Israele e Stati Uniti attaccano l’Iran: Medio Oriente in fiamme, Teheran risponde con missili e chiude lo Stretto di Hormuz

L’operazione congiunta “Roaring Lion” scuote il mondo: bombe su Teheran, controffensiva iraniana sulle basi Usa nel Golfo, giallo su Khamenei. Il ministro italiano Crosetto bloccato a Dubai, lo Stretto di Hormuz dichiarato non sicuro.

 

Il 28 febbraio 2026 segna una svolta drammatica nella storia del Medio Oriente contemporaneo: all’alba, Israele e Stati Uniti hanno sferrato un massiccio attacco coordinato contro l’Iran, colpendo obiettivi militari, governativi e dell’intelligence in tutto il Paese. Teheran ha risposto con una pioggia di missili e droni contro Israele e le basi americane nella regione del Golfo, portando il conflitto a una dimensione mai vista prima. Il mondo trattiene il fiato.


L’alba dell’attacco: «Roaring Lion» e «Operazione Furia Epica»

Erano circa le 7:30 ora locale – le 6:30 in Italia – quando i primi boati hanno squarciato il cielo di Teheran. In pochi minuti è diventato chiaro che non si trattava di un episodio isolato: almeno trenta attacchi combinati via aria e via mare hanno investito simultaneamente la capitale iraniana e altre città strategiche come Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah.

L’operazione militare porta due nomi: dal lato israeliano è stata battezzata “Roaring Lion” (in ebraico, il ruggito del leone), mentre il Dipartimento della Difesa americano l’ha chiamata “Operazione Furia Epica”. La pianificazione, secondo fonti della sicurezza israeliane citate da Channel 12, sarebbe andata avanti per mesi, e le trattative diplomatiche condotte nelle settimane precedenti non sarebbero state altro che una copertura per tenere Teheran nell’incertezza.

Donald Trump ha confermato la partecipazione statunitense attraverso un video pubblicato sul suo social Truth, della durata di circa otto minuti. Il presidente americano ha dichiarato che l’obiettivo è “difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano”, aggiungendo che gli Stati Uniti distruggeranno i missili balistici iraniani e che Teheran “non avrà mai l’arma nucleare”. Trump ha anche rivolto un appello alle Guardie Rivoluzionarie: deporre le armi o affrontare la morte.

Dal canto suo, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che l’operazione mira a creare le condizioni affinché gli iraniani “prendano il loro destino nelle proprie mani”, lasciando intendere che il vero obiettivo va ben oltre il dossier nucleare: si tratta di un tentativo di rovesciare l’attuale leadership degli ayatollah.


Gli obiettivi colpiti: dai siti militari alla residenza di Khamenei

Secondo quanto riferito da fonti informate sull’operazione, tra gli obiettivi della campagna militare figurano siti militari, governativi e dell’intelligence dislocati su tutto il territorio iraniano. Le forze armate israeliane hanno diffuso un comunicato affermando di aver distrutto centinaia di siti militari iraniani e strutture lanciamissili, incluso un avanzato sistema di difesa aerea SA-65 situato nella zona di Kermanshah, nell’Iran occidentale.

Uno dei momenti più emblematici – e ancora avvolto nel mistero – riguarda la residenza della Guida Suprema Ali Khamenei. Secondo l’agenzia Associated Press, nell’attacco è stata colpita l’area vicina agli uffici del leader religioso supremo dell’Iran. Le immagini circolate sui social media mostrano la distruzione del complesso nella capitale, residenza ufficiale di Khamenei.

Subito si è aperto un giallo sulla sorte di Khamenei: funzionari israeliani lo hanno dato per morto, ma l’emittente televisiva iraniana Al-Alam TV, ripresa da Al Jazeera, ha annunciato che la Guida Suprema sarebbe presto apparsa in televisione per un intervento pubblico. In seguito, il quotidiano israeliano Haaretz ha scritto che Israele “indaga per verificare se Khamenei sia rimasto ferito”. La fonte ufficiale all’agenzia Reuters ha confermato che l’ayatollah non si trovava nella capitale al momento dell’attacco ed era stato trasferito in un luogo sicuro.

Tra gli altri obiettivi colpiti, si segnala la zona del ponte Seyed Khandan, dove ha sede il quartier generale congiunto delle forze armate iraniane, con esplosioni registrate nell’est e nel centro-nord di Teheran.


La risposta dell’Iran: missili, droni e lo Stretto di Hormuz chiuso

Teheran non ha atteso. Nel giro di poche ore dalla prima ondata di bombardamenti, le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato il lancio dell’operazione “Truth Promise 4” – in italiano Promessa di Verità 4 – definita come risposta diretta all’“aggressione americano-sionista” contro il territorio iraniano.

La controffensiva ha assunto dimensioni preoccupanti:

  • Missili e droni contro Israele: sirene d’allarme in tutte le città dello Stato ebraico, esplosioni udite nel centro di Tel Aviv. L’esercito israeliano ha dichiarato che nessun missile ha colpito suolo israeliano grazie all’intercettazione operata dai sistemi di difesa.
  • Attacchi contro basi Usa nel Golfo: i Pasdaran hanno preso di mira installazioni militari americane in Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti.
  • Dubai colpita: esplosioni sull’isola artificiale Palm Jumeirah, con almeno quattro feriti all’hotel Palm Jumeirah. Il Dubai Media Office ha confermato un incidente nell’area.
  • Riad sotto attacco: l’Arabia Saudita ha confermato che l’Iran ha colpito la capitale e la regione orientale del Paese, condannando quelli che ha definito “attacchi sfacciati e codardi” e riservandosi il diritto di difendersi.
  • La tragedia della scuola di Minab: nel sud dell’Iran, una scuola elementare femminile nella contea di Minab è stata colpita in circostanze ancora da chiarire. Il bilancio delle vittime, riportato dalla televisione di Stato iraniana, è salito a 85 morti, tra cui molte studentesse.

La mossa più dirompente sul piano economico globale è arrivata dai Pasdaran, che hanno dichiarato lo Stretto di Hormuz “chiuso e non più sicuro” al transito marittimo. Si tratta di un punto strategico di primaria importanza situato tra il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Gli Stati Uniti hanno già esortato le navi commerciali ad evitare il Golfo.

Il governo iraniano ha inoltre inviato sms agli abitanti di Teheran invitandoli ad abbandonare la città: un messaggio dai toni allarmanti che ha contribuito ad aumentare il panico tra la popolazione.


Il contesto: anni di tensioni e il nodo nucleare

L’operazione di oggi non è arrivata dal nulla. Come ricordano diverse analisi, questo attacco segue la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” che a giugno 2025 aveva già opposto Israele e Iran su scala aerea. Rispetto a quell’episodio, secondo quanto confermato dal New York Times, l’operazione attuale è molto più vasta per portata e obiettivi.

Al centro di tutto resta il programma nucleare iraniano. Negli ultimi anni l’Iran ha continuato ad arricchire uranio, avvicinandosi sempre più alla soglia necessaria per la produzione di un’arma atomica. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che l’attacco preventivo è volto a “rimuovere le minacce allo Stato di Israele”, con un chiaro riferimento proprio al dossier nucleare.

Trump, che nelle settimane precedenti aveva alternato minacce e aperture negoziali, ha accusato l’Iran di sviluppare missili in grado di colpire l’Europa e ha sottolineato di aver tentato una via diplomatica, affermando però che Teheran avrebbe rifiutato qualsiasi accordo. Secondo fonti israeliane, i negoziati condotti a febbraio tra Washington e Teheran erano stati utilizzati strategicamente come copertura per completare i preparativi militari.

Dietro agli obiettivi ufficiali si intravedono motivazioni più profonde: l’indebolimento della leadership iraniana in Medio Oriente metterebbe Israele in una posizione di supremazia regionale, mentre per gli Usa si tratta anche di colpire i rifornimenti di petrolio iraniano alla Cina, uno degli elementi più delicati nei rapporti con Pechino.


Il caso Crosetto e la dimensione italiana

La crisi ha avuto risvolti diretti anche per l’Italia. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si trovava a Dubai al momento delle esplosioni sull’isola artificiale Palm Jumeirah e ha dovuto interrompere le sue attività: bloccato nella città emiratina in seguito alla chiusura dello spazio aereo e all’escalation nella regione, ha seguito da vicino gli sviluppi in costante contatto con Roma.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato di seguire gli sviluppi “in costante contatto con le ambasciate d’Italia a Teheran e a Tel Aviv”, con la priorità assoluta rivolta alla sicurezza dei connazionali nella regione. Alla Farnesina è stata immediatamente attivata l’unità di crisi.


Le reazioni internazionali: Europa divisa, Russia e Cina con Teheran

L’attacco ha prodotto reazioni diverse e spesso contrastanti sul piano internazionale, tracciando linee di divisione geopolitica già note ma ora rese più nette dal conflitto aperto.

Francia, Germania e Regno Unito hanno preso una posizione articolata: non hanno condannato l’attacco di Usa e Israele, ma hanno dichiarato di non avervi partecipato. In una dichiarazione congiunta, i tre leader – Macron, Merz e Starmer – hanno invece condannato “con la massima fermezza gli attacchi iraniani contro i Paesi della regione”, chiedendo all’Iran di astenersi da attacchi militari indiscriminati e di tornare al tavolo negoziale. Il premier britannico Keir Starmer ha tuttavia annunciato che aerei della RAF sono stati schierati nei cieli del Medio Oriente in operazioni di difesa di Paesi arabi alleati colpiti dalla risposta iraniana.

Unica voce europea esplicitamente critica verso Usa e Israele è stata quella del premier spagnolo Pedro Sanchez, che ha respinto “l’azione militare unilaterale” come una pericolosa escalation che destabilizza l’ordine internazionale.

Russia e Cina si sono schierate con Teheran. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha telefonato al suo omologo iraniano Abbas Araghchi condannando l’attacco come “immotivato” e “in violazione del diritto internazionale”. La Cina ha espresso “profonda preoccupazione” e chiesto la cessazione immediata delle operazioni militari, sottolineando che la sovranità e l’integrità territoriale dell’Iran devono essere rispettate.

L’Unione Europea ha iniziato a evacuare parte del personale diplomatico dal Medio Oriente. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha convocato per lunedì una riunione straordinaria del Collegio dei Commissari sulla sicurezza, mentre gli ambasciatori dei 27 Stati membri si sono incontrati in sessione d’emergenza. Il capo della politica estera dell’Ue Kaja Kallas ha definito la situazione “pericolosa” e ha avviato un coordinamento con funzionari israeliani e arabi per valutare opzioni diplomatiche.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stato convocato d’urgenza. Il segretario generale António Guterres ha condannato l’escalation chiedendo una “cessazione immediata delle ostilità”. Diversi Paesi – tra cui Iraq ed Emirati Arabi Uniti – hanno chiuso temporaneamente il proprio spazio aereo, e compagnie come Air France e Lufthansa hanno cancellato i voli verso Tel Aviv, Beirut, Dubai e Oman.


Lo scenario energetico e finanziario: lo Stretto di Hormuz come arma

La chiusura dello Stretto di Hormuz dichiarata dai Pasdaran è la mossa con le potenziali conseguenze economiche globali più severe. Attraverso questo corridoio marittimo largo appena 33 chilometri nel punto più stretto, transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto prodotto in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti.

Una chiusura prolungata – anche solo parziale, legata alla percezione di insicurezza per le navi mercantili – potrebbe far impennare i prezzi del greggio a livello globale, con conseguenze immediate sull’inflazione e sulle economie già sotto pressione. I mercati finanziari mondiali, aperti nelle piazze asiatiche all’alba di domenica, hanno già iniziato a registrare le prime turbolenze.


Conclusione: il Medio Oriente a un bivio storico

Nelle ore in cui scriviamo, la situazione è in rapida evoluzione. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver completato la fase principale dell’attacco, ma la risposta iraniana è ancora in corso. Il futuro dello Stretto di Hormuz, il destino di Ali Khamenei, le mosse delle potenze regionali come l’Arabia Saudita e la reazione della comunità internazionale nelle prossime ore determineranno se questo episodio rimarrà una grave crisi contenuta o se segnerà l’inizio di un conflitto su scala ancora più larga.

Quello che è già certo è che il 28 febbraio 2026 è entrato nella storia: per la prima volta gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato direttamente il territorio iraniano con un’operazione militare coordinata e dichiarata. Il Medio Oriente non sarà più lo stesso.