I dati del Ministero dell’Economia fotografano redditi dichiarati incompatibili con i costi reali della professione. Il caso torna d’attualità con le nuove elaborazioni 2024 e la categoria sotto i riflettori del fisco
Ogni anno, puntuale come il tassametro, torna la stessa storia. I dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze sui redditi dichiarati dai tassisti italiani mostrano cifre che, a leggerle, lasciano perplessi: in media meno di 19mila euro lordi l’anno, poco più di 1.500 euro al mese. Una cifra che, confrontata con il costo di una licenza che può sfiorare i 200mila euro, con quello di un’auto di rappresentanza da 50mila euro, con carburante, manutenzione, assicurazione e tasse comunali, non regge ad alcun calcolo. Eppure questi sono i numeri che la categoria consegna al fisco. Anno dopo anno. Con una monotonia che, per molti osservatori, assomiglia meno a trasparenza e molto di più a un sistema consolidato di evasione fiscale tollerata.
Quasi 19mila euro: i dati più aggiornati
Le ultime elaborazioni del Dipartimento delle Finanze del MEF, riferite all’anno d’imposta 2024, indicano che i tassisti italiani – su un campione di sette grandi province, da Nord a Sud – dichiarano in media 18.983 euro lordi l’anno, equivalenti a circa 1.582 euro lordi al mese. Un dato provvisorio, precisa lo stesso Ministero, perché le dichiarazioni delle società di capitali non sono ancora definitive.
È un aumento rispetto agli anni precedenti, che però va contestualizzato. Nel 2022 la media nazionale si attestava attorno ai 15.449 euro lordi annui, tornando sui livelli pre-pandemia del periodo 2017-2019. Nel 2023 c’è stato un balzo del +16% su base nazionale, con il reddito medio salito a 17.904 euro. Le crescite più marcate si sono registrate nelle città del Sud: Napoli +25,4%, Roma +23,5%, Palermo +17,8%. Un aumento che coincide, non casualmente, con l’introduzione dell’obbligo del POS a bordo dei taxi.
La mappa dei redditi: Firenze in testa, Palermo in coda
La fotografia territoriale è quella di un Paese spaccato in due, con le città del Centro-Nord che dichiarano il doppio rispetto al Sud. Secondo le rilevazioni relative al 2023, Firenze guida la classifica con 24.160 euro lordi annui (circa 2.013 euro al mese), seguita da Milano con 22.551 euro (1.879 euro al mese) e Bologna con 21.816 euro (1.818 euro al mese).
Torino, con 17.450 euro dichiarati (1.454 euro al mese), si colloca addirittura sotto la media nazionale. Roma resta sotto i 16.000 euro annui, con una media mensile inferiore ai 1.333 euro. Ancora più in basso Napoli, con 12.791 euro (1.066 euro al mese), e Palermo, fanalino di coda, con appena 10.726 euro l’anno, equivalenti a 894 euro al mese.
| Città | Reddito annuo lordo (2023) | Reddito mensile lordo |
|---|---|---|
| Firenze | 24.160 € | 2.013 € |
| Milano | 22.551 € | 1.879 € |
| Bologna | 21.816 € | 1.818 € |
| Media nazionale | 17.904 € | 1.492 € |
| Torino | 17.450 € | 1.454 € |
| Roma | ~15.900 € | < 1.333 € |
| Napoli | 12.791 € | 1.066 € |
| Palermo | 10.726 € | 894 € |
I conti che non tornano: licenze e auto da decine di migliaia di euro
Il problema non è tanto il numero in sé, quanto la sua totale incompatibilità con i costi reali della professione. Fare il tassista in Italia, al netto della narrativa della “categoria in difficoltà”, comporta spese elevatissime e strutturali.
La voce più pesante è la licenza. In un mercato chiuso, dove il numero di autorizzazioni comunali è contingentato per legge, la licenza taxi si trasforma in un asset rarissimo e preziosissimo. Nei trasferimenti tra privati si arrivano a toccare cifre tra i 150.000 e i 200.000 euro nelle grandi città. A Milano, nel 2024, il Comune aveva messo a bando 450 nuove licenze al prezzo base di 92.000 euro ciascuna, ma sul mercato secondario i prezzi salgono velocemente. A Bologna il valore di una licenza ha raggiunto e superato i 150.000 euro.
Per capire quanto questo sia insostenibile con i redditi dichiarati, basta fare un calcolo elementare: un tassista milanese che dichiara 22.551 euro lordi l’anno impiegherebbe teoricamente quasi sette anni di reddito lordo intero solo per ripagare la licenza – senza mangiare, pagare le tasse, il carburante o l’assicurazione.
A queste spese si aggiunge l’auto, che per normativa e per immagine deve essere un veicolo recente, spesso di fascia medio-alta, ibrido o elettrico. I listini dei modelli più diffusi nella categoria oscillano tra i 35.000 e i 65.000 euro. Poi ci sono manutenzione ordinaria e straordinaria (intensissima data la percorrenza media elevatissima), assicurazione RC professionale, bollo, tasse comunali, carburante. Secondo diverse stime, i costi fissi annui di un tassista si aggirano tra i 15.000 e i 25.000 euro a seconda della città e del tipo di vettura.
Il risultato aritmetico è inequivocabile: con i redditi dichiarati, la stragrande maggioranza dei tassisti italiani lavorerebbe in perdita strutturale. Un’impresa che produce perdite non sopravvive sul mercato. Eppure i taxi circolano, le licenze valgono una fortuna e la categoria difende con determinazione i propri privilegi. Il paradosso ha un’unica spiegazione ragionevole: una parte rilevante dei ricavi non viene dichiarata al fisco.
