Israele verso elezioni anticipate, cosa può cambiare dopo Netanyahu

La crisi sulla leva degli ultraortodossi può aprire una nuova fase politica, ma non garantisce una svolta immediata su Gaza, sicurezza e rapporti internazionali

Israele si avvicina a una possibile nuova stagione elettorale in un momento di forte instabilità interna e regionale. La crisi del governo guidato da Benjamin Netanyahu nasce dallo scontro sulla leva militare per gli ultraortodossi, ma riflette tensioni molto più profonde: la guerra a Gaza, il peso dell’estrema destra religiosa, il rapporto con gli Stati Uniti, la tenuta delle istituzioni e il futuro stesso della leadership israeliana.

Perché Israele rischia elezioni anticipate

La crisi politica israeliana ruota attorno a un tema che da decenni divide il Paese: il servizio militare obbligatorio per gli ebrei ultraortodossi, conosciuti anche come haredim.

In Israele la leva è uno degli elementi centrali dell’identità nazionale. La maggior parte dei cittadini ebrei è chiamata a prestare servizio nell’esercito, mentre gli studenti delle scuole religiose ultraortodosse hanno storicamente beneficiato di esenzioni speciali. Questo equilibrio, già contestato in passato, è diventato ancora più difficile da sostenere dopo il 7 ottobre 2023 e dopo la lunga guerra nella Striscia di Gaza.

Da una parte ci sono le forze armate, che chiedono nuove reclute e una distribuzione più equa del peso della difesa nazionale. Dall’altra ci sono i partiti religiosi ultraortodossi, fondamentali per la maggioranza di Netanyahu, che chiedono di preservare l’esenzione per gli studenti delle yeshiva.

Il nodo politico è semplice: senza i partiti ultraortodossi, la coalizione di governo rischia di non avere più i numeri. Per questo la disputa sulla leva può trasformarsi in una crisi di governo e portare allo scioglimento della Knesset, il Parlamento israeliano.

Una crisi che va oltre la leva militare

Il tema degli ultraortodossi è il detonatore, ma non l’unica causa della fragilità del governo. Israele arriva a questa fase dopo anni di forte polarizzazione politica e dopo una delle crisi più gravi della sua storia recente.

Il governo Netanyahu è stato attraversato da tensioni su più fronti:

  • la guerra a Gaza e la gestione dell’offensiva contro Hamas;
  • il destino degli ostaggi israeliani ancora al centro del dibattito pubblico;
  • le proteste contro la riforma della giustizia, considerate da molti un attacco all’equilibrio democratico;
  • la crescente influenza dell’estrema destra religiosa nella coalizione;
  • l’isolamento diplomatico di Israele in una parte crescente dell’opinione pubblica occidentale.

In questo quadro, le elezioni anticipate non sarebbero soltanto un passaggio parlamentare. Potrebbero diventare un referendum politico sulla leadership di Netanyahu, sulla gestione della guerra e sul modello di Stato che Israele vuole essere nei prossimi anni.

Netanyahu resta il centro della politica israeliana

Benjamin Netanyahu è il leader più longevo della storia politica israeliana. Ha costruito la propria forza su tre pilastri: sicurezza, esperienza internazionale e capacità di tenere insieme coalizioni molto diverse.

Negli ultimi anni, però, la sua figura è diventata sempre più divisiva. Per i sostenitori resta l’uomo capace di difendere Israele in un contesto regionale ostile. Per i critici è invece il simbolo di una stagione segnata da polarizzazione, indebolimento delle istituzioni e dipendenza politica dai partiti più radicali.

La guerra a Gaza ha reso questa divisione ancora più profonda. Molti israeliani attribuiscono al governo una responsabilità politica per il fallimento della sicurezza del 7 ottobre. Altri ritengono invece che, proprio dopo quell’attacco, il Paese non possa permettersi cedimenti nella lotta contro Hamas.

Per questo un’eventuale elezione anticipata sarebbe anche una prova sulla tenuta personale di Netanyahu. Una sua sconfitta potrebbe aprire la fase del dopo-Bibi. Una sua nuova affermazione, invece, confermerebbe la sua capacità di sopravvivere politicamente anche alle crisi più difficili.

Cosa potrebbe cambiare con un nuovo governo

Un cambio di governo in Israele potrebbe produrre effetti importanti, ma non necessariamente una svolta radicale. È uno dei punti più importanti da chiarire.

Negli ultimi anni la società israeliana si è spostata verso posizioni più dure sui temi della sicurezza. Dopo il 7 ottobre, la fiducia nel processo di pace con i palestinesi si è ulteriormente indebolita. Anche molte forze di opposizione mantengono una linea rigida contro Hamas e sulla sicurezza nazionale.

Questo significa che un nuovo governo difficilmente cancellerebbe da un giorno all’altro la strategia militare israeliana. I cambiamenti più probabili riguarderebbero invece il metodo, il linguaggio politico e le alleanze interne.

