centro: una capacità di metabolizzare aggressività, esclusione e instabilità, difendendosi “dal basso” pur senza un corrispondente salto di qualità nelle riforme strutturali. Ma l’avvertimento è netto: l’autodifesa immunitaria non basta e l’Europa, più lenta e spiazzata da una fase di personalizzazione del potere, non ha ancora espresso l’innervamento della pace che la sua storia le attribuisce. Per il Censis, la chiave di sviluppo del prossimo decennio sta proprio in una politica della pace come schema economico e sociale, e in un’azione ibrida capace di governare disuguaglianze ed eterogeneità della realtà. L’Unione europea è chiamata a un ruolo di mediazione più solido, senza il quale è “impossibile assimilare al presente le grandi tensioni del mercato globale”.**

Dentro questo scenario globale, l’immaginario occidentale perde smalto: la spinta del progresso appare esaurita a oltre metà degli italiani, mentre cresce la percezione di un mondo più giovane e aggressivo altrove. Quasi tre italiani su quattro non considerano più gli Stati Uniti un riferimento indiscutibile per stili di vita; oltre un terzo ritiene che divergenze tra Paesi si risolveranno con conflitti armati; e cresce, pur minoritaria, la quota di chi percepisce i regimi autocratici come più adatti a competere. È la cornice psicologica dell’età del ferro e del fuoco, che alimenta incertezza sul futuro e affatica la democrazia.**

Il Grande Debito e il secolo post-welfare

La dinamica più profonda riguarda il debito pubblico: nelle economie avanzate è passato in media dal 75,1% al 124,0% del Pil tra 2001 e 2024; in Italia dal 108,5% al 134,9%, con interessi che assorbono il 3,9% del Pil — quota tra le più alte nell’UE — e superano voci strategiche come investimenti pubblici e spesa per istruzione. L’immagine che ne ricava il Censis è quella dello “Stato debitore”, costretto a usare i mercati per colmare il gap fiscale, con margini sempre più stretti per politiche espansive e un rischio concreto di ridimensionamento del welfare.**

Secondo le infografiche del Rapporto, l’Italia è fra i pochi Paesi UE in cui la zavorra degli interessi pesa più degli investimenti fissi lordi, con un confronto impietoso rispetto a spesa per ospedali e capitale pubblico. È un quadro che non può non riverberarsi su crescita, produttività e fiducia collettiva.**

La febbre del ceto medio e la contrazione dei consumi reali

Il cuore sociale del modello italiano, il ceto medio, appare in stato febbrile. Alla saturazione dei consumi si somma la dinamica negativa dei redditi, tanto nel lavoro dipendente quanto nelle libere professioni. Il risultato è una spesa che aumenta in valore ma diminuisce in volume: tra 2019 e 2024 il costo del carrello è salito del 23,0%, i generi alimentari del 22,2%, ma le quantità acquistate sono calate del 2,7%; nell’abbigliamento, +4,9% di spesa a fronte di -3,5% di volumi. E i servizi finanziari sono rincarati del 106,2% senza un corrispondente aumento d’uso.**

Ne deriva una cetomedizzazione che “regge ma sfilaccia”: una laguna che stabilizza il Paese nelle crisi, ma con orli sfrangiati, investimenti prudenti e molte attese di trasferimenti ereditari. È il ritratto di un ceto medio economy che vola in Economy e, ogni tanto, si compra un upgrade in Premium.**

Deindustrializzazione: il lungo autunno della manifattura

Sul lato reale dell’economia, il Rapporto parla di “lungo autunno industriale”. Tra gennaio 2023 e agosto 2025 l’indice della produzione manifatturiera è rimasto negativo per trenta mesi, con poche eccezioni. Nel 2024 cresce solo l’alimentare (+1,9%), mentre calano tessile-abbigliamento (-11,8%), meccanica (-6,4%), metallurgia (-4,7%). Nella prima parte del 2025 segnali di recupero si vedono in farmaceutica, legno e carta, alimentare ed elettronica; in parallelo spicca l’incremento del 32,3% nella fabbricazione di armi e munizioni.**

Il confronto europeo non consola: tra II trimestre 2022 e II trimestre 2025 molti Paesi UE segnano cali dell’industria in senso stretto, con l’Italia nella parte bassa della classifica e la Germania in arretramento. La fotografia comparata del Censis, con istogrammi e “mezzelune” di tendenza, suggerisce un ciclo continentale fiacco, non solo un problema nazionale.**

Lavoro: più occupati, ma più anziani e meno produttività

La crescita dell’occupazione dell’ultimo triennio si deve quasi interamente agli over 50: +704 mila su 833 mila nuovi occupati. Nei primi nove mesi del 2025 il fenomeno si intensifica: +446 mila occupati 50+, a fronte di -110 mila tra i 35-49 e -85 mila tra i giovani; gli inattivi under 35 aumentano di 160 mila. L’input di lavoro corre più del Pil (2022-2024), con conseguente caduta della produttività: -2,0% per occupato e -3,5% per ora lavorata.**

Le infografiche mostrano una “senilizzazione” marcata e differenziata per area geografica e genere, con Nord-Est ai vertici dei tassi di occupazione 35-49 e Sud e isole in maggiore difficoltà per i 15-34. È un mutamento strutturale: meno imprenditori (-17,0% in vent’anni, con i giovani titolari a -46,2%), filiere più corte e piccole imprese in contrazione (-276mila unità fino a 5 addetti nel 2014-2024).**

Demografia e immigrazione: il nodo che lega tutto

Il Rapporto collega esplicitamente regressione demografica e inde bolimento del sistema produttivo. A livello globale, le previsioni fino al 2073 indicano per molti grandi Paesi un crollo delle nascite e un innalzamento dell’età mediana; l’Italia figura tra i casi più esposti.**

Dentro i confini, gli stranieri residenti (oltre 5,4 milioni, 9,2% della popolazione) restano marginali nel mercato del lavoro: 29,0% con contratti temporanei o part-time involontario; 29,4% in mansioni non qualificate; 55,4% dei laureati overqualified. La spesa media mensile di una famiglia straniera è oltre 1.000 euro inferiore a quella di una famiglia italiana e il 35,6% vive in povertà assoluta (contro 7,4% tra gli italiani). Sul piano delle opinioni, prevale l’orientamento restrittivo verso i flussi in ingresso e la diffidenza su diritti di cittadinanza e partecipazione politica.**

La nuova geografia: città-contenitore e turismo culturale

Nonostante il -2,3% di popolazione nel decennio 2014-2024, 1.740 comuni — per il 76% al Nordcrescono. Parma guida (+4,9%), seguita da Prato, Latina, Mantova, Brescia; la vitalità è trainata da opportunità di lavoro e presenza di stranieri. Nelle aree metropolitane arretrano 11 su 14, con Milano e Bologna in controtendenza anche nelle previsioni a dieci anni. Il Rapporto parla di “città-contenitore”: hub intermedi dove si concentra la vitalità demografica in un Paese che altrove si svuota.**

Sul fronte della domanda culturale, l’Italia attrae: nel 2024 la spesa dei viaggiatori stranieri per città d’arte è salita al 56,4% del totale vacanze e nel primo semestre 2025 cresce ancora (+13,5%). Ma la spesa delle famiglie italiane per cultura in vent’anni è crollata del 34,6%, compressa da nuovi consumi digitali e dai vincoli di reddito.**

Politica, rappresentanza e piaceri quotidiani: la resistenza minuta

Sul piano politico, il 72,1% pensa che “la gente non crede più ai partiti”, il 53,5% non si sente rappresentato, e il 62,9% ritiene spento ogni sogno collettivo. Nondimeno, il Rapporto respinge l’idea di un Paese nel Grand Hotel Abisso: gli italiani non cedono a una retorica apocalittica e continuano a sprigionare energia nella quotidianità dei “piaceri semplici”, fino a una vita sessuale sorprendentemente intensa nelle fasce 18-60 anni. È un edonismo misurato, non anestetico, che aiuta a stare nel mondo anche quando il mondo appare ostile.**

Cosa fare: una politica ibrida per legare i fili

Dalla lettura integrata del Rapporto emergono sei linee d’azione:

  1. Rendere sostenibile il Grande Debito: regole di spesa anticicliche, programmazione pluriennale degli investimenti, riduzione selettiva di sussidi regressivi, spinta al capitale pubblico (sanità, scuola, ricerca) per riagganciare produttività e crescita. Obiettivo: invertire il paradosso interessi > investimenti.

  2. Riaccendere la manifattura: politica industriale mission-oriented su transizione energetica, meccatronica, salute-life sciences, elettronica; sostegno a reti d’impresa e filiere; export e reshoring mirati; presidio del rischio di dipendenza da comparti volatili come il riarmo.

  3. Produttività e lavoro: puntare su capitale umano e organizzazione (formazione continua, ITS, apprendistato duale, contrattazione dell’innovazione), gestione attiva dell’invecchiamento (reti di longevity at work) e attivazione dei giovani per ridurre l’inattività.

  4. Demografia e immigrazione: politiche familiari stabili, housing e servizi per l’infanzia, e una immigrazione selettiva-inclusiva che riconosca titoli e competenze, riduca l’overqualification e faciliti mobilità e cittadinanza locale.

  5. Città-contenitore e territori: sostenere le medie città che crescono con infrastrutture, servizi e governance metropolitana; riequilibrare le aree in declino con tele-servizi, rigenerazione e incentivi a nuove imprese.

  6. Pace come politica economica: nel quadro europeo, puntare su mediazione, sicurezza economica e autonomia strategica per ridurre il premio-rischio che alimenta interessi e frena investimenti.

Il filo rosso del presente

Il Rapporto consegna un’immagine netta: l’Italia sa stare nel presente, ma deve governarlo. La politica ibrida invocata dal Censis — concreta, anti-ideologica, capace di lavorare “sulla staffetta generazionale più che sul conflitto” — è la trama per cucire assieme debito, industria, lavoro, demografia e territori. Non basta esserci: serve irrigare. È qui che si gioca il passaggio dall’autoprotezione alla prospettiva.