Il contante, il POS che non funziona e l’evasione strutturale
Per decenni il meccanismo dell’evasione fiscale nel settore taxi ha funzionato con una semplicità disarmante: pagamento in contante, nessuna ricevuta, nessuna traccia. Il cliente che saliva su un taxi e pagava in banconote entrava in un sistema opaco dove la transazione poteva semplicemente non esistere per il fisco.
A tentare di cambiare le cose era stato il governo Draghi, che nel giugno 2022 aveva introdotto l’obbligo di dotarsi di POS a bordo di ogni taxi, per garantire la possibilità di pagamento elettronico e quindi tracciabile. La misura aveva scatenato proteste vibranti nella categoria, con scioperi e manifestazioni in diverse città. Non è un dettaglio: opporsi al POS equivaleva, nella sostanza, a opporsi alla tracciabilità dei propri incassi.
In quel contesto era emersa la figura di Roberto Mantovani, tassista bolognese noto sui social come “Red Sox”, diventato suo malgrado un caso mediatico. Mantovani aveva iniziato a pubblicare pubblicamente i propri incassi giornalieri su X (ex Twitter), dichiarando guadagni di circa 600 euro al giorno, per un totale di oltre 18.000 euro mensili. Un dato che evidentemente distava anni luce dai 1.400 euro mensili dichiarati in media dai suoi colleghi bolognesi. La sua battaglia per la trasparenza fiscale gli era costata cara: i colleghi gli avevano più volte bucato le gomme dell’auto.
La vicenda Mantovani resta emblematica: chi nel settore rispetta le regole subisce ritorsioni da chi non le rispetta. Un segnale inequivocabile di quale sia la norma implicita nella categoria.
I vantaggi fiscali di una categoria privilegiata
Al quadro già opaco si aggiunge un elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico: i tassisti godono di un regime fiscale particolarmente vantaggioso rispetto ad altri operatori del settore della mobilità. In particolare, beneficiano di un’IVA allo 0%, un’agevolazione straordinaria se confrontata con il 10% applicato agli NCC (noleggio con conducente) e il 22% del car sharing.
Questo trattamento privilegiato avrebbe dovuto, in teoria, rendere il settore ancora più redditizio e quindi far emergere dichiarazioni dei redditi più alte. Al contrario, i redditi dichiarati restano in linea con quelli di altre categorie che non godono di tali vantaggi. La combinazione di esenzione IVA, mercato chiuso e pagamenti in contante ha creato nel tempo un sistema in cui il valore reale dell’attività viene sistematicamente occultato.
<h3 style=”font-size:1.3em;”>Il 2026 e la nuova era della tracciabilità: cambierà qualcosa?</h3>
Il legislatore ha cercato negli anni di stringere le maglie. Dal 2023 il POS è obbligatorio a bordo di ogni taxi. Dal 2025 è diventato requisito anche per ricevere i rimborsi aziendali. Ma la vera svolta, almeno sulla carta, dovrebbe arrivare proprio nel 2026: ogni pagamento elettronico dovrà essere automaticamente registrato e trasmesso al fisco attraverso il collegamento diretto tra POS e registratori telematici. Il Ministero dell’Economia stima che questo solo meccanismo possa generare un incremento di gettito fiscale di 65 milioni di euro l’anno.
A completare il sistema c’è il Concordato Preventivo Biennale, che permette all’Agenzia delle Entrate di proporre ai contribuenti un reddito “concordato” calcolato sulla base di algoritmi che tengono conto dei costi e delle caratteristiche operative del settore. In sostanza: il fisco sa quanto dovresti guadagnare in base a dove lavori, quanti chilometri fai e che tipo di veicolo usi, e ti propone un accordo preventivo.
Tuttavia, molti esperti restano scettici sull’efficacia reale di queste misure. Anche con il POS obbligatorio, esistono margini di manovra: un pagamento elettronico non garantisce che il relativo reddito venga correttamente dichiarato. Le ricevute possono non essere rilasciate, i sistemi possono “non funzionare” nei momenti opportuni, e la catena di controlli presenta ancora anelli deboli. Come notano diversi analisti, tra la norma e la sua applicazione concreta nel mondo reale c’è sempre un margine che qualcuno saprà sfruttare.
Un monopolio difeso a oltranza
Sullo sfondo di questa vicenda fiscale c’è una questione strutturale che nessun governo è riuscito davvero ad affrontare: il mercato chiuso del taxi italiano. La contingentazione delle licenze garantisce alla categoria un monopolio di fatto sul trasporto pubblico a chiamata nelle grandi città. Questo monopolio ha un valore economico enorme – lo dimostrano i prezzi stratosferici delle licenze stesse – ma al tempo stesso rende il settore impermeabile alle pressioni competitive che normalmente incentivano la trasparenza.
Ogni tentativo di aprire il mercato a nuovi operatori – da Uber alle piattaforme di ride sharing – si è scontrato con la resistenza organizzata della categoria, capace di bloccare le città con scioperi e di esercitare pressioni politiche trasversali. Il risultato è un settore che gode di rendite monopolistiche ma dichiara redditi da povertà, che beneficia di agevolazioni fiscali ma si oppone alla tracciabilità, che vende licenze a prezzi da immobile di pregio ma sostiene di non guadagnare abbastanza per vivere.
La domanda che i dati del Ministero dell’Economia ripropongono ogni anno resta sempre la stessa, e non ha ancora trovato risposta nelle sedi appropriate: se i conti davvero non tornano, chi li fa tornare, e come?

