Israele approva la pena di morte per i palestinesi: la Knesset vota sì dopo dodici ore di dibattito

La legge, voluta dall’estrema destra di Ben-Gvir, introduce l’impiccagione come pena predefinita nei tribunali militari. Condanna internazionale unanime: dall’ONU all’Europa, dai diritti umani all’Autorità Palestinese. La Corte Suprema israeliana dovrà ora decidere sulla sua legittimità.

Israele approva la pena di morte per i palestinesi: la Knesset vota sì dopo dodici ore di dibattito

<em class=”subtitle”>La legge, voluta dall’estrema destra di Ben-Gvir, introduce l’impiccagione come pena predefinita nei tribunali militari. Condanna internazionale unanime: dall’ONU all’Europa, dai diritti umani all’Autorità Palestinese. La Corte Suprema israeliana dovrà ora decidere sulla sua legittimità.</em>

Dopo quasi dodici ore di dibattito, il 30 marzo 2026 il parlamento israeliano ha approvato una legge che introduce la pena di morte per i palestinesi condannati per atti terroristici con vittime israeliane. Un provvedimento che segna una svolta storica per il sistema giuridico dello Stato ebraico, che non applicava la pena capitale dal 1962, e che ha scatenato immediate e dure reazioni da ogni angolo della comunità internazionale.


La legge: cosa prevede e perché è considerata discriminatoria

La legge approvata dalla Knesset è problematica sotto molti aspetti, ma in particolare perché introduce una sostanziale differenza di trattamento tra i palestinesi che abitano i territori occupati e i cittadini israeliani.

Il meccanismo è il seguente: i palestinesi della Cisgiordania, non essendo cittadini israeliani ma vivendo di fatto in territorio controllato da Israele, vengono processati da tribunali militari israeliani; al contrario, i cittadini israeliani — inclusi gli arabi israeliani — vengono processati da tribunali civili.

La legge stabilisce che la normale sentenza dei tribunali militari per reati di terrorismo sia la pena di morte, limitando l’ergastolo a “circostanze speciali”; al contrario, lascia alle corti civili la possibilità di scegliere tra l’ergastolo o la pena di morte, che può essere comminata solo in caso di attentati compiuti “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”.

In altre parole, la legge sancisce di fatto la pena capitale solo per i palestinesi, poiché esclude esplicitamente i cittadini o i residenti israeliani, e solo i palestinesi vengono processati dai tribunali militari.

Sul piano procedurale, le implicazioni sono altrettanto gravi: la pena sarà comminata con l’impiccagione entro 180 giorni dalla sentenza, rendendo molto difficile la possibilità di appello. La giuria potrà approvarla con una maggioranza semplice, senza che sia richiesta l’unanimità. I giudici potranno inoltre infliggere la pena capitale anche senza richiesta esplicita dell’accusa.


Un ritorno alla pena di morte dopo oltre settant’anni

Il provvedimento interviene su un caposaldo della storia giuridica israeliana. Israele aveva abolito la pena di morte per i reati comuni nel 1954, mantenendola solo per casi eccezionali come il genocidio e alcuni reati di tradimento. È stata applicata una sola volta, nel 1962, con l’esecuzione di Adolf Eichmann. Con il voto del 30 marzo 2026, la pena capitale rientra nel sistema sanzionatorio per una categoria specifica di reati, dopo oltre settant’anni.

La legge non è retroattiva: si applica solo a condanne future, quindi non riguarda, per esempio, le persone già condannate per gli attentati del 7 ottobre 2023, per cui il parlamento sta valutando una legge separata.


Ben-Gvir e la vittoria dell’estrema destra

Il principale artefice della legge è Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e figura di punta dell’estrema destra israeliana. Nel periodo precedente al voto, il ministro aveva cercato di rendere popolare la legge facendo un chiaro riferimento al metodo di esecuzione, indossando una piccola spilla a forma di cappio sul bavero della giacca.

Dopo l’approvazione, Ben-Gvir ha dichiarato: “Con l’aiuto di Dio, daremo piena attuazione a questa legge e uccideremo i nostri nemici”, definendola “la legge più importante” approvata dal parlamento negli ultimi anni.

Il premier Benjamin Netanyahu si è recato personalmente in aula per votare a favore. La legge è passata con 62 voti favorevoli e 48 contrari, con un astenuto. Uno dei partiti ultraortodossi della coalizione si è opposto, mentre la legge ha incassato il sostegno del partito di opposizione di Avigdor Lieberman.

