Una minoranza di contribuenti sostiene gran parte del gettito IRPEF, mentre lo Stato continua a premiare gli evasori con rottamazioni e sanatorie
Il 22% degli italiani paga il 64% dell’IRPEF. Un dato che dovrebbe far riflettere, soprattutto se affiancato a quello, ben più inquietante, di un buco da oltre 6 miliardi nei conti dell’INPS causato da mancati versamenti contributivi regolarizzati attraverso condoni e sanatorie fiscali. Il risultato è un sistema in cui chi evade viene premiato, e chi paga si trova a sostenere non solo lo Stato, ma anche le pensioni degli evasori.
Un sistema capovolto: chi evade, incassa
Molti imprenditori – o presunti tali – che non hanno versato i contributi previdenziali ai propri dipendenti, si sono visti condonare gran parte del dovuto. L’INPS, però, quei contributi ha comunque dovuto riconoscerli ai lavoratori, accollandosi il debito. Il risultato? Il buco lo copre lo Stato, cioè tutti i cittadini, compresi quelli che versano regolarmente le tasse.
Ma c’è di più. Se l’imprenditore evasore non era solo socio, ma anche lavoratore dipendente della propria società, si trova a beneficiare degli stessi meccanismi. In quanto dipendente, il mancato versamento dei contributi da parte dell’azienda (di cui è anche proprietario) non pregiudica il riconoscimento della pensione da parte dell’INPS. In pratica, il sistema tratta il titolare come se fosse una vittima, esattamente come i suoi dipendenti.
Un’evasione che si fa istituzionale
L’aspetto più inquietante di questo meccanismo non è solo l’inefficienza fiscale, ma la sua legittimazione politica. Ogni nuovo governo – indipendentemente dal colore – sembra cedere alla tentazione di un condono, di una “tregua fiscale”, di una “pace”, che nella sostanza non è altro che un’amnistia per chi ha scelto di non rispettare le regole.
Nel frattempo, i lavoratori regolari, i piccoli imprenditori onesti, i professionisti che emettono fatture e pagano ogni centesimo, continuano a farsi carico di una spesa pubblica sempre più ingiusta. Sono loro – quel 22% che da solo copre quasi due terzi del gettito IRPEF – a pagare per tutti. E anche per chi ha deciso, furbamente, di restare nell’ombra.
Lo squilibrio territoriale: evasione e divari regionali
L’evasione fiscale ha anche una dimensione geografica. Le regioni con maggiore incidenza di economia sommersa coincidono spesso con quelle dove il welfare è più fragile e dove la pressione fiscale dovrebbe, in teoria, servire a compensare carenze storiche in servizi e infrastrutture. Ma se i fondi non entrano o vengono sprecati, il divario si amplia.
Secondo dati recenti, le regioni del Nord Italia versano un contributo IRPEF proporzionalmente molto superiore rispetto al Sud, dove si concentra gran parte dell’economia informale. Questo non significa che al Sud non ci siano contribuenti onesti, ma che il peso del sommerso è così grande da minare la tenuta complessiva del sistema.
Il paradosso del voto: chi paga, vota per chi tutela chi non paga
C’è infine un elemento quasi antropologico. Nonostante il sistema penalizzi i contribuenti onesti, molti di loro continuano a sostenere forze politiche che hanno fatto delle sanatorie una bandiera. L’operaio che guadagna 26.000 euro lordi l’anno, che versa regolarmente IRPEF e contributi, e che vota per partiti che approvano condoni destinati al suo datore di lavoro, è un simbolo di questo corto circuito.
Un paradosso che si spiega, almeno in parte, con l’illusione che il prossimo condono possa servire anche a sé stessi, o con una retorica politica che sposta l’attenzione su falsi nemici – come i migranti – distogliendo lo sguardo dai veri costi dell’evasione.
Serve una svolta strutturale
La questione fiscale italiana richiede una riforma profonda e strutturale. Non bastano più bonus spot o campagne di moralizzazione. Serve un sistema premiale per chi è in regola, una lotta seria e continuativa all’evasione, e soprattutto la fine della logica dei condoni, che premia chi non rispetta le regole e tradisce chi lo fa.
La sostenibilità del welfare, delle pensioni, della sanità pubblica, non può poggiare su una minoranza virtuosa spremuta all’inverosimile, mentre una parte del Paese gioca al ribasso confidando nella prossima “tregua” fiscale.
Solo quando chi evade sarà penalizzato, e chi paga sarà tutelato, si potrà parlare davvero di giustizia fiscale.

