Istat, i salari reali calati dell’8,8% dal 2021: cresce il Pil ma resta il divario con l’inflazione

Nel 2025 le retribuzioni aumentano più dei prezzi, ma il potere d’acquisto resta inferiore ai livelli pre-pandemia. L’unico comparto in ripresa è quello pubblico

Le retribuzioni reali in Italia restano in affanno. Secondo il nuovo report dell’Istat sulle prospettive economiche 2025-2026, gli stipendi, al netto dell’inflazione, risultano ancora inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021. Nonostante nel 2025 i salari nominali siano tornati a crescere più rapidamente dei prezzi, l’aumento non basta a colmare il divario accumulato negli anni del caro-vita.


Salari in aumento nominale, ma potere d’acquisto ancora debole

Nel 2025 le retribuzioni pro capite dovrebbero crescere del 2,9% su base annua, un ritmo superiore a quello dell’inflazione prevista (+1,7%). Tuttavia, la ripresa arriva dopo quattro anni di erosione costante del potere d’acquisto. Tra il 2021 e il 2023, la combinazione di shock energetico, aumento dei prezzi al consumo e ritardi nel rinnovo dei contratti collettivi ha determinato una perdita cumulata vicina al 9%.

Anche l’intervento fiscale del governo, con la riduzione dell’Irpef, non è sufficiente a compensare il fenomeno del fiscal drag — quell’effetto per cui, con le aliquote non indicizzate all’inflazione, una crescita nominale del reddito comporta un aumento della pressione fiscale reale, riducendo di fatto il guadagno netto in busta paga.


Settori a confronto: si salva solo la Pubblica Amministrazione

Il calo dei salari reali non è uniforme. L’Istat segnala un rallentamento marcato nei comparti industriale e dei servizi privati, dove la crescita salariale resta stagnante. Diversa la situazione del settore pubblico, che mostra un moderato miglioramento grazie all’erogazione dell’indennità di vacanza contrattuale e al rinnovo di diversi contratti collettivi.

  • Servizi privati: dinamica quasi ferma, con variazioni minime rispetto al 2024.

  • Industria: lieve contrazione reale, nonostante la tenuta dell’occupazione.

  • Pubblico impiego: aumento medio del +3,3% nel 2025, unico comparto con bilancio positivo.

L’andamento riflette anche la diversa capacità negoziale dei settori: nel privato, i rinnovi contrattuali procedono più lentamente e spesso non recuperano completamente il gap inflazionistico accumulato.


Mercato del lavoro: tasso di occupazione record, ma persistono le disuguaglianze

Nel terzo trimestre 2025 il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,7%, un livello record per l’Italia. Secondo le stime Istat, la domanda di lavoro resta sostenuta, con un tasso di posti vacanti stabile all’1,8%. Le aspettative occupazionali rimangono positive in diversi comparti — costruzioni, manifattura, servizi di mercato — anche se il quadro resta disomogeneo: i giovani e le donne continuano a registrare tassi di inattività superiori alla media europea.

Il mercato del lavoro, dunque, appare robusto ma segmentato: la creazione di posti non si traduce automaticamente in una riduzione delle disuguaglianze salariali.


Pil in crescita moderata: +0,5% nel 2025, +0,8% nel 2026

Le previsioni macroeconomiche Istat indicano per il 2025 una crescita del Pil dello 0,5%, seguita da un +0,8% nel 2026. Dopo l’incremento dello 0,7% nel 2024, l’economia italiana rallenta ma non si ferma.

A sostenere la crescita concorrono:

  • Investimenti in accelerazione (+2,8% nel 2025 e +2,7% nel 2026), trainati dall’attuazione del Pnrr;

  • Consumi privati in lieve ripresa (+0,8% e +0,9%), grazie all’aumento delle retribuzioni nominali e all’occupazione;

  • Riduzione della propensione al risparmio delle famiglie, che tendono a spendere una quota maggiore del reddito disponibile.

L’inflazione, dopo i picchi del 2022-2023, prosegue la discesa: il deflatore della spesa delle famiglie si attesterebbe a +1,7% nel 2025 e +1,4% nel 2026, segno di una graduale normalizzazione dei prezzi, soprattutto nei beni energetici.


L’export e lo scenario internazionale

Sul fronte esterno, l’Istat prevede una stabilizzazione della domanda internazionale e un’attenuazione delle incertezze legate alla politica commerciale degli Stati Uniti. Il rallentamento dei prezzi delle materie prime energetiche dovrebbe inoltre alleggerire i costi per le imprese e contribuire alla stabilità dei margini.

Tuttavia, la crescita globale moderata e le tensioni geopolitiche ancora presenti mantengono elevato il livello di incertezza per l’export italiano, che resta vulnerabile a eventuali variazioni nella domanda estera.


Un’economia in bilico tra ripresa e stagnazione

Il quadro tracciato dall’Istat restituisce un Paese in fase di ripresa incompleta. L’occupazione tiene, la produzione rallenta ma non si ferma, gli investimenti ripartono. Eppure, i salari reali – indicatore chiave del benessere economico – restano depressi.

La fotografia è quella di un’Italia che lavora di più ma guadagna meno in termini reali, in cui l’effetto dei rinnovi contrattuali e delle misure fiscali si scontra con le rigidità del sistema produttivo e con l’eredità di anni di inflazione elevata.


Conclusione

Il 2025 segna un anno di transizione per l’economia italiana: si consolida la stabilità dei prezzi e si rafforza la crescita degli stipendi nominali, ma il potere d’acquisto delle famiglie resta lontano dai livelli pre-pandemia. Solo un intervento strutturale – che includa una revisione del sistema fiscale, incentivi alla produttività e una contrattazione più efficace – potrà consentire ai lavoratori italiani di recuperare pienamente la perdita subita dal 2021.