Un esecutivo diverso potrebbe:

  • ridurre il peso dei partiti dell’estrema destra religiosa;
  • ripristinare un rapporto più fluido con gli Stati Uniti;
  • riaprire un dialogo più costruttivo con alcuni Paesi europei;
  • gestire con maggiore cautela il dossier giudiziario e istituzionale;
  • cercare una linea più pragmatica sugli aiuti umanitari a Gaza.

Tuttavia, sui dossier centrali — sicurezza, Hamas, ostaggi, confini, Cisgiordania — il margine di manovra resterebbe limitato.

Gaza resta il nodo più delicato

Il primo grande banco di prova per qualsiasi governo israeliano sarebbe la guerra a Gaza. La prosecuzione del conflitto ha prodotto enormi costi umani, politici e diplomatici. All’interno di Israele, la pressione delle famiglie degli ostaggi continua a essere fortissima. All’esterno, cresce la critica internazionale per la situazione umanitaria nella Striscia.

Un nuovo governo potrebbe cercare un approccio più flessibile, soprattutto se formato da forze centriste o da una coalizione di unità nazionale. Potrebbe essere più disponibile a negoziati indiretti, pause umanitarie o accordi parziali sugli ostaggi.

Ma non bisogna confondere un possibile cambio di tono con una svolta strategica immediata. La sicurezza resta il tema dominante nella politica israeliana. Dopo l’attacco di Hamas, una parte molto ampia dell’opinione pubblica considera ancora prioritaria la neutralizzazione della minaccia militare proveniente da Gaza.

Il rischio è quindi che cambi il governo, ma non cambi subito la sostanza della politica israeliana verso i palestinesi.

Il peso dell’estrema destra religiosa

Uno dei possibili effetti più concreti di nuove elezioni riguarderebbe il peso politico di figure come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, esponenti dell’area nazionalista religiosa.

Negli ultimi anni questi partiti hanno avuto un’influenza decisiva sulla coalizione. Hanno sostenuto una linea molto dura sulla sicurezza, sull’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e sulla riduzione del potere della magistratura.

La loro presenza ha creato tensioni sia dentro Israele sia nei rapporti con gli alleati occidentali. Un governo alternativo potrebbe provare a ridimensionare questa influenza, riportando la politica israeliana su una linea più istituzionale e meno ideologica.

Questo non significa però che il nazionalismo religioso sparirebbe. Al contrario, resta una componente strutturale della società israeliana contemporanea. Anche fuori dal governo, continuerebbe a influenzare il dibattito pubblico.

I rapporti con Stati Uniti ed Europa

Un cambio di leadership avrebbe conseguenze immediate anche sul piano internazionale. Gli Stati Uniti restano il principale alleato di Israele, ma il rapporto con Netanyahu è diventato sempre più complicato.

Washington continua a garantire sostegno militare e diplomatico, ma ha espresso crescenti preoccupazioni per la crisi umanitaria a Gaza, per l’espansione delle colonie e per il peso dei ministri più radicali nel governo israeliano.

Un nuovo esecutivo, soprattutto se guidato da forze più centriste, potrebbe facilitare una ricucitura con l’amministrazione americana e con alcune capitali europee. Questo potrebbe avere effetti concreti su aiuti, negoziati regionali, normalizzazione con Paesi arabi e pressione diplomatica.

La differenza sarebbe soprattutto nell’immagine esterna di Israele. Un governo meno dipendente dall’estrema destra religiosa potrebbe apparire più prevedibile e più disposto al compromesso tattico.

La questione democratica interna

Prima della guerra, Israele era stato attraversato da proteste enormi contro la riforma della giustizia voluta dal governo Netanyahu. Secondo i critici, quella riforma avrebbe indebolito la Corte Suprema e ridotto i contrappesi al potere esecutivo.

Le piazze israeliane si erano riempite di manifestanti, riservisti, professionisti del settore tecnologico, accademici e cittadini contrari a quella che consideravano una deriva illiberale.

La guerra ha congelato parte di quello scontro, ma non lo ha risolto. Un cambio di governo potrebbe riaprire il dossier istituzionale, ma in senso opposto: non più per limitare la magistratura, bensì per ricostruire un equilibrio tra poteri dello Stato.

Questo sarebbe uno dei risvolti più importanti di un eventuale dopo-Netanyahu. Non tanto una pace immediata con i palestinesi, quanto una possibile normalizzazione della vita democratica interna.

La frammentazione politica può produrre nuovo stallo

Il sistema politico israeliano è fortemente proporzionale. Questo rende difficile la nascita di maggioranze solide e favorisce coalizioni composte da molti partiti. Negli ultimi anni Israele ha già vissuto diverse tornate elettorali ravvicinate, con governi fragili e trattative complesse.

Anche nuove elezioni potrebbero non produrre una soluzione chiara. Gli scenari principali sono quattro:

Scenario Possibile effetto politico Impatto sui dossier principali
Nuova vittoria di Netanyahu Conferma della leadership del Likud e possibile nuova coalizione di destra Continuità su Gaza, sicurezza e alleanze con i partiti religiosi
Governo centrista Riduzione del peso dell’estrema destra e dialogo più facile con Washington Possibile cambio di tono, ma non svolta immediata sulla sicurezza
Governo di unità nazionale Coalizione ampia per gestire guerra, ostaggi e crisi interna Maggiore stabilità istituzionale, ma compromessi difficili
Stallo parlamentare Difficoltà a formare una maggioranza stabile Rischio di nuove elezioni e paralisi decisionale

Gli ultraortodossi saranno ancora decisivi

Il paradosso è che i partiti ultraortodossi, pur avendo aperto la crisi, potrebbero restare decisivi anche dopo nuove elezioni. Il loro peso parlamentare è spesso indispensabile per costruire una maggioranza.

Questo rende la questione della leva ancora più centrale. Qualsiasi governo dovrà trovare un compromesso tra tre esigenze:

  • la richiesta dell’esercito di aumentare il numero dei soldati;
  • la pressione dell’opinione pubblica laica per una maggiore equità;
  • la difesa dell’autonomia religiosa da parte del mondo ultraortodosso.

Il tema non è solo militare. È sociale, culturale e identitario. Tocca la domanda più profonda: che tipo di Stato vuole essere Israele? Uno Stato prevalentemente laico con forti istituzioni militari e civili, oppure uno Stato sempre più condizionato dagli equilibri religiosi?

Il dopo-Netanyahu non è necessariamente il dopo-destra

Un errore frequente è pensare che la caduta di Netanyahu coincida automaticamente con una svolta progressista. La realtà è più complessa.

La destra israeliana non si esaurisce con Netanyahu. Molti elettori condividono una visione molto rigida della sicurezza, diffidano del processo di pace e vedono i palestinesi soprattutto attraverso la lente della minaccia.

Anche leader alternativi potrebbero proporre una politica estera e militare dura, pur con uno stile meno conflittuale e meno personalistico. Il vero cambiamento potrebbe quindi essere più istituzionale che ideologico.

In altre parole, il dopo-Netanyahu potrebbe significare meno tensione con la magistratura, meno dipendenza da ministri radicali e maggiore coordinamento con gli Stati Uniti. Ma non necessariamente la fine dell’occupazione, lo stop agli insediamenti o una nuova stagione negoziale con i palestinesi.

Perché queste elezioni interessano anche l’Europa

Le eventuali elezioni anticipate in Israele non sono un fatto soltanto interno. Il loro esito può influenzare l’intero Medio Oriente e anche la politica europea.

Per l’Europa sono in gioco diversi dossier:

  • la stabilità del Mediterraneo orientale;
  • la gestione della crisi umanitaria a Gaza;
  • i rapporti con il mondo arabo;
  • la sicurezza energetica e commerciale;
  • il rischio di escalation regionale con Libano, Iran e milizie alleate.

Un governo israeliano più moderato nei toni potrebbe rendere più semplice il dialogo diplomatico. Un nuovo governo ancora più spostato a destra, invece, potrebbe aumentare le tensioni con Bruxelles e con diversi Paesi europei.

Il punto centrale: cambiare governo non significa cambiare Paese

Le elezioni anticipate potrebbero chiudere una fase politica, ma non cancellerebbero automaticamente le fratture profonde della società israeliana.

Israele resta un Paese segnato da paure reali, traumi collettivi, conflitti irrisolti e divisioni interne. La guerra ha rafforzato la centralità della sicurezza, ma ha anche reso più evidente la fatica di una società mobilitata da anni.

Un cambio al comando potrebbe avere effetti importanti su tre piani:

  • interno, con una possibile riduzione dello scontro istituzionale;
  • diplomatico, con rapporti più gestibili con Stati Uniti ed Europa;
  • politico, con un ridimensionamento dell’estrema destra religiosa.

Ma sui grandi nodi storici — Gaza, Cisgiordania, sicurezza, palestinesi, insediamenti — il cambiamento sarebbe probabilmente lento, parziale e condizionato dagli equilibri parlamentari.

Conclusione

Le possibili elezioni anticipate in Israele rappresentano molto più di una crisi di governo. Sono il segnale di un Paese sospeso tra emergenza militare, fratture sociali e ridefinizione della propria identità politica.

La fine del governo Netanyahu, se dovesse arrivare, potrebbe aprire una fase nuova. Ma non è detto che questa fase sia automaticamente più pacifica o più semplice. Israele potrebbe cambiare leadership senza cambiare subito rotta strategica.

Il vero interrogativo non è soltanto chi guiderà il prossimo governo, ma quale equilibrio prevarrà tra sicurezza, democrazia, religione e diplomazia. Da questa risposta dipenderanno non solo il futuro di Israele, ma anche una parte significativa della stabilità del Medio Oriente.