Ben-Gvir ha risposto con sprezzante sicurezza alle pressioni internazionali: “Abbiamo fatto la storia. E dico ai rappresentanti dell’Unione Europea che hanno fatto pressioni e minacciato lo Stato di Israele: non abbiamo paura, non ci piegheremo.”


Le reazioni della comunità internazionale

La condanna è arrivata praticamente unanime da ogni angolo del mondo.

Autorità Nazionale Palestinese

L’Autorità Nazionale Palestinese ha condannato la misura definendola una “pericolosa escalation”, affermando che Israele “non ha sovranità sulla terra palestinese e che le leggi israeliane non si applicano al popolo palestinese”. Il ministero degli Esteri dell’ANP ha definito la legge un tentativo di “legittimare le uccisioni extragiudiziali con una copertura legislativa”.

Hamas

Il gruppo palestinese ha condannato la legge come un “pericoloso precedente che minaccia la vita dei detenuti palestinesi nelle prigioni israeliane”, invocando l’intervento immediato delle Nazioni Unite e del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

ONU

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno invitato Israele a ritirare la legge, avvertendo che viola il diritto alla vita e discrimina i palestinesi nei territori occupati. Hanno sottolineato che la misura elimina la discrezionalità giudiziaria, impedendo ai tribunali di valutare le circostanze individuali o di infliggere pene proporzionate. L’impiccagione, hanno aggiunto, costituisce tortura o punizione crudele, inumana o degradante ai sensi del diritto internazionale.

Consiglio d’Europa

Il segretario generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset, ha ribadito che l’organizzazione “si oppone alla pena di morte ovunque e in qualsiasi circostanza” e ha annunciato che seguirà “con attenzione i prossimi sviluppi relativi a questa legge ed esaminerà le sue implicazioni per le convenzioni del Consiglio d’Europa di cui Israele è parte”.

Europa: Italia, Francia, Germania, Regno Unito

Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia hanno espresso “profonda preoccupazione” per la legge, ritenuta a rischio di “minare gli impegni di Israele in materia di principi democratici”. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani aveva scritto sui social prima del voto: “I vincoli assunti, specialmente con le risoluzioni votate alle Nazioni Unite per una moratoria sulla pena di morte, non possono essere ignorati. Per noi la vita è un valore assoluto.”

Amnesty International

Amnesty International ha esortato i legislatori israeliani a respingere la legge, che secondo l’organizzazione “consentirebbe ai tribunali israeliani di estendere l’uso della pena di morte con un’applicazione discriminatoria nei confronti dei palestinesi”.


La situazione dei detenuti palestinesi e il contesto

La legge arriva in un momento di estrema tensione. Secondo l’organizzazione israeliana B’Tselem, negli ultimi due anni 84 palestinesi, tra cui un minore, sono morti a causa delle condizioni carcerarie. Circa 9.446 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, di cui 4.691 in detenzione amministrativa, imprigionati senza accusa, processo o possibilità di difendersi.

Secondo i critici, il provvedimento preclude ai palestinesi sotto occupazione ogni possibilità di appello o clemenza, mentre i prigionieri processati all’interno di Israele potrebbero vedere le loro condanne commutate in ergastolo.

Un ulteriore aspetto critico riguarda il diritto internazionale: secondo diversi giuristi, il parlamento israeliano non dovrebbe avere poteri legislativi in Cisgiordania, che non è territorio sovrano di Israele.


Il ricorso alla Corte Suprema

Dopo l’approvazione della legge, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha annunciato di aver presentato ricorso alla Corte Suprema, chiedendo l’annullamento del provvedimento. I giudici dovranno esaminare questo e altri ricorsi e potrebbero dichiarare la legge nulla. In diverse occasioni passate la Corte Suprema si è espressa contro le politiche dell’attuale governo.

La partita, dunque, non è ancora chiusa. Ma il voto del 30 marzo 2026 segna comunque un momento di svolta nella storia di Israele e nei suoi rapporti con la comunità internazionale: per la prima volta da oltre sessant’anni, la pena di morte torna a essere uno strumento ordinario del sistema giuridico israeliano, seppur destinata — nei fatti — quasi esclusivamente a una sola categoria di